La costruzione di infrastrutture per l’energia può costituire un elemento in grado di influenzare la conflittualità interna alle comunità locali, e in particolare di quelle rurali. Lo afferma uno studio realizzato da Raphael Corbi (Università di São Paulo), Chiara Falco (Università degli Studi di Milano), Luca J. Uberti (Università degli Studi di Milano-Bicocca), dal titolo Dams and Rural Conflict: Evidence from Brazil’s Hydropower Expansion, pubblicato nella serie dei FEEM Working Papers.
Scopo della ricerca è stato quello di analizzare come la costruzione di dighe idroelettriche in Brasile sia stata un fattore in grado di influire sul numero di episodi di violenza e sui disordini sociali in un periodo di tempo compreso tra il 2002 e il 2022. Gli autori hanno evidenziato come nel Paese sudamericano progetti infrastrutturali su larga scala abbiano provocato un aumento temporaneo delle occupazioni abusive di terre agricole, di nuove controversie relative all’uso dell’acqua e, addirittura, di omicidi.
Questi reati si registrano in particolar modo durante la fase di costruzione dell’opera ed in contesti caratterizzati da diritti di proprietà deboli e fragilità istituzionale. I conflitti causati dai grandi progetti idro-elettrici possono essere in gran parte riconducibili ai fenomeni di sfollamento forzato di intere comunità e al degrado ambientale delle risorse naturali comuni. Più nello specifico, l’incremento degli episodi di violenza si è concentrato nelle aree in cui i diritti di proprietà non sono mai stati definiti con precisione, con esternalità negative che sono ricadute su piccoli proprietari terrieri che vivono grazie all’agricoltura di sussistenza.
Idroelettrico e crescita economica del Brasile
A partire dal 1945, lo Stato brasiliano ha fortemente investito sulle infrastrutture energetiche come mezzo per integrare le regioni periferiche e per promuovere l’industrializzazione del Paese. Questa politica ha subito un’accelerazione negli anni 2000, quando ha preso il via il Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), attraverso il quale sono stati finanziati progetti imponenti, come le dighe di Belo Monte e di Jiraù. Attualmente l’energia idroelettrica costituisce la quota maggiore della produzione elettrica brasiliana (circa il 60%); il processo di concessione delle licenze è ancora molto centralizzato e lascia poco margine alla negoziazione tra Stato e comunità locali.
Spesso la costruzione di dighe idroelettriche richiede espropri su larga scala per liberare lo spazio necessario per i bacini idrici, un processo che porta a sfollamenti forzati. Sebbene la legge brasiliana preveda un risarcimento per chi è costretto ad abbandonare le proprie terre, spesso gli indennizzi subiscono ritardi nella loro erogazione; inoltre, in genere, ne restano esclusi coloro che non dispongono di titoli legalmente validi sui terreni in oggetto. Oltre a ciò, occorre considerare la struttura fondiaria del Brasile, storicamente iniqua (il coefficiente di Gini della proprietà terriera pari a 0,857) e oggetto di contestazione da parte di gruppi come il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST – Movimento dei lavoratori senza terra) e il Movimento dos Atingidos por Barragens (MAB – Movimento delle persone colpite dalle dighe).
Dati e metodologia
Per individuare il nesso causale tra la costruzione delle dighe e i conflitti rurali, i ricercatori hanno preso in considerazione tutti i 5.574 Comuni brasiliani e 163 dighe idroelettriche. Utilizzando un modello a doppia differenza (DiD), sono stati confrontati 115 Comuni in cui la costruzione della diga è iniziata durante il periodo in esame con un gruppo di controllo di 548 Comuni, del tutto comparabili dal punto di vista geografico e idrogeologico, in cui i progetti infrastrutturali sono stati approvati o studiati ma mai effettivamente realizzati. La ricerca poi si è concentrata su tre esiti conflittuali:
- Occupazioni abusive di terre agricole, ovvero azioni collettive volte a far rispettare la funzione sociale della terra prevista dalla Costituzione brasiliana.
- Conflitti idrici, ovvero atti di resistenza collettiva contro il degrado del patrimonio idrico, l’appropriazione privata di fonti e risorse idriche, o la vera e propria costruzione di dighe.
- Omicidi (utilizzati come misura dell’intensità dei conflitti).
Le principali evidenze dello studio
Lo studio ha messo in luce tre evidenze fondamentali relative alla tensione tra la modernizzazione guidata dall’alto e i conflitti locali. In primo luogo, la natura temporanea degli episodi di violenza. Infatti, il forte aumento dei conflitti a livello locale si è concentrato quasi esclusivamente nella fase di costruzione delle dighe. In particolare, le invasioni di terreni raggiungono un picco nel primo anno di implementazione del progetto, quando le popolazioni sono state sfollate a causa delle espropriazioni. I conflitti idrici, invece, seguono una traiettoria più lenta, raggiungendo il picco circa tre anni dopo l’inizio della costruzione, quando già si sono verificate inondazioni e possibilmente danni ecologici.
Una volta che le dighe entrano in funzione, non si registrano più episodi di violenza: ciò sembra dunque suggerire che i conflitti siano causati dal processo di sfollamento delle popolazioni locali e dalla mancanza di indennizzi economici, piuttosto che dall’ostilità delle comunità nei confronti dell’infrastruttura stessa.
In secondo luogo, i risultati evidenziano l’effetto di scala delle dimensioni del progetto: l’entità dei conflitti risulta direttamente proporzionale alle dimensioni dell’infrastruttura. Le grandi dighe e i megaprogetti (quelli nel quartile superiore della capacità ≥ 89 MW) hanno una probabilità doppia rispetto ai progetti più piccoli di provocare conflitti. Inoltre, solo i grandi progetti hanno dato luogo a casi di violenza più estrema: nel mezzo della costruzione della diga, nei Comuni coinvolti in megaprogetti, i tassi di omicidio sono aumentati di circa il 50% rispetto ai livelli precedenti. Il dato rimane valido anche escludendo progetti eccezionali per dimensione come quello Belo Monte.
Infine, lo studio evidenzia come certe precondizioni istituzionali possano mediare gli effetti negativi. La costruzione di dighe può alimentare i conflitti locali solo nei casi in cui le esternalità ricadano sui piccoli proprietari terrieri e sugli agricoltori di sussistenza, la cui sopravvivenza dipende dall’accesso alle risorse comuni. Non si riscontra alcun effetto nei comuni dominati da grandi latifondi, dove le élite possiedono diritti di proprietà formali più forti, oltre che la capacità politica per negoziare risarcimenti ad hoc o influire sulla progettazione delle infrastrutture.
I conflitti si concentrano dunque nelle aree caratterizzate da una disuguaglianza fondiaria inferiore alla media – ovvero regioni con una quota significativa di piccoli proprietari (che in Brasile sono tradizionalmente la base politica di movimenti quali l’MST), e in cui sono presenti grandi terreni pubblici (foreste e pascoli) soggetti ai danni causati dai bacini e dagli sbarramenti idrici.
Conclusioni
La ricerca arricchisce la letteratura scientifica sulle infrastrutture e sulle risorse naturali e per la prima volta identifica a livello causale l’impatto della costruzione di dighe sui conflitti violenti, utilizzando dati nazionali. Lo studio evidenzia come, sebbene le dighe apportino innegabili esternalità positive per la crescita economica del Brasile, esse possano provocare anche “shock” in grado di destabilizzare le comunità rurali, quantomeno a livello locale. Ciò avviene quasi esclusivamente in contesti di fragilità istituzionale.
Secondo gli autori, alla base dei conflitti c’è il fallimento dello Stato nella gestione della riallocazione delle risorse. La natura temporanea degli episodi di violenza infatti sembra suggerire che non si tratti di un’esternalità intrinseca a progetti relativi all’energia idroelettrica, ma di una conseguenza dell’incapacità dello Stato di gestire efficacemente il risarcimento degli individui più vulnerabili in seno alle comunità locali. Le stesse dinamiche destabilizzanti potrebbero infatti applicarsi ad altri investimenti pubblici ad alto utilizzo di suolo, come per esempio l’estrazione di risorse minerarie.