Il mammut torna a esistere?

Autore

Marco Garbin

Data

30 Ottobre 2026

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5' di lettura

DATA

30 Ottobre 2026

ARGOMENTO

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Il cinema, da Jurassic Park a L’era glaciale, ha sedimentato nell’immaginario collettivo un’estetica della megafauna preistorica definita dalla maestosità e dal terrore dei grandi organismi scomparsi. Quella che un tempo appariva come una speculazione confinata alla pura celluloide sta oggi migrando verso i domini della tecnica biologica avanzata e vede nella Colossal Biosciences l’istituzione capofila di una rivoluzione che intende scardinare il dogma dell’irreversibilità della morte. L’impresa fondata dal genetista di Harvard George Church e dall’imprenditore Ben Lamm mira a superare i confini della biologia tradizionale per riportare nel presente creature che sembravano perdute per sempre. 

La frontiera della Colossal Biosciences tra ingegneria e visione

La missione perseguita dall’istituzione capofila si manifesta con una natura che appare tanto scientifica quanto profondamente programmatica. Se il Mammut lanoso e il Dodo hanno rappresentato i vessilli iniziali di questa complessa operazione tecnologica, il 2026 ha segnato l’ingresso monumentale del Moa della Nuova Zelanda nel novero delle specie candidate alla rinascita. Questo nuovo progetto beneficia del patrocinio di Peter Jackson e assume una valenza simbolica che unisce la cultura nazionale neozelandese alla ricerca di punta. Tuttavia, il percorso verso la de-estinzione è caratterizzato da numerose incertezze metodologiche che sono emerse chiaramente nel 2025 durante la sperimentazione sul Canis dirus. In quell’occasione la manipolazione del genoma del lupo grigio ha suscitato un plauso mediatico travolgente che si è scontrato con lo scetticismo del mondo accademico. Risulta dunque complesso stabilire se la comunità scientifica si trovi di fronte a una autentica rinascita biologica e il sospetto che l’innovazione tecnologica sia, in parte, ancella di un marketing sapiente permane, sollevando il dubbio se questi animali siano reali rinascite o meri simulacri fenotipici destinati a contesti commerciali di alto profilo. 

L’ ontologia del mammut: essenza o apparenza?

Il nodo cruciale della questione è ontologico: possiamo davvero parlare di Mammut?

Il processo tecnico si fonda sull’impiego della tecnologia CRISPR per modificare il genoma dell’elefante asiatico. Attraverso l’inserimento di tratti specifici desunti dai reperti fossili come la resistenza alle temperature rigide e il folto pelame si ottiene un embrione che deve  necessariamente avere una gestazione da una specie differente. Questa aporia suggerisce che un essere dotato solo di una frazione di DNA antico e inserito in un ecosistema contemporaneo possa non corrispondere affatto all’animale originale. L’individuo biologico non deve essere considerato esclusivamente come il prodotto del proprio codice genetico ma anche come il risultato delle interazioni costanti con il proprio ambiente di riferimento. Il mammut rigenerato nel XXI secolo si troverebbe a interagire con un microbioma radicalmente mutato e con patogeni che hanno avuto una evoluzione durante la sua assenza millenaria. Senza la fondamentale trasmissione culturale intergenerazionale e privo del contesto ecologico del Pleistocene l’animale “Lazzaro” rischia di trasformarsi in un alieno nella propria terra che ricalca solo superficialmente un originale ormai irrecuperabile. 

Un dilemma di priorità: restaurazione o conservazione?

Oltre alle riflessioni sulla natura dell’essere si impone una valutazione etica relativa all’allocazione delle risorse economiche e scientifiche. La Colossal Biosciences sostiene che il ritorno del mammut potrebbe favorire l’omeostasi delle regioni artiche contrastando il rilascio di gas serra attraverso la pressione meccanica degli zoccoli sul suolo perennemente gelato. Risulta tuttavia necessario domandarsi se sia giustificabile investire capitali immensi nella creazione di poche specie dotate di grande carisma mediatico quando le medesime risorse potrebbero garantire la sopravvivenza di centinaia di specie attualmente sull’orlo dell’estinzione. La de-estinzione si configura dunque come una sfida prometeica e come una dimostrazione di potenza tecnologica che rischia di confondere la tutela della biodiversità con la sua spettacolarizzazione. Se la scienza contemporanea permette di riscrivere i capitoli del passato la saggezza umana dovrebbe imporre di privilegiare la preservazione urgente e nobile del presente biologico.

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