La COP30 si è aperta ieri a Belém, con la presenza di oltre 50.000 partecipanti tra delegati, leader, negoziatori, attivisti, e rappresentanti della società civile, nonostante i problemi logistici e organizzativi che avevano sollevato preoccupazioni nelle settimane precedenti.
I fatti salienti
Approvazione dell’agenda
La presidenza brasiliana è riuscita a scongiurare lo scontro pubblico che sembrava profilarsi sull’adozione dell’agenda della COP30. Nelle prime ore dei lavori, diversi Paesi avevano avanzato proposte per aggiungere nuovi punti di discussione, ma il presidente André Aranha Corrêa do Lago ha annunciato di aver raggiunto un compromesso dopo una serie di consultazioni informali con i capi delegazione. Secondo Corrêa do Lago, i colloqui hanno mostrato «un forte desiderio di un avvio fluido e rapido dei negoziati, capace di creare un clima positivo». L’agenda è stata quindi adottata nella sua versione originale, senza modifiche formali. Per gestire le proposte aggiuntive, la presidenza ha deciso di avviare consultazioni parallele su quattro temi sensibili: i finanziamenti da parte dei Paesi sviluppati e le misure commerciali unilaterali; l’aumento dell’ambizione climatica per mantenere il limite di 1,5 °C; la trasparenza dei dati climatici nazionali. La soluzione di compromesso ha consentito così di avviare i lavori senza ritardi, evitando una frattura nella giornata inaugurale.
Consultazioni presidenziali
Nel pomeriggio brasiliano si sono svolte le prime consultazioni presidenziali convocate per ascoltare le opinioni dei Paesi sui quattro temi sensibili. Il G77 e la Cina hanno ribadito la necessità di avanzare nei lavori, definendo la finanza climatica come la pietra angolare dell’attuazione dell’Accordo di Parigi e richiamando l’Articolo 9.1, secondo cui «i Paesi sviluppati devono fornire risorse finanziarie per assistere i Paesi in via di sviluppo nella mitigazione e nell’adattamento». Il Giappone ha invece sottolineato che l’Articolo 9 è già operativo e che i Paesi sviluppati stanno adempiendo ai propri obblighi, invitando piuttosto le Parti che non l’hanno ancora fatto a presentare nuovi NDC per garantire un’azione collettiva globale. Ha richiamato i paragrafi 9.2 e 9.3, ricordando che le discussioni su commercio e clima sono già in corso presso il WTO e non dovrebbero essere duplicate all’interno della COP. Sulla stessa linea l’Unione europea, che ha ribadito come le questioni commerciali debbano essere trattate solo nei fori appropriati.
Di opinione opposta i Like-Minded Developing Countries (LMDCs), secondo i quali spostare la discussione solo al WTO – un contesto in cui non tutti i Paesi hanno voce – nega la natura collettiva e inclusiva dell’azione climatica. Il gruppo ha sostenuto che finanza e misure commerciali hanno una base giuridica nell’Accordo di Parigi e devono restare nel quadro della COP. Le misure unilaterali, come i dazi sul carbonio, sono state definite «un ostacolo all’equità e all’azione climatica globale». Per l’AOSIS (Alliance of Small Island States), la priorità resta colmare il divario di ambizione rispetto a 1,5 °C, considerato «non solo un imperativo morale, ma un dovere giuridico». Il gruppo ha chiesto una roadmap globale al 2030 e maggiore sostegno per l’adattamento.
Il Gruppo africano ha ricordato che il 90% dei rapporti biennali di trasparenza include componenti sull’adattamento, ma che la mitigazione resta insufficiente per allinearsi all’obiettivo di 1,5 °C. L’AILAC (America Latina e Caraibi indipendenti) si è allineata al G77 e alla Cina, chiedendo che l’attuazione dell’Articolo 9.1 e del nuovo obiettivo collettivo di finanziamento (NCQG) avvenga senza creare nuovi squilibri o discriminazioni tra Paesi. Infine, i Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries, LDCs) hanno valutato l’approvazione dell’agenda come un «segnale positivo», ma hanno ricordato che le risorse disponibili restano insufficienti. Si sono schierati con AOSIS sull’ambizione di 1,5 °C e con l’Africa sull’adattamento, chiedendo di triplicare i fondi dedicati e di garantire un accesso più equo alla finanza climatica.
Le nuove proiezioni confermano l’efficacia dell’Accordo di Parigi
Un grafico diffuso dall’UNFCCC nel primo giorno della COP30 (Figura 1) mostra con chiarezza quanto l’Accordo di Parigi abbia già cambiato la traiettoria globale delle emissioni. Senza l’intesa del 2015, il mondo si troverebbe oggi su un percorso di aumento delle emissioni tra il 20 e il 48% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019. Con l’Accordo di Parigi in vigore, le proiezioni indicano invece una riduzione del 12% delle emissioni globali nel prossimo decennio. Il ritmo del cambiamento resta però troppo lento, e ogni punto percentuale in più di emissioni significa più riscaldamento, più danni e più vite a rischio. Il messaggio è comunque chiaro: la cooperazione internazionale funziona e anche se il sistema multilaterale non ha ancora fatto abbastanza, sta già evitando scenari molto peggiori.

Adattamento al centro dei negoziati
Nel corso della conferenza stampa dei LDCs, i rappresentanti hanno ribadito che l’adattamento deve essere al centro dell’agenda climatica. «La vita si sta perdendo, le migrazioni sono forzate: non possiamo più permetterci di trattare l’adattamento come un’opzione», hanno dichiarato, sottolineando che la resilienza climatica è ormai una questione di sopravvivenza. Proprio in questa prospettiva, la giornata di ieri ha visto nascere un nuovo acronimo destinato a sintetizzare le priorità della COP30: FAFF – Fossils, Adaptation, Finance and Forests. Riprendendo il vecchio ‘FFF’, la nuova sigla aggiunge la A di Adaptation, a segnare l’ingresso definitivo dell’adattamento tra le priorità politiche di questa COP, accanto a mitigazione, finanza e foreste. I quattro pilastri riassumono le sfide centrali della conferenza: uscita dai combustibili fossili, obiettivi di adattamento, roadmap finanziaria e protezione delle foreste tropicali.
Le dichiarazioni più importanti
Simon Stiell, segretario esecutivo dell’UNFCCC, ha sottolineato che «Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa milioni di vite salvate e miliardi di danni economici evitati. Ma dobbiamo muoverci molto più rapidamente, sia nel tagliare le emissioni sia nel rafforzare la resilienza climatica».
Fernando Haddad, ministro delle Finanze del Brasile, ha ricordato che «alla COP30 abbiamo una sfida enorme: non lasciare che la temperatura terrestre superi 1,5 °C». Ha invitato i delegati a «riflettere con serietà su tutte le idee e proposte portate all’attenzione di questa conferenza», sottolineando la necessità di tradurre la cooperazione internazionale in decisioni concrete e tempestive.
Ilana Seid, ambasciatrice e presidente dell’AOSIS, chiedendo l’avvio di un percorso negoziale per concordare azioni concrete che accelerino l’attuazione degli impegni prima del 2030, ha dichiarato: «L’attuale traiettoria del mondo verso la catastrofe climatica è inaccettabile – moralmente, scientificamente e giuridicamente. Per i piccoli Stati insulari non si tratta di tattiche negoziali, ma di sopravvivenza.»
Sônia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni del Brasile, ha affermato: «La sfida più grande è far capire ai leader mondiali l’importanza del ruolo dei popoli indigeni. Non esiste una soluzione alla crisi climatica se non si riconosce il contributo millenario delle comunità originarie nella protezione delle foreste.»