Beati gli ultimi, se gli altri non ci sono più

Autore

Marco Garbin

Data

4 Settembre 2026

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5' di lettura

DATA

4 Settembre 2026

ARGOMENTO

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Settembre chiude l’estate e apre l’autunno, ma per la storia della biodiversità terrestre porta con sé un peso più preciso. In questo mese sono morti, a distanza di pochi decenni l’uno dall’altro, tre animali diventati poi simbolo della propria intera specie. Ricostruire le loro vicende significa avvicinarsi a una domanda che riguarda tutti noi: cosa vuol dire, esattamente, estinguersi.

L’estinzione è la scomparsa totale e irreversibile di un taxon, sia esso una specie, un genere o una famiglia, segnata dalla morte dell’ultimo individuo che ne porta il patrimonio genetico. È un evento che appartiene, in una certa misura, alla fisiologia stessa della vita sulla Terra. Esiste infatti un tasso di fondo, ricostruito dai paleontologi sui reperti fossili, secondo cui tra 0,1 e 1 specie ogni milione scompare ogni anno per cause naturali. È il ritmo lento con cui la biodiversità si è rinnovata per centinaia di milioni di anni, bilanciato dalla comparsa di nuove specie.

Oggi quel ritmo è saltato e gli studi più accreditati sulle estinzioni documentate di vertebrati, condotti da Gerardo Ceballos e colleghi, stimano che dal 1900 il tasso osservato sia da otto a cento volte superiore a quello di fondo, a seconda di quanto si sceglie di essere prudenti nel conteggio. Le circa quattrocento specie di vertebrati che, secondo le stime più caute, sono scomparse in questo arco di tempo avrebbero impiegato, in condizioni naturali, tra gli ottocento e i diecimila anni per estinguersi. La variabile che distingue lo scenario naturale da quello reale è scomoda: siamo noi. È forse anche per questo che dell’estinzione si parla poco: ci pone di fronte a una condizione che il diritto chiamerebbe mens rea, dunque l’intenzione criminosa, o il dolo

Le storie che seguono raccontano tre animali arrivati fino a quella soglia, e i pochi, ultimi testimoni che hanno assistito, senza saperlo, alla fine della propria stirpe.

Martha, il cielo che si svuota

Fino alla metà dell’Ottocento, i cieli del Nord America orientale si oscuravano per ore al passaggio degli stormi di piccione migratore (Ectopistes migratorius). Erano probabilmente miliardi di esemplari, forse la specie di uccello più numerosa mai esistita sul pianeta: da sola costituiva, secondo alcune stime, tra un quarto e i due quinti dell’intera popolazione aviaria degli Stati Uniti. La convivenza con l’uomo non fu semplice poiché i piccioni devastavano i raccolti al loro passaggio e venivano così cacciati in maniera sistematica, con reti e fucili, per rifornire di carne a basso costo i mercati cittadini.

Il declino, iniziato lentamente, divenne precipitoso a partire dal 1870. In appena tre decenni la specie passò da miliardi di individui alla scomparsa quasi totale e l’ultimo esemplare selvatico fu ucciso in Ohio nel 1900. Restava solo un piccolo gruppo in cattività, allevato dallo zoologo Charles Otis Whitman e in seguito trasferito allo zoo di Cincinnati ed entro il 1907 sopravvivevano una femmina e due maschi, l’ultimo dei quali morì nel 1910. Da allora la femmina, chiamata Martha in onore di Martha Washington, visse sola. Venne offerta una ricompensa di mille dollari a chiunque le avesse trovato un compagno, ma nessuno vi riuscì.

Martha morì il primo settembre 1914 per vecchiaia a ventinove anni e da tempo afflitta da una paresi che aveva reso necessario abbassare il suo trespolo. Il corpo fu congelato in un blocco di ghiaccio e spedito allo Smithsonian di Washington, dove è tuttora conservato. Questa fu la prima estinzione di una specie un tempo abbondantissima interamente riconducibile all’azione umana e di cui esista una documentazione precisa.

Incas e Lady Jane, la stessa gabbia di due specie

Quella stessa gabbia, allo zoo di Cincinnati, ospitò poco dopo un’altra specie sull’orlo della scomparsa: il parrocchetto della Carolina (Conuropsis carolinensis), unico pappagallo originario degli Stati Uniti orientali, capace di spingersi d’inverno fino a New York e al Wisconsin, un territorio che nessun altro psittaciforme avrebbe tollerato. Aveva un piumaggio verde intenso, la testa gialla e il volto arancione acceso. Anche in questo caso la causa della scomparsa fu duplice: la caccia sistematica, motivata sia dai danni ai frutteti sia dalla domanda di piume per l’industria della moda, e la cancellazione dell’habitat causata dalla  deforestazione.

Nel 1885 lo zoo di Cincinnati acquistò un gruppo di sedici parrocchetti nel tentativo di salvare la specie tramite la riproduzione in cattività. Tra loro c’erano Incas e la sua compagna Lady Jane, che restarono insieme per oltre trent’anni senza mai portare a termine una covata. Perragioni che restano poco chiare, spingevano regolarmente le uova fuori dal nido. Lady Jane morì nell’estate del 1917 e i custodi dello zoo raccontarono che da allora Incas divenne apatico e si nutrì sempre meno, fino a morire il 21 febbraio 1918, nella stessa gabbia che era già stata di Martha. I giornali dell’epoca scrissero che era morto di crepacuore ma la scienza moderna, più cauta, ne attribuisce la morte alla vecchiaia o a una malattia, avendo probabilmente più di trentatré anni. Resta però il fatto che i parrocchetti della Carolina erano animali fortemente sociali e monogami: l’idea di un lutto, in questo caso, non è soltanto una proiezione sentimentale.

Il corpo di Incas sarebbe dovuto arrivare allo Smithsonian, come già accaduto per Martha ma non vi giunse mai e la sua destinazione finale resta, ancora oggi, sconosciuta.

La tigre della Tasmania (tilacino) che forse non si chiamava Benjamin

Anche la Tasmania ha il suo settembre. Il tilacino (Thylacinus cynocephalus), comunemente noto come tigre della Tasmania o lupo marsupiale, è uno degli esempi più netti di evoluzione convergente nella storia della biologia: pur essendo un marsupiale, imparentato con canguri e koala, aveva sviluppato una morfologia praticamente identica a quella dei canidi placentati. A metà Ottocento, con l’espansione della pastorizia sull’isola, gli allevatori iniziarono ad attribuirgli perdite di bestiame dovute in realtà, in larga parte, ai cani randagi introdotti dagli stessi coloni, che resero il  tilacino un comodo capro espiatorio. Già nel 1830 la Van Diemen’s Land Company offriva ricompense private per ogni tilacino ucciso; nel 1888 il governo della Tasmania istituì una taglia ufficiale, una sterlina per ogni adulto e dieci scellini per ogni cucciolo, in vigore fino al 1909. In ventuno anni vennero pagate più di duemila taglie, un numero che quasi certamente sottostima gli animali realmente uccisi.

Alla persecuzione si accompagnò una mitologia crudele: si diffuse la convinzione che il tilacino fosse un feroce predatore di pecore, quasi un vampiro capace di nutrirsi del solo sangue delle sue prede. Le poche osservazioni dirette raccontano però di un animale schivo, prevalentemente notturno, che evitava il contatto con l’uomo e che, se catturato, mostrava spesso un comportamento remissivo o terrorizzato.

L’ultimo tilacino filmato in vita, un esemplare maschio ripreso nel 1933 allo zoo Beaumaris di Hobart, è diventato negli anni l’icona dell’estinzione della specie. Secondo il racconto diventato canonico, gli fu attribuito il nome di Benjamin. Sarebbe morto la notte del 7 settembre 1936 per assideramento, rimasto accidentalmente chiuso fuori dal proprio rifugio durante un’ondata di gelo notturno seguita da un caldo intenso di giorno, condizioni meteorologiche estreme anche per gli standard tasmaniani. La specie aveva ottenuto lo status di protezione legale appena cinquantanove giorni prima di quella morte.

C’è però un capitolo più recente, e più inquietante, di questa storia. Il nome Benjamin non compare in nessun documento coevo, ma pare che fu inventato nel 1968 da un uomo che sosteneva di aver lavorato allo zoo, anche se secondo le verifiche successive non vi fu mai impiegato. Una ricerca pubblicata nel 2022 da Robert Paddle e Kathryn Medlock ha inoltre stabilito che l’esemplare maschio delle celebri riprese del 1933, quello che il pubblico continua a immaginare come l’ultimo tilacino, morì in realtà nel maggio del 1936, mesi prima della data comunemente citata. Poco dopo la sua morte, un trappolatore di nome Elias Churchill catturò un’altra tigre della Tasmania, una femmina anziana, e la vendette allo zoo senza che la transazione venisse mai registrata ufficialmente visto che la cattura con trappole a terra era stata nel frattempo vietata, e Churchill rischiava una sanzione. Fu quella femmina, mai fotografata e per decenni priva persino di un nome, il vero ultimo esemplare della specie: morì la notte del 7 settembre 1936, quasi certamente nelle stesse circostanze di negligenza attribuite per errore a Benjamin. La sua pelle, scambiata per materiale didattico generico, finì per anni in un programma itinerante nelle scuole tasmaniane, dove gli studenti potevano toccarla, prima di essere archiviata e dimenticata in un cassetto del museo di Hobart. È stata ritrovata solo nel 2022.

Anche la memoria, dunque, può perdere il proprio ultimo esemplare, prima biologicamente e poi nel racconto che ne facciamo.

L’eco che resta

Martha, Incas e l’anonima tigre della Tasmania sono tre endling, termine con cui si indica formalmente l’ultimo individuo conosciuto di una specie. Quando muore un endling, la specie in senso biologico è già estinta da tempo, spesso da quando è venuto meno l’ultimo partner disponibile per la riproduzione sessuata. Anche nei rari casi in cui l’ultimo esemplare potesse riprodursi, per partenogenesi o clonazione, l’assenza totale di variabilità genetica condannerebbe la progenie alla depressione da consanguineità, rendendola non vitale nel tempo. L’endling non è che una parola che arriva sempre un istante troppo tardi e l’eco biologico di qualcosa che, in realtà, si è già spento.

Perdere una specie non significa soltanto perdere un nome nei manuali di zoologia. Significa rimuovere un ingranaggio da un meccanismo più ampio, l’ecosistema, il cui ruolo raramente viene sostituito. Il tasso di fondo dell’estinzione fa parte di questo meccanismo ed è compatibile con il suo equilibrio dinamico. Il ritmo con cui lo stiamo oggi accelerando, invece, non lo è e sta mettendo sotto pressione l’omeostasi ecologica del pianeta a una velocità che i sistemi naturali non hanno mai dovuto sostenere prima. 

Settembre resta un promemoria misurato: non serve immaginare catastrofi future per riconoscere la sesta estinzione di massa. È già cominciata, un endling alla volta.

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