Che clima c’è dopo la Cop28

Arrivano molti spunti di riflessione dalla Cop28 di Dubai: sul ruolo dei Paesi produttori di fonti fossili e su quello dei Paesi consumatori, sulla volontà di crescita dei Paesi in via di sviluppo e sulle speranze legate alle tecnologie.

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Marzio D. Galeotti, Alessandro Lanza

Data

8 Gennaio 2024

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7' di lettura

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8 Gennaio 2024

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Chi produce petrolio e chi lo consuma

Dicono che l’Accordo di Parigi sia stato propiziato dall’enciclica papale Laudato Si’. L’esito finale della Cop28 appena terminata sarebbe stato forse assai più ambizioso se Papa Francesco non fosse rimasto bloccato a Roma per motivi di salute. Quella di Dubai sarebbe stata la prima Cop a ospitare un Papa – attualmente è il più grande testimonial e amico della lotta ai cambiamenti climatici – che veniva a perorare la causa in un Paese che è uno dei principali produttori ed esportatori di petrolio. E forse la gradualità del transition away sarebbe diventata un impegno più netto e deciso sui combustibili fossili.

Mentre ci auguriamo che Papa Francesco possa partecipare in futuro, visto il bisogno di Cop assai più ambiziose e risolutive, vale la pena fare qualche riflessione su quella appena conclusasi.

Diciamo subito che, nonostante l’inciampo mediatico della famosa intervista con il passaggio scettico-negazionista sul nesso fonti fossili–riscaldamento globale e l’inopportunità di mettere a presiedere la Cop il capo di una compagnia petrolifera nazionale, non vi è nulla di male o di strano nel fatto che un Paese ricco di idrocarburi ospiti una conferenza sul clima. Queste nazioni rappresentano un pezzo di mondo da cui tutte le altre oggi dipendono. Nei Paesi occidentali – e tra i puristi ovunque diffusi – spesso si dimentica che il cittadino saudita, emiratino e qatarino nasce sapendo che la fonte del proprio benessere, presente e futuro, si trova sotto i suoi piedi. Parimenti, ci si dimentica che le emissioni di gas serra sono generate dalle fonti fossili di chi le consuma, non di chi le produce e vende. I responsabili non sono loro, i produttori, ma noi, i consumatori.

Naturalmente, queste affermazioni andrebbero qualificate tenendo conto, tra l’altro, degli aspetti di comportamento strategico dei Paesi produttori volto a influenzare i prezzi e senza dimenticare che su base pro capite sono tra i maggiori emettitori. Se però ci è consentito un parallelo cupo, non si possono perseguire i pusher senza avere prima disintossicato i consumatori. La cura, in questo caso, si chiama cambiamento di abitudini, comportamenti, scelte a livello individuale e di intere organizzazioni, indotto principalmente da precise politiche e finalizzato alla diversificazione delle fonti energetiche e alla riduzione dei consumi a parità di servizio energetico. Parliamo dunque di tecnologie carbon free o low carbon e di risparmio ed efficienza energetica.

La posizione dei Paesi in via di sviluppo

Vi è poi il terzo pezzo di mondo: i Paesi in via di sviluppo privi di risorse energetiche. Anche qui troppo spesso ci si dimentica che queste nazioni hanno un’unica suprema aspirazione: crescere, poi crescere e crescere ancora per uscire dalla povertà e per migliorare il proprio tenore di vita. Sanno che non si può crescere senza l’energia, che è l’energia di oggi e non quella di domani. Solo così si spiega il fatto che ancora oggi, nonostante le tante Cop, l’80 per cento dei consumi mondiali sono di origine fossile e che la ‘transizione fuori dalle’ (transition away) fonti fossili può essere solo graduale.

Questo ci porta a una prima considerazione generale. Non vi saranno Cop davvero efficaci, e quindi di successo, se non riusciremo a convincere i Paesi del ‘Global South’ che è possibile coniugare la crescita economica con la riduzione delle emissioni. Per questo, l’esempio del decoupling realizzato dalla Unione europea a partire dal 1990 è cruciale. Se l’Europa deve fare ancora di più, l’esempio più importante deve venire da un grande emettitore come gli Usa, che invece non fanno con diligenza i propri compiti a casa.

A fianco dell’azione dimostrativa, ce n’è un’altra altrettanto fondamentale: l’azione finanziaria per un nuovo vasto programma che sostituisca, riassuma e reindirizzi tutti quelli esistenti che possiamo chiamare di ‘aiuto allo sviluppo pulito’. Qui le responsabilità di promettere tanto e fare poco sono tutte nostre, anche se spesso non è facile realizzare investimenti mirati in Paesi dove lo stato di diritto non è ancora solido e dove non vi sono spesso sufficienti garanzie che i fondi siano utilizzati per i loro fini e non per arricchire gruppi interessati.

Le tecnologie pulite

La seconda considerazione riguarda il ruolo delle tecnologie pulite. Data la situazione del clima, appare sempre più chiaro che non ci possiamo più permettere di escludere a priori certe tecnologie, che palesemente certi paesi non hanno alcuna intenzione di lasciare da parte. Noi occidentali continuiamo correttamente a ritenere che la strada maestra della riduzione delle emissioni passa per le fonti rinnovabili, sfruttate da tecnologie ormai competitive quanto a costi, ma non prive di controindicazioni. È però necessario riconoscere o rivalutare il ruolo del nucleare, da un lato, e la cattura e confinamento geologico del carbonio (Ccs o carbon capture and sequestration) dall’altro. Si legge che un raddoppio dell’attuale capacità nucleare nel mondo (circa 400 reattori in attività) sarebbe in grado di garantire il contenimento dell’aumento della temperatura a +1,5°C. Se è vero, possiamo realisticamente permetterci di lasciare da parte questa tecnologia? Chi scrive è da tempo scettico sulla percorribilità dell’opzione alle nostre latitudini, in paesi che il nucleare non l’hanno, ed è pienamente consapevole che il vero nemico della fissione nucleare oggi sono i costi e i tempi di realizzazione. Ma la situazione del clima peggiora di ora in ora.

Lo stesso dicasi per il cosiddetto Ccs. Può non piacerci, può non essere ambientalmente sicuro (secondo alcuni, non secondo altri), può non essere immediatamente sfruttabile. Ma, ancora una volta, ripensando ai pezzi di mondo di cui spesso ci dimentichiamo, vi sono Paesi ricchi di fonti fossili che pensano di potere coniugare l’attività di estrazione e vendita di petrolio, carbone e gas con la riduzione delle proprie emissioni proprio catturando il carbonio che i loro consumi energetici generano e confinarlo nel sottosuolo di distese desertiche poco popolate, dove non mancano bacini dalle caratteristiche morfologiche richieste. Questo spiega l’aggettivo unabated della locuzione phasing out of unabated fossil fuels, che ha ballato a lungo sul tavolo negoziale. A quell’aggettivo i Paesi suddetti non avrebbero mai rinunciato.

Le tecnologie del futuro

Sullo sfondo infine cominciano a delinearsi sempre più chiaramente le future tecnologie che potremmo chiamare ‘risolutive’ o ‘estreme’. Alludiamo in particolare alla fusione nucleare, dopo i recenti passi avanti che fanno sperare in possibilità più ravvicinate di utilizzo di una tecnologia che sarebbe senza ombra di dubbio largamente risolutiva. Dall’altro lato, si è smesso di parlare sottovoce nei ristretti circoli scientifici e si comincia a pronunciare apertamente l’espressione solar geoengineering o modifica ingegneristica del clima (Srm o solar radiation management), quell’insieme di opzioni che permettono di deflettere le radiazioni solari verso l’esterno evitando che colpiscano la Terra senza essere sufficientemente rifratte causa effetto serra umano. Si tratta di un’ipotesi irta di problemi non solo di natura tecnica, ma è significativo che l’Economist del 22 novembre scorso vi abbia dedicato spazio (non è la prima volta per la verità) sostenendo che il Srm sta diventando un’idea ‘rispettabile’.

Tutto questo è dettato da un senso di crescente urgenza e di frustrazione per la lentezza e l’insufficienza dei processi decisionali di fronte all’accelerazione del cambiamento del clima. È sempre più chiaro che il problema non è più il ‘se’ – il processo si è da tempo messo in moto a tutti i livelli in maniera irreversibile – ma il ‘quando’ Bisogna fare ogni sforzo per allineare i tempi dell’azione umana con i tempi della natura. E qui la nostra terza e ultima riflessione.

Il ruolo della diplomazia

Il linguaggio della diplomazia spesso convoluto e poco chiaro ai più definisce accordi come quello della Cop28 come un esempio di ‘ambiguità costruttiva’. Significa che tutti i partecipanti sono in grado di sostenere di aver ottenuto un piccolo pezzo del trofeo della vittoria, sebbene non appartenga per intero a nessuno. Cioè: se due parti (due nazioni) si trovano di fronte a un vicolo cieco senza possibilità di raggiungere un accordo pienamente soddisfacente per entrambe, le stesse – che per ragioni diverse non potrebbero permettersi di tornare a casa con un fallimento – possono mettere da parte il tentativo di un accordo globale e cercare, usando le parole giuste ma manifestamente ambigue, di posporre la decisione a un tempo che verrà. L’importante è che queste posizioni siano quanto più possibili aperte a soluzioni future, nel tempo che verrà. È il caso del transition away, il nuovo mantra che potremmo chiamare più semplicemente via di fuga dalle fonti fossili.

Quanto poi all’efficacia dello strumento delle Cop, al netto delle esigenze e del modus operandi della diplomazia, molti – noi compresi – hanno da tempo espresso critiche e riserve. Le Cop rappresentano il giusto luogo dove ognuno può far sentire la propria voce – un diritto di ogni Paese, che non può essere tolto o limitato. Moltissimi sono poi i temi che è necessario trattare, come mostrano anche le conclusioni di questa Cop, spaziando dall’adattamento alle emissioni di metano, dalla finanza al loss and damage, dallo scambio dei diritti di emissione all’efficienza energetica. Ma inevitabilmente il processo si incaglia sull’unico vero tema, quello della riduzione delle emissioni di gas serra, che è il cuore del negoziato. Se l’Accordo di Parigi fu propiziato da un’intesa bilaterale tra Barack Obama e Xi Jinping a Pechino nel novembre 2014, pare che anche questa volta sia stato l’attivismo dell’inviato di Joe Biden sul clima, John Kerry, d’intesa con il suo omologo cinese Xie Zhenhua, a favorire l’epilogo positivo della conferenza.

Viene allora da domandarsi se non sia giunto il momento di ‘sfilare’ (anche se non è un termine elegante) la mitigazione alla Cop e farne il tema di un negoziato più diretto tra i quattro maggiori Paesi per emissioni (totali) che sono la Cina, gli Stati Uniti, l’Unione europea (a una voce sola) e l’India. Nel 2022 questi Paesi, con Russia e Brasile, sono stati responsabili del 61,6 per cento delle emissioni globali di gas serra, avendo il 50,1 per cento della popolazione mondiale, il 61,2 per cento del prodotto interno lordo globale e il 63,4 per cento dei consumi di combustibili fossili. L’esperienza delle Cop suggerisce che solo quando c’è stato un confronto preventivo tra queste grandi potenze si è riusciti a portare a casa qualcosa di significativo e concreto. Vediamo infatti che anche quando il confronto può essere duro su altri fronti, come quello economico-commerciale, qualche risultato su un problema globale come il cambiamento climatico si può ottenere. Da questi Paesi deve venire anzitutto la leadership, l’azione, l’esempio, prima che sia troppo tardi.

L’articolo è apparso su ‘Lavoce.info’ del 15 dicembre 2023.

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