A Belém siamo giunti al giorno della verità: siamo arrivati a venerdì, la giornata in cui formalmente si dovrebbe concludere COP30, ma i negoziatori sono ancora ben lontani da un accordo sulla Mutirao Decision. La bozza fatta circolare dalla Presidenza brasiliana nella notte di giovedì non accontenta né i Paesi che chiedevano un riferimento esplicito a una roadmap per la transizione dalle fonti fossili, né i Paesi produttori di petrolio e gas. Dal momento che non è stata trovata un’intesa, il vertice proseguirà ad oltranza nel fine settimana. Dopo l’incendio di giovedì pomeriggio – per fortuna senza feriti – e una breve Plenaria informale di venerdì mattina, con l’aggiornamento dello stato dei negoziati da parte del presidente di COP30 André Aranha Corrêa do Lago, sono ripresi frenetici i lavori negoziali.
I fatti salienti
Le nuove bozze sui dossier principali
Oltre al testo del Global Mutirão, diverse altre bozze sono circolate tra le Parti. Nello specifico:
Global Goal on Adaptation (GGA):
- adotta 59 indicatori su 100 per misurare i progressi dei Paesi. È un passo significativo perché molti Paesi, in particolare il Gruppo africano, chiedevano di posticipare la decisione di due anni e di non adottare nessun indicatore senza prima avere garanzie sulla finanza per l’adattamento. Il compromesso trovato consente di avanzare, ma con margini di revisione;
- ribadisce esplicitamente che gli indicatori non creano nuovi impegni finanziari. È una scelta politica deliberata per rassicurare i Paesi che temono un ‘monitoraggio senza soldi’: un rischio reale, dato che l’adattamento è tradizionalmente sottofinanziato;
- istituisce un programma biennale (‘Belém–Addis Vision‘, 2025–2027) per perfezionare gli indicatori. È una concessione ai Paesi che vogliono più tempo e più chiarezza sulla finanza, senza bloccare il processo.
Adaptation Fund:
- mostra progressi procedurali significativi ma lascia irrisolte le questioni politiche più delicate, a partire dalla finanza;
- propone un rafforzamento operativo del Fondo: aumento del tetto massimo per Paese da 20 a 40 milioni di dollari;
- conferma con preoccupazione che il target annuale di 300 milioni di dollari non è stato raggiunto;
- contiene solo un ‘call for efforts’ (‘calls’, tra i verbi più deboli del lessico negoziale) ai Paesi sviluppati per triplicare i finanziamenti entro il 2030 rispetto ai livelli del 2025, e un ‘urge’ a ‘incrementare la traiettoria’ della finanza di adattamento.
Just Transition Working Programme (JTWP):
- istituisce un meccanismo di transizione giusta – un risultato cercato da G77+Cina e dalla società civile, che da mesi promuove il Belém Action Mechanism (BAM).
- elimina il riferimento ai minerali critici presente nelle versioni precedenti, rinunciando alla loro menzione per la prima volta nella storia delle COP.
Loss and Damage Fund:
- conferma un avanzamento rapido nell’operazionalizzazione del Fondo;
- sottolinea che l’approccio rimane bottom-up e country-owned;
- approva il workplan 2026, che include lo sviluppo di un modello operativo di lungo periodo.
Global Stocktake (GST) – UAE Dialogue:
- chiarisce che il dialogo dovrà essere cooperativo, non prescrittivo e rispettoso delle circostanze nazionali;
- affida ai due organi sussidiari (SBSTA e SBI) il compito di organizzare il dialogo e di nominare due co-facilitatori, uno da un Paese sviluppato e uno da un Paese in via di sviluppo;
- apre la partecipazione a un ampio numero di attori che potranno inviare contributi scritti sulle opportunità e le difficoltà incontrate nell’attuare gli esiti del primo GST, con particolare attenzione ai bisogni di finanza, tecnologia e capacity-building;
- incoraggia i Paesi a utilizzare le lezioni emerse per la prossima generazione di NDC.
Una nuova alleanza globale per la transizione dai combustibili fossili
Nella giornata di venerdì, la Colombia – affiancata dall’Olanda – ha annunciato la convocazione della prima Conferenza globale sulla transizione dalle fonti fossili (28–29 aprile 2026 a Santa Marta), come sede intergovernativa complementare all’UNFCCC. L’iniziativa dà seguito alla Belém Declaration, che ha riunito l’appoggio di 40 Paesi per un’agenda strutturata su meccanismi finanziari, commerciali e macroeconomici per l’uscita dai combustibili fossili. 24 di questi Paesi, tra cui Spagna, Messico e Olanda, fanno parte del più ampio gruppo di 82 Paesi che martedì aveva sottoscritto la roadmap globale di transizione dai combustibili fossili. La Ministra colombiana dell’Ambiente Lena Yanina Estrada ha ricordato che ‘questa COP non può chiudersi senza una roadmap chiara, giusta e credibile’, sottolineando che la transizione richiede ‘un phase-out rapido e pienamente finanziato, fondato sulla scienza che da anni dimostra che i combustibili fossili sono la principale causa dietro la crisi climatica’. Molti Stati, tra cui Vanuatu, Tuvalu, Slovenia, Lussemburgo, Spagna e le Isole Marshall hanno espresso un forte sostegno alla dichiarazione, rimarcando che l’inazione sta già compromettendo diritti umani, sicurezza alimentare, autodeterminazione e stabilità economica. La conferenza di Santa Marta mira proprio a questo, diventare il luogo politico dove definire gli strumenti – finanziari, fiscali, commerciali – necessari per accelerare una transizione energetica globale equa e irreversibile.
Si attende un segnale dal G20 a Johannesburg, ma la sedia degli USA resta vuota
In queste ore concitate potrebbe risultare cruciale un segnale da Johannesburg, Sudafrica, dove sta per cominciare il G20. Il summit – ospitato per la prima volta da un Paese africano – forniva un’occasione per rammendare le maglie del multilateralismo e ridefinire gli equilibri globali, ma le varie rinunce hanno fortemente minato la strategia sudafricana. Donald Trump ha fatto sapere che non avrebbe partecipato: l’assenza degli Stati Uniti, oltre a disconoscere ancora una volta la diplomazia dei forum internazionali, pesa ancora di più perché toccherà a Washington ospitare il G20 l’anno prossimo. D’altra parte, non ci sarà nemmeno il Sud Globale a dar manforte a Pretoria: mancheranno Argentina, Cina, Messico, Russia, Arabia Saudita e Turchia. La discussione indebolita dai tanti forfait minaccia di lasciare sul tavolo dossier critici: la crescita economica inclusiva e sostenibile, la resilienza ai cambiamenti climatici e alle catastrofi, il finanziamento delle transizioni energetiche e la strategia riguardo le filiere dei minerali critici.
Ufficiale, firmato l’accordo sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi
Le Parti hanno approvato il testo definitivo relativo all’articolo 6.2 e 6.4 dell’Accordo di Parigi sui mercati del carbonio. Il testo prevede un passaggio di quasi 30 milioni di dollari dal Clean Development Mechanism (CDM) del Protocollo di Kyoto al Meccanismo di Credito dell’Accordo di Parigi (PACM). In particolare, l’adozione delle nuove linee guida segna un passaggio significativo nel percorso di operazionalizzazione dei mercati del carbonio. Il pacchetto approvato offre maggiore chiarezza procedurale, pur rivelando compromessi e limiti che potrebbero incidere sulla credibilità e sulla prevedibilità del sistema. Per il 6.2, i Paesi hanno confermato un approccio meno severo alla gestione delle incoerenze nei report: i team di revisione dovranno spiegare eventuali ‘inconsistencies‘, ma l’obbligo di correggerle resta su base volontaria. Persistono incertezze sulla sostenibilità finanziaria del meccanismo, con la questione rinviata alla sessione SBSTA di Bonn. Sul fronte del 6.4, l’adozione formale dei nuovi standard tecnici rappresenta un passo essenziale verso l’operatività del mercato, così come la conferma della governance del Supervisory Body. Tuttavia, il riferimento ai flussi finanziari da destinarsi all’Adaptation Fund è stato ridotto a una semplice manifestazione di intenti, riducendo la prevedibilità delle risorse.
Le dichiarazioni più importanti
André Corrêa do Lago (Presidente della COP30): «Quando ci troviamo di fronte a una crisi, agiamo uniti». Le prime parole di Corrêa do Lago alla plenaria di venerdì mattina tracciano un parallelo chiaro tra l’incendio del giorno prima e l’istintiva solidarietà che ha unito chi ha vissuto quegli attimi. «Quello che è successo è una riprova del supporto incondizionato condiviso nei momenti di difficoltà: allo stesso modo, in condizioni geopolitiche così complicate, segnate dall’abbandono dell’Accordo di Parigi da parte della prima economia mondiale, noi dobbiamo agire in sincronia e con spirito di cooperazione. Non possiamo essere divisi: se non raggiungiamo una decisione insieme, perdiamo tutti quanti». Ha infine citato il consensus necessario per raggiungere l’intesa: «Lo stesso consenso che adesso esaspera così tante persone è la forza di questo sistema».
Juan Carlos Monterrey Gómez (capo negoziatore di Panama): «Testo così debole da essere quasi offensivo». «Non possiamo negoziare con un testo che non includa un riferimento ai combustibili fossili e a una tabella di marcia per porre fine alla deforestazione. Non possiamo accettare in buona fede un testo che non fissa un obiettivo globale sul finanziamento dell’adattamento», ha detto Monterrey Gómez durante la conferenza stampa sulla Belém Declaration.
António Guterres (Segretario Generale delle Nazioni Unite): «La riunione in corso della COP30 dimostra quanto lavoro ancora debba essere fatto». Il Segretario Generale ONU ha così parlato dei negoziati di Belém al suo arrivo in Sudafrica: «I Paesi non sono riusciti a mantenere le temperature entro il limite di aumento di 1,5°C. La scienza ci dice che un temporaneo superamento di questo limite è ora inevitabile. Dobbiamo renderlo il più limitato e breve possibile. Evitare ulteriore caos climatico significa colmare il gap di adattamento urgentemente. Ciò richiede un enorme aumento dei finanziamenti», ha detto Guterres.