In occasione della prematura dipartita di Bruno Latour può non essere vano citare qualche pagina del mio saggio Tecno_Evo 1, nel quale ho brevissimamente trattato del pensiero stratificato del sociologo francese – e, in particolare, di quella porzione di politica partecipata e financo visionaria che ha innervato le ultime pagine della sua vita 2.
Parleremo ora un poco di politica, infatti, ma in modo diverso dal solito. Da un’altra angolazione, per così dire. Non nel senso di critica aprioristica dell’assenza di etica degli attori dell’agone politico (internazionale e non), né tantomeno nel solco del noioso mantra ‘fatti, non promesse’ che guarda per inerzia, ormai, all’idolatria del fare in quanto tale, quanto più a una diversità dell’oggetto della riflessione e dell’azione politica.
Un cambio di asse, una rivoluzione copernicana. Non si tratta di un concetto nuovo perché questo movimento che andiamo a presentare e analizzare prende le mosse dalle variegate e rapsodiche riflessioni di Bruno Latour. In particolare, in riferimento al suo libro Dingpolitik. Mentre il primo, sforzo coeso di vari intellettuali, è una provocazione pubblica sul ruolo delle nuove assemblee (spesso anche involontarie) che si vengono a creare nei contesti pubblici del terzo millennio, con Dingpolitik, Latour cambia il raggio d’attenzione di politicanti e ‘politicati’ dalle persone alle cose.
In realtà ancora oggetti, prima che questo cambio di paradigma si avveri.
Se il processo di democratizzazione della partecipazione politica è ancora in fase adolescenziale, secondo il filosofo francese, è dovuto in parte anche al fatto che si sta sbagliando da tempo (dai tempi della famosa Realpolitik, precisamente) il bersaglio dell’azione politica.
Cosa ci sarebbe, infatti, di più ‘reale’ degli oggetti?
Degli oggetti della nostra vita quotidiana, certo, ma anche degli oggetti della nostra mente che produciamo in ogni conversazione che ci capita di affrontare: lealtà, equità, giustizia, legalità, ecologia, eccetera… E ancora: architetture decadenti, piattaforme oscure, luci confuse, ecosistemi distrutti. Ecco che la filosofia politica ha ora il dovere (non banale, va detto) di riconsiderare e prendere in oggetto di studio tutte queste istanze.
Latour opera, o meglio suggerisce, un interessante cambio di prospettiva dell’analisi politica; ma ancor di più, consiglia a noi agenti della realtà di avverare nella pratica questa rivoluzione soffice e collettiva.
Perché nel corso della storia la politica (molto meno ‘real’ di quanto potesse sembrare) è rimasta quasi sempre in silenzio nei confronti dei problemi, concentrandosi più sul descrivere come risolverli o sul costruire vie laterali per sviare i problemi stessi, limitandosi a programmare differenze piuttosto che immaginare rapporti di convivenza, modelli di sopravvivenza e soluzioni inclusive alle domande di pubblico interesse. Da Hobbes ad Habermas, passando per Rousseau, si è programmaticamente eluso il confronto su quale fosse il problema.
Invece, se riuscissimo a introiettare con successo questa trasformazione ne gioverebbe in primis una nuova idea di assemblea costituente, in un periodo storico che ci obbliga a riconsiderare il supporto di nuovi strumenti tecnologici per la partecipazione e lo scambio di idee. Anche perché abbiamo scoperto, nostro malgrado, che lo stesso distanziamento sociale che ha inficiato e inficia la prossimità fisica può al contempo aumentare la socialità e lo spirito di comunità. Dipende, insomma, dalla nostra reazione al problema, più che dal problema stesso.
Ding, in fondo, da un punto di vista semantico, significa certamente ‘cosa’ ma, soprattutto nella tradizione nordica, anche ‘assembramento/assemblea/parlamento’: un luogo, o meglio un iper-luogo di aggregazione e condivisione che riunisca persone altrimenti divise. D’altronde, senza andare troppo in là nel tempo, che cos’è mai la Res di Repubblica se non la ‘cosa’ che unisce, nell’agone comune, le discordie private?
Ricominciare da queste valutazioni sarebbe già un primo passo, specialmente nell’ottica di una neo-globalizzazione digitale, per riallacciare le opposte istanze dell’universalismo e del relativismo politico. Unire le diversità sotto denominatori comuni, garantendo però le unicità che ne caratterizzano tutte le parti rappresentate. Riscrivere, in qualche modo, le tavole di valori politici che ci hanno accompagnati fino a ora, cancellando «…dalla mente i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dalla esperienza…»3.
È (anche) dentro questo solco che s’inserisce la visionaria proposta di Latour, reificata nel cosiddetto ‘vertice parallelo’ – un raduno di studenti e attivisti da tutto il mondo durante la Cop25 di Parigi e in altri momenti affini.
Come afferma lui stesso, parlando del pianeta Terra, «…a forza di cure, si può guarire dalla convinzione che noi non gli apparteniamo, che l’essenziale risiede altrove, che quel che accade al mondo non ci riguardi» 4.
Infine, come ultimo suggerimento per noi tutti, all’alba di questa complessa operazione, dobbiamo ricordarci che siamo entrati di netto nell’era dello spazio diffuso, ossia della simultaneità infinita degli eventi, dove tutto accade ovunque e in ogni momento.
Se il giudizio del politologo Francis Fukuyama, il quale proclamò la ‘fine della storia’ osservando la caduta dell’ultimo mattone del muro di Berlino, era forse troppo severo e altresì impreciso, è però corretto asserire che si è avverata la fine del tempo, in favore di una dittatura dello spazio, dove tutto è ineluttabilmente contemporaneo. E dove è tremendamente difficile (ma al contempo affascinante) scorgere e risolvere le infinite contraddizioni che spettinano la nostra realtà.
Note
- Tecno_Evo. Manuale d’istruzioni per un ventennio sospeso, Agenzia X, 2021.
- Vedi in particolare Bruno Latour, Dingpolitik. Come rendere le cose pubbliche, Postmedia Books, 2011.
- William Shakespeare, Amleto, I. V.
- Bruno Latour, La Sfida di Gaia, Meltemi, 2020.