Esiste una correlazione tra l’esposizione a temperature estreme e la sicurezza sul lavoro? Per la prima volta uno studio, realizzato da Giovanni Marin (Dipartimento di Economia, Società, Politica, Università di Urbino Carlo Bo, SEEDS, Fondazione Eni Enrico Mattei) e Aung Tun Oo (Dipartimento di Economia, Società, Politica, Università di Urbino Carlo Bo), affronta questo tema all’interno del working paper dal titolo Sectoral exposure to heat: heterogeneous impacts of extreme heat on workplace accidents in Italy, recentemente pubblicato dalla Fondazione Eni Enrico Mattei1. Utilizzando microdati amministrativi relativi agli incidenti sul lavoro denunciati nel periodo 2018-2024, con informazioni relativa al settore di occupazione, giorno e provincia della sede di lavoro, è stato esaminato come i diversi livelli di esposizione al calore durante le ore di lavoro abbiano provocato impatti nei diversi settori dell’economia italiana, con l’obiettivo di fornire evidenze a sostegno di normative per la sicurezza dei lavoratori sempre più stringenti e mirate, visto l’aumento negli ultimi anni della frequenza e della gravità degli eventi di calore estremo causato dal cambiamento climatico.
Lo scenario europeo
Attualmente l’Europa è il continente che sta registrando il riscaldamento più rapido, con temperature aumentate a un ritmo doppio rispetto alla media globale dagli anni Ottanta. Solo nel 2022, le ondate di calore hanno causato oltre 18.000 decessi in Italia, oggi al terzo posto in Europa per mortalità legata a eventi di calore estremo. Inoltre, si prevede che disturbi come colpi di calore, crampi ed eruzioni cutanee aumenteranno in frequenza e intensità a causa delle ondate di calore. Le elevate temperature compromettono le capacità cognitive e fisiche dei lavoratori, causando affaticamento e una minore coordinazione; una condizione che a sua volta accresce la probabilità di incidenti e infortuni. Oltre ai rischi per la salute, si prevede che lo stress da calore in ambito lavorativo avrà un impatto finanziario significativo, con perdite per la produttività globale che potrebbero superare i 2,4 trilioni di dollari entro il 2030.
Dati e metodologia
L’analisi di Marin e Oo si concentra sul periodo maggio-settembre, poiché in questi mesi si registrano gli eventi più critici di caldo estremo nel nostro Paese. Lo studio prende in considerazione tre tipologie di dati: in primo luogo quelli relativi agli infortuni sul lavoro. Si tratta di dati a livello di evento forniti dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), che coprono circa il 75-80% del totale della forza lavoro (restano esclusi, per esempio, forze dell’ordine, militari giornalisti, vigili del fuoco). I dati includono la data dell’infortunio, il settore economico in cui opera il lavoratore, la provincia e parametri di gravità, quali decessi, invalidità permanenti (handicap) e giorni di assenza dal lavoro. In secondo luogo, i dati meteorologici: le temperature massime giornaliere dell’aria e un indicatore che considera congiuntamente temperatura e umidità quali fattori di stress termico (Wet Bulb Globe Temperature – WBGT) sono stati ricavati dal dataset E-OBS di Copernicus2, il programma dell’Unione europea per l’osservazione satellitare della Terra. Infine, i parametri di esposizione al calore: dal momento che i dati sugli infortuni raramente includono la professione specifica di chi li subisce, gli autori hanno sviluppato alcuni indicatori di esposizione a livello settoriale. In particolare, hanno impiegato la Classificazione Italiana delle Professioni (Istat CP-2013) per misurare l’esposizione della manodopera impiegata in diversi settori in base a tre dimensioni: lavoro in ambienti chiusi controllati (per esempio climatizzati); lavoro all’aperto in tutte le condizioni atmosferiche; esposizione a temperature estreme calde o fredde.
Le principali evidenze dello studio
Se si considera l’economia italiana nel suo complesso, l’impatto medio del caldo estremo sugli infortuni sul lavoro risulta essere trascurabile o debole. Questo perché prendere in esame solo le medie nazionali può non far emergere i rischi significativi presenti in alcuni settori specifici.
Lo studio rileva infatti una significativa eterogeneità dei risultati sulla base delle condizioni di lavoro dei differenti settori. Per i lavoratori dei settori altamente esposti (quelli che lavorano all’aperto o esposti a temperature estreme), si registra un forte aumento della frequenza e della gravità degli incidenti quando le temperature superano il valore di riferimento (22-24°C). Nel dettaglio:
- Frequenza degli incidenti: nei gruppi più esposti, il numero totale di incidenti raggiunge il picco tra i 34°C e i 36°C, con fino a 3,5 incidenti in più per milione di lavoratori rispetto al valore di riferimento.
- Gravità delle lesioni: temperature più elevate comportano lesioni più gravi, che richiedono risarcimenti e periodi di assenza dal lavoro prolungati. I giorni di assenza crescono di circa 1,5 per milione di lavoratori in condizioni di calore estremo.
- Handicap: il rischio di incidenti che provochino invalidità permanente aumenta anche fino a 1,5 per milione di lavoratori nelle fasce di temperatura più elevate. A conferma che il calore intenso è un fattore che non solo causa più infortuni, ma provoca anche infortuni con conseguenze più severe.
All’opposto, i lavoratori che operano in ambienti interni controllati godono di un livello di protezione piuttosto elevato. In particolare, lo studio ha rilevato una riduzione della gravità degli incidenti per i lavoratori che operano in ambienti interni all’aumentare della temperatura, grazie alla diminuzione della temperatura dell’ambiente di lavoro garantita dall’ambiente chiuso e, in molti casi, dalla presenza di dispositivi di climatizzazione.
È importante sottolineare che la ricerca mostra che il caldo estremo da solo non è responsabile dell’aumento degli incidenti mortali sul lavoro, che sono rimasti statisticamente invariati in tutti i gruppi durante i periodi di caldo intenso. In alcuni settori si è anche registrata una leggera riduzione degli incidenti nella fascia di temperatura più alta (>36°C). Secondo gli autori, questo dato indica che sono state messe in atto misure di prevenzione, come per esempio la riduzione intenzionale dell’utilizzo della manodopera o il divieto di lavoro disposto da decreti delle amministrazioni locali nei giorni più caldi per prevenire possibili effetti negativi sulla salute.
Per assicurare l’accuratezza dei risultati, i ricercatori hanno eseguito diversi controlli di robustezza: per verificare che la selezione del modello statistico non abbia influenzato i risultati, è stato utilizzato uno stimatore Poisson Pseudo Maximum Likelihood (PPML). Sebbene i risultati relativi agli effetti eterogenei tra settori con diversa esposizione siano coerenti con le principali evidenze, questo approccio alternativo ha confermato che l’associazione positiva tra temperature elevate e infortuni sul lavoro è, in media, debole. Inoltre, è stato eseguito un controllo relativo alle festività: escludendo i fine settimana e le feste più importanti, tra cui Ferragosto, sono stati minimizzati ulteriormente gli errori. Infine, dal punto di vista dei fattori ambientali, si è verificato che i risultati ottenuti impiegando l’indice WBGT, che tiene conto dell’umidità e della velocità del vento, fossero coerenti con l’analisi basata esclusivamente sulla temperatura dell’aria.
Indicazioni di policy
A partire da questi risultati, i policy maker sono chiamati a dare priorità all’implementazione di misure specifiche per proteggere i lavoratori che incontrano maggiore rischio di essere colpiti dallo stress da calore, con particolare attenzione al luogo di lavoro, piuttosto che all’aggiornamento delle normative generali del lavoro. L’attuazione di provvedimenti che limitino tutte le attività lavorative in tutti i settori nei giorni molto caldi, infatti, comporterebbe costi molto elevati in termini di riduzione della produzione e della produttività, poiché a causa del cambiamento climatico si prevede che la frequenza dei giorni molto caldi in Italia aumenterà. Sarebbe invece opportuno adottare provvedimenti selettivi incentrati unicamente sui lavoratori più vulnerabili che lavorano all’aperto e sono maggiormente esposti alle alte temperature. Tra le pratiche di sicurezza raccomandate, pause di raffreddamento obbligatorie e orari di lavoro flessibili nei giorni in cui si verificano ondate di calore; fornitura di attrezzature ad hoc; maggiore accesso all’idratazione e a luoghi di riposo ombreggiati; aumento degli spazi verdi che circondano le aziende e nelle aree urbane per ridurre l’esposizione al calore. Anche a livello legale, i decisori pubblici sono chiamati a migliorare i quadri giuridici per l’applicazione di misure di gestione dello stress da calore e la sensibilizzazione sia dei datori di lavoro sia dei dipendenti sui rischi legati alla temperatura. Alla luce delle conseguenze del cambiamento climatico, sarà infine indispensabile includere in modo proattivo misure di adattamento nelle politiche relative alla salute sui luoghi di lavoro al fine di proteggere gli operatori più esposti e garantire condizioni di lavoro sicure e sostenibili.
Note
- G. Marin e A. Tun Oo, Sectoral exposure to heat: heterogeneous impacts of extreme heat on workplace accidents in Italy, Feem Working Papers, 28/2025, in: https://www.feem.it/publications/sectoral-exposure-to-heat-heterogeneous-impacts-of-extreme-heat-on-workplace-accidents-in-italy/
- E-OBS daily gridded meteorological data for Europe from 1950 to present derived from in-situ observations, in: https://cds.climate.copernicus.eu/datasets/insitu-gridded-observations-europe?tab=overview