Sono preziosa, lo sanno tutti. Ma il mio carattere schivo mi rende difficile parlare di me – figuriamoci elencare tutte le canzoni che mi hanno cantata. L’autocompiacimento non mi appartiene: non è nel mio carattere mettermi in mostra. E non pensate che sia una posa, una forma di snobismo. No, è nella mia natura, quel tratto che mi accompagna da sempre, fin dal primo canto in lingua italiana, composto giusto ottocento anni fa. Un cantico che ancora oggi risuona:
Laudato si’, mi’ Signore
per sor’aqua la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta.
San Francesco d’Assisi – Cantico delle creature
Va detto che anche in tempi più recenti l’abitudine di inserirmi in canzoni e canzonette non ha accennato a diminuire. Mi chiamano spesso, mi evocano, mi trasformano in metafora. E per quanto la mia memoria sia ultimamente molto celebrata – chissà poi perché, visto che non ve ne sono evidenze scientifiche – faccio fatica a ricordare tutte le volte in cui sono stata evocata.
Gli autori mi cercano soprattutto quando vogliono parlare d’amore. Mi usano per raccontare la purezza, la semplicità, il desiderio di qualcosa di genuino. Ma non sempre è chiaro se parlano davvero di me. Prendete il celebre bardo di Poggio Bustone: davvero pensavate che si fosse chinato con le mani a coppa per bermi? Dai, su. Il fatto che cercasse nei bar può far pensare a me, ma quando arriva a telefonarmi… beh, capite bene che forse è solo una metafora.
Acqua azzurra, acqua chiara
Con le mani posso finalmente bere
Nei tuoi occhi innocenti
Posso ancora ritrovare
Il profumo di un amore puro
Lucio Battisti – Acqua azzurra, acqua chiara
Non sempre è facile specchiarsi nei testi delle canzoni. A volte mi ritrovo in immagini che mi turbano, che mi fanno sentire usata, fraintesa. Cosa pensereste voi, per esempio, se vi paragonassero al fallout di una guerra nucleare? Se si parlasse di voi in termini di oceani morti?
Eppure, quando a farlo è un menestrello di Duluth, uno che con le parole ci sa fare – eccome se ci sa fare! – non posso che ascoltare in silenzio. All’inizio resto spiazzata, poi mi lascio attraversare da quella pioggia dura, incombente, che non lava ma sembra spogliare dalla speranza.
I’ve been out in front of a dozen dead oceans
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard It’s a hard
rain’s a-gonna fall
Bob Dylan – A Hard Rain’s a-Gonna Fall
Anche se riconosco l’affetto e il rispetto nelle parole di Dylan preferisco quando gli autori mi trattano con più delicatezza, quando ricordano – a me e al mondo – che sono qui per lavare, dissetare, portare pace. Come in quella canzone scritta da Bruno Lauzi per Loredana Berté, dove ogni verso mi chiama al bene:
Acqua laverà
E disseterà
Acqua, bagna questa terra
Acqua, porta via la guerra
Loredana Berté – Acqua
E poi c’è lui, il Signor G, che da un ponte si specchia in me. Non mi guarda solo come elemento naturale, ma come specchio dell’anima. In quelle notti fredde, mentre piove e tira vento, io divento confidente silenziosa dei suoi pensieri più profondi:
Sto sopra il ponte e guardo il fiume
A cosa pensi, mio signor G?
Giorgio Gaber – L’acqua
Ci sono canzoni che mi toccano nel profondo. Non perché parlino di me in modo diretto, ma perché mi attraversano, mi fanno sentire parte di un viaggio interiore. Sono quelle in cui vengo solcata da esseri umani solitari, pieni di pensieri. In quei momenti, non sono solo acqua: divento fiume, corrente, rifugio.
Due di queste canzoni portano curiosamente lo stesso titolo: River Man. Una è di Nick Drake, l’altra di David Sylvian. In entrambe scorro piano, malinconica, come un pensiero che si allontana. Se oltre alle voci degli interpreti avete in mente anche la chitarra di Robert Fripp, sapete di cosa parlo: è come se il mio cuore liquido scorresse insieme a loro.
Gonna see the river man
Gonna tell him all I can
About the ban on feeling free
Nick Drake – River Man
Wade into the water
Run with me, riverman
David Sylvian – River Man
E poi c’è La Mer, dove mi trasformo in onde che danzano lungo golfi chiari, riflettendo l’argento sotto la pioggia. Mi riconosco cantata non solo come elemento naturale, divento emozione, tempo che scorre, luogo di rifugio per chi cerca qualcosa o qualcuno. Mi sento cullata dalla vita, come se il mondo intero mi stesse accogliendo e io accogliessi lui:
La mer
Des reflets changeants
Sous la pluie
Charles Trenet – La Mer
Comunque non sono solo pensiero, sentimento, memoria. Ho anche un corpo. Mi muovo, danzo, scorro. Il mio ritmo è naturale, sensuale, fatto di onde e pulsazioni.
Mi trovo a mio agio a muovermi sotterranea con i Talking Heads, scivolando schizofrenica come un fiume che non sa più da dove viene né dove va.
Letting the days go by
Water flowing underground
Talking Heads – Once in a Lifetime
Con Kendrick Lamar mi immergo nelle contraddizioni del sistema americano, profonda e inquieta, come un abisso che riflette le tensioni di un mondo che non sa come salvarsi.
Psst! This is about where I’m from
I think it’s time to take these niggas to the deep water
Yeah, down in the Pacific, representin’
Where them sharks at nigga, down in the deep water
Kendrick Lamar – Deep Water
Con Michael Stipe e i suoi compagni mi agito, mi ribello, mi trasformo in cavallo impetuoso, in forza che non si lascia domare.
You can lead a horse to water
But you cannot make him drink
R.E.M. – Horse to Water
E ancora PJ Harvey, che mi fa danzare languida, misteriosa, in un blues viscerale che mi avvolge e mi trascina giù, giù, giù!
Little fish, big fish, swimming in the water
Come back here, man, gimme my daughter
PJ Harvey – Down by the Water
In queste canzoni non sono solo elemento naturale ma sono anche corpo che vibra, si muove, sente. Sono ritmo, sono danza, sono desiderio.
Ci sono poi altre canzoni che mi fanno pensare alla mia lunga avventura su questo pianeta. Alla mia presenza silenziosa mentre la storia accade, mentre le navi avanzano, mentre gli uomini partono, e spesso non tornano.
Mi commuovo quando sento The Ship Song di Nick Cave. In quella voce c’è il peso dell’amore e della memoria, e io sono lì, massa liquida che accoglie le navi, che conserva le tracce di ogni passaggio.
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
Nick Cave and the Bad Seeds – The Ship Song
Ma è Shipbuilding di Elvis Costello che mi spezza il cuore. Racconta di cantieri navali, di città in crisi, di guerre che portano lavoro e insieme al lavoro il lutto. Le navi che mi solcano non portano solo speranza: a volte trasportano dei giovani verso il dolore. E anche se non potete vederlo, ascoltandola mi scende sempre una lacrima.
It’s just a rumor that was spread around town
Soon we’ll be shipbuilding
Elvis Costello – Shipbuilding
E poi c’è quella nenia ancestrale dei Pink Floyd, dove divento ciò che si rompe quando venite alla luce. Sono lo spazio amniotico, il liquido che vi accoglie prima del mondo. In Embryo sento la fragilità della nascita, il mistero dell’inizio.
I’m so new compared to you
And I am very small
Pink Floyd – Embryo
Ma non pensate che io sia solo dolcezza. So trasformarmi in furia, rompere gli argini, allagare le vostre case, costringervi a fuggire. Johnny Cash lo racconta con voce possente, mentre l’acqua sale, sale, e non si ferma.
How high’s the water, mama?
Five feet high and rising
Johnny Cash – Five Feet High and Rising
E poi c’è lui, quel poeta genovese, con quel suo modo di trarre poesia persino dalla mia chimica, dal modo in cui si sviluppa attraverso di me la fioritura della ruggine, del calcare, del silicio:
Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ’nte ’na crêuza de mä
Fabrizio De André – Crêuza de mä
E così torniamo da capo. Al mio lavorare in profondità, nel nascondimento. Non cerco la luce dei riflettori, non mi impongo, piuttosto nutro le radici, levigo con pazienza la pietra. Scivolo verso il basso, sempre. È il mio modo di essere, ed è l’unico che conosco per far germogliare le cose.
L’articolo è uscito sull’Almanacco Equilibri 2026 “Energia H2O”.