L’ultimo ricordo che ho di Bruno Latour é antiaccademico, nel senso letterale del termine: un signore che mi avvisa che una volta in pensione non si conta più nulla per chi invece all’università resta. Era possibile cogliere, in tale affermazione, una vena autobiografica, un vibrante sebbene sommesso accenno alla propria situazione. Non parlava però soltanto di sé e per sé, anche se proiettava su chi gli stava intorno la sua condizione, con la franchezza e il realismo – ma anche la simpatia nei confronti degli altri – che facevano parte del suo carattere, e che aveva impresso alla sua maniera non soltanto di stare al mondo, ma anche di fare i conti con la scienza. Insomma a tutta la sua attività.
Tanto per cominciare, Bruno, conoscitore di ogni frontiera terrestre, non ne riconosceva intellettualmente nessuna, nel senso che superarle, trasgredirle, attraversarle, credo fosse il senso profondo di tutta la sua attività. Nessuna questione di disciplina, di scala, di scuola o di riferimento ad una tradizione, ad uno stile o a una maniera di fare piuttosto che ad un’altra: bona fide traveller, attraversava fischiettando territori vasti e qualche volta selvaggi, secondo percorsi impensabili e perciò impraticabili per altri.
E ripercorrendo con discrezione in tal modo l’intera cultura moderna, non di rado si trovava a capovolgerne gli esiti con mossa fulminea e con una sola battuta. Ad esempio nel luogo dove, nel suo Reassembling the Social (2005), afferma che é la cosa stessa a dispiegare la propria molteplicità, sicché é possibile apprenderla secondo diversi punti di vista prima di essere unificata in una fase successiva. Si tratta, alla lettera, della ripresa del dibattito cinquecentesco sul “primato delle arti”, e insieme dell’inversione del suo destino. Allora la pittura aveva vinto sulla scultura, difesa dal Cellini e da pochissimi altri proprio a motivo della pluralità degli sguardi e della mobilità del soggetto che questa implica, al contrario della pittura che è invece fondata su uno sguardo unico di un soggetto immobile. A metà Cinquecento, proprio in base alla logica del dispositivo pittorico, cioè della prospettiva lineare, nasceva a Firenze lo Stato moderno: di qui la staticità di chi guarda e l’unicità del punto di vista ( funzione della singolarità di uno sguardo che esclude ogni dimensione collettiva) contro cui si dirigeva allora l’argomentazione di Bruno.
La cui successiva produzione, a farvi caso, ha molto risentito della sotterranea spinta della riflessione sul rapporto tra realtà e rappresentazione cartografica. Si rilegga la seconda parte del volume citato, ora disponibile anche nella traduzione italiana dell’editore Meltemi. Con un vero atto di pietas scientifica Latour riprende qui in mano le carte geografiche stropicciate dal funzionamento della Rete, e si sforza di farle tornare lisce come prima, eliminandone le pieghe. Viene in mente L’Italia illustrata di Flavio Biondo, la prima, quattrocentesca, moderna descrizione geografica del nostro paese, nel cui proemio le mappe sono zattere, l’unico sostegno cui l’umanità può aggrapparsi nel corso delle grandi tempeste che agitano il mare della storia. Vi è qualcosa di commovente e insieme di rivoluzionario nell’umiltà che il gesto di Latour in questo caso implica, e insieme di autenticamente rivoluzionario. Trasformare la superficie del nostro pianeta in un’unica, gigantesca mappa é stato il sogno ( realizzato) della modernità.
Tutto inizia a Firenze, alla fine del Trecento, con il ritorno della Geografia di Tolomeo, il manuale che più di mille anni prima aveva insegnato a convertire la sfera terrestre in una serie di rappresentazioni geografiche, secondo il movimento discendente in verticale che dal punto di proiezione fissato in cielo appunto proietta l’ordine matematico sulla faccia della Terra intera. La proiezione fiorentina non è ( stata) altro che la trasposizione del procedimento tolemaico, la sua riduzione e limitazione al piano orizzontale: di qui la nascita del vettore spaziale, il principale e più pervasivo agente dell’edificazione della nostra epoca fino al 1969, anno di nascita della Rete, al cui interno lo spazio non conta invece quasi più nulla. E di qui il bisogno, perciò, di ripensare tutto, cioè di riassemblare in forma inedita il complesso degli elementi di cui la realtà si compone, di “risettare la modernità”, per adoperare un’espressione cara a Latour. Ciò a partire però dal basso e non più dall’alto, dalla fisica ( anche sociale) e non più dalla metafisica. Ma anche se nessuna interazione può definirsi isotopica, sincronica, sinottica, omogenea e isobarica, vale a dire in una parola cartografica, tutto quello che abbiamo in mano come umani per affrontare il mondo resta una mappa, la Grande Mediatrice da cui tutti gli altri mediatori discendono, quella che consente di separare l’inafferrabile soggettività dall’inassegnabile struttura, unica fonte di ogni possibile metrologia. Perciò le leggi del mondo sociale, come ha spiegato Latour, si trovano non dietro la scena, sopra le nostre teste o prima dell’azione, ma al contrario dopo l’azione, sotto i partecipanti e in primo piano.
É ‘tempo di tornare al tavolo da disegno’, ma per tentare come prima cosa, proprio per onorare la memoria di Bruno, di comprendere che cosa davvero significhi disegnare su un piano. È a tale inusitata impresa che alla fine Bruno Latour, senza espressamente dirlo, ci invita sommessamente a partecipare. Sit tibi terra plana.
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