
Il disordine mondiale. Stati Uniti, Cina e il nuovo capitalismo (Branko Milanovic, Editori Laterza, 2026 € 24,00; in originale, Allen Lane, 2025) parte da tre curve di distribuzione dei redditi e arriva a delineare una teoria del potere. Analizzando le strutture distributive del reddito su scala mondiale del 1988, 2008 e 2018, Milanovic giunge a concludere che queste ridistribuzioni della ricchezza globale misurano il più grande rimescolamento di posizioni individuali dalla Rivoluzione Industriale 1.
Nel 1988 i redditi del pianeta si addensavano in due punti lontani, poco oltre i 500 dollari a parità di potere d’acquisto e sopra i 10.000 dollari, separati da un deserto demografico. Il contadino asiatico e il salariato occidentale abitavano mondi che nessuna scala comune metteva in relazione. Vent’anni dopo il vuoto si riempie e la distribuzione trova un centro solo, poco sopra i 1.000 dollari.
Nel 2018 la moda si sposta oltre i 3.000 dollari e la curva assume una forma quasi log-normale, che sull’asse logaritmico appare come una campana quasi simmetrica. Sull’intero trentennio la quota di popolazione mondiale sotto i 1.000 dollari l’anno scende da oltre un terzo a poco più di un ottavo e il Gini globale arretra da 69 a 60 punti.
Il ceto medio esiste per la prima volta su scala planetaria e resta povero secondo i parametri dell’Occidente politico. La mediana mondiale del 2018 vale 3.600 dollari contro i 18.500 dell’Occidente: in Europa chi si percepisce middle class siede in realtà nel decile più ricco del pianeta.

Fonte: B. Milanovic, The three eras of global inequality, 1820–2020 with the focus on the past thirty years, «World Development», 177, 2024. Ricostruzione grafica della figura pubblicata in “Il disordine mondiale”, Laterza, 2026, p. 35.
Branko Milanovic studia da trent’anni la disuguaglianza su due scale, dentro i singoli Paesi e fra cittadini del mondo. È senior scholar allo Stone Center on Socio-Economic Inequality della City University of New York e visiting professor all’International Inequalities Institute della LSE, dopo vent’anni di ricerca alla Banca Mondiale.
Il nesso fra le due scale è il cuore del libro, perché la nuova classe media mondiale e l’assottigliarsi di quella occidentale sono lo stesso fenomeno visto da due lati. Il cinese urbano di reddito mediano è salito dal 50esimo al 70esimo percentile mondiale, quello rurale dal 15esimo al 43esimo, con redditi reali cresciuti oltre l’8% l’anno fra 2008 e 2018 contro il 2% scarso di Stati Uniti e Germania; l’India ripete ora il percorso. Quando centinaia di milioni di persone risalgono la graduatoria, qualcun altro la discende: fra 1988 e 2008 il ceto medio dell’Occidente politico, che occupa la fascia fra l’80esimo e il 90esimo percentile mondiale, è rimasto quasi fermo in termini reali, mentre il 10% più povero dei cittadini italiani è arretrato di venti posizioni globali e quello statunitense di sette.
Qui sta la contraddizione interna del modello. L’unipolarismo neoliberale globale, codificato nel Washington Consensus2 e legittimato dalla “fine della storia” di Fukuyama, prometteva benessere crescente proprio a quel ceto medio protagonista di un’ascesa nel benessere che si dava come l’unico assetto immaginabile, una versione di mercato dell’ “uomo a una dimensione” di Marcuse. Il beneficio però è andato altrove: in Asia, grazie alla delocalizzazione delle produzioni capitalistiche e al vertice delle élite delle società occidentali.
Quel vertice, intanto, ha anche mutato natura. Milanovic lo chiama omoplutia: la stessa persona è ricca due volte, per lo stipendio e per il patrimonio. Negli Stati Uniti, fra i maggiori percettori di redditi da capitale, quelli che figurano anche fra i maggiori percettori di stipendi erano circa uno su sette nel 1980 e sono quasi uno su tre oggi3. Marx aveva fondato il proprio schema sulla separazione fra chi possiede il capitale e chi vende il lavoro, due condizioni che il nascente mondo industriale teneva ben distinte anche nello spazio sociale. La nuova élite le riunisce in un solo individuo, che compare nel decile più alto sia per redditi da capitale sia per redditi da lavoro e che quindi sfugge alla classificazione su cui poggiava l’intera analisi marxiana.
Dalla frattura interna nasce quella esterna. Il conflitto che l’integrazione internazionale ha aperto dentro le democrazie occidentali, separando chi dall’apertura dei mercati ha tratto reddito e opportunità da chi ne ha assorbito i costi in termini di lavoro e di status, ha smesso di distribuirsi lungo l’asse destra-sinistra ereditato dal Novecento e ha assunto la fisionomia di una frattura autonoma, con un proprio elettorato e propri imprenditori politici4. La crescita che doveva certificare la superiorità inarrestabile dell’ordine liberale ha intanto reso la Cina una superpotenza, incrinando l’unipolarismo per eccesso di successi. Al posto dell’egemonia planetaria prende forma una geografia di aree di influenza, una sorta di macchia di leopardo: i regimi che vi prosperano traducono quella frattura in programma di governo, nazionalista verso l’esterno e regionale nell’ambizione. Xi, Trump e Putin hanno l’ambizione di disciplinare le élite globali, dopo averne ricavato risorse e legittimazione. Il precedente storico, mutatis mutandis, rimane l’India della Rivoluzione Industriale, i cui tessitori uscirono dal mercato mentre Gran Bretagna e Stati Uniti perseguivano uno sviluppo autonomo. Polanyi aveva descritto il contraccolpo sociale del mercato autoregolato e Schumpeter, più analiticamente, il prezzo umano della distruzione creatrice.
Cosa sopravvive dell’ideologia sconfitta? Il liberalismo di mercato su scala nazionale, residuo operativo dell’unipolarismo. La stabilità dei prezzi affidata a banche centrali indipendenti, la tutela dei diritti di proprietà con l’apparato contrattuale che li rende esigibili, la flessibilità del mercato del lavoro continuano a reggere il modello economico tanto delle potenze dominanti quanto delle democrazie liberali. Per ora, nessuna delle famiglie politiche al governo ne ha messo in discussione l’impianto. Verso l’esterno prevale invece un neomercantilismo che tratta il commercio internazionale come partita a somma zero, dove la posizione competitiva conta più del guadagno reciproco.
Al posto della mano invisibile che riconcilia gli interessi, subentra la figura dell’uomo d’affari, arretra la difesa del vantaggio comparato a favore di un darwinismo sociale di fondo che misura le nazioni sui saldi commerciali. Lo promuovono circoli influenti in America e in Europa, spesso sotto l’insegna della sicurezza geopolitica e militare. Il friend-shoring traduce la dottrina in politica industriale e incanala gli investimenti verso gli alleati, riorganizzando le catene del valore secondo criteri di affidabilità politica.
Nel repertorio occidentale ritornano preponderanti protezionismo commerciale, politica industriale e coercizione economica. In politica interna, la traduzione di questo paradigma è l’etnonazionalismo dell’America First unitamente alla crescita dei partiti di destra e di estrema destra in tutto l’Occidente politico. Il consenso emergente si lascia riassumere in una formula: “liberismo dentro i mercati nazionali e mercantilismo oltre i patri confini”, ossia il neoliberalismo globale spogliato della sua componente internazionalista.
In politica estera ne discende la possibile diffusione planetaria del principio etnonazionalista “il mio paese e il suo popolo prima di tutto”, enunciato da Trump all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2019, quando disse che il futuro appartiene ai patrioti anziché ai globalisti.
Come ricorda Milanovic nel volume, John Rawls si era chiesto a quale comunità politica si applichi la giustizia distributiva. La risposta che si sta affermando è, probabilmente, la più antica: la nazione, la sua gente e chi le è alleato.
Note
- B. Milanovic, The Three Eras of Global Inequality, 1820-2020 with the Focus on the Past Thirty Years, in «World Development», 177 (2024).
- J. Williamson, What Washington Means by Policy Reform, in J. Williamson (a cura di), Latin American Adjustment: How Much Has Happened?, Institute for International Economics, Washington, 1990.
- B. Milanovic, Capitalism, Alone. The Future of the System That Rules the World, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 2019; Y. Berman, B. Milanovic, Homoploutia: Top Labor and Capital Incomes in the United States, 1950-2020, in «Review of Income and Wealth», 70, 1 (2024).
- La nozione di globalisation cleavage descrive l’opposizione fra vincitori e perdenti dell’integrazione internazionale come frattura strutturale dotata di autonomia rispetto agli allineamenti partitici tradizionali. Cfr. H. Kriesi et al., Globalization and the Transformation of the National Political Space: Six European Countries Compared, in «European Journal of Political Research», 45, 6 (2006), pp. 921-956; L. Hooghe, G. Marks, Cleavage Theory Meets Europe’s Crises: Lipset, Rokkan, and the Transnational Cleavage, in «Journal of European Public Policy», 25, 1 (2018), pp. 109-135.