L’amore è un gioco

Tremori, mancanza di concentrazione e irritabilità: i sintomi classici della crisi di astinenza sono i segnali della dipendenza dalle app di incontri.

Autore

Marta Frigerio

Data

18 Agosto 2026

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5' di lettura

DATA

18 Agosto 2026

ARGOMENTO

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La scarica di dopamina arriva non appena lo schermo dello smartphone si illumina. I tondini rossi delle notifiche sono i premi da ottenere, anche a costo di passarci ore. E di isolarsi dalla vita reale. 

Un italiano su 4 utilizza abitualmente le app di incontri, e chi lo fa vi trascorre in media 6 ore a settimana.
A dirlo è il report1 Consumer Cyber Safety – Online Dating Edition che offre anche una fotografia precisa degli utenti: hanno dai 19 ai 29 anni e sono in prevalenza uomini. Cosa cercano? Il 30% afferma di usare le app per incontri casuali, ma uno su quattro dice di essere online per cercare una relazione stabile. 

Questo però accade meno di quanto si possa pensare: la struttura stessa delle piattaforme, infatti, è accuratamente studiata per tenerci incollati allo schermo, anziché per farci incontrare nuove persone.

Progettate per farci restare 

Non è solo una sensazione. Sempre più utenti delle app di incontri manifestano sintomi riconducibili a vere e proprie dipendenze. Negli Stati Uniti un gruppo di consumatori ha intentato una class action2 contro Match Group, la holding che controlla alcune delle piattaforme più diffuse, tra cui Tinder, Hinge, OkCupid e Match.com. L’accusa è quella di aver progettato questa app al fine di renderle addictive e massimizzare il tempo speso dagli utenti sulle piattaforme.
Ironia della sorte, il documento è stato depositato il giorno di San Valentino. 

Il punto è che il processo di gamification funziona alla perfezione. E somiglia molto a quello del gioco d’azzardo: ogni swipe è una puntata, ogni match una ricompensa imprevedibile.
Nella maggior parte dei casi non succede nulla, ma è proprio questa incertezza a tenerci attaccati allo schermo: è lo stesso principio delle slot machine, basato su un sistema di ricompense intermittenti e tra i sistemi più efficaci nel generare assuefazione. Si continua a scorrere e a sperare nel prossimo risultato, in una sequenza potenzialmente infinita.
Su questa base si innesta un meccanismo sempre più sofisticato. Le interfacce sono pensate per rendere tutto immediato, quasi automatico: un tocco leggero e senza sforzo, ripetuto centinaia di volte.
Come tutte le puntate, non è un gioco a costo zero. Il modello di business delle app di incontri punta a fare acquistare abbonamenti agli utenti e a spingere l’acquisto di funzioni extra. Quasi tutte offrono un profilo gratuito con funzioni volutamente limitate, ma sono le versioni a pagamento a promettere più visibilità e maggiori possibilità.
Tinder propone pacchetti premium da 23,33 euro al mese; Bumble e Hinge offrono abbonamenti che possono superare i 50 euro al mese. E spesso non sono sufficienti per un match: a questi si aggiungono boost e funzionalità extra acquistabili, in un modello che ricorda da vicino quello dei videogiochi.

C’è poi una forte disparità di genere, che assottiglia di molto la possibilità di un match: in Italia, gli utenti di Tinder sono per i tre quarti di sesso maschile. Ma anche questo non deve sorprenderci: gli uomini sono più propensi3 a spendere online e per l’abbonamento a servizi digitali.
Il risultato è un sistema che tende a trattenere più che a connettere. Non sorprende, quindi, che stiano nascendo le prime associazioni4 che trattano la dipendenza da dating app in modo analogo a quella da gioco d’azzardo o da sostanze. Tra i segnali più frequenti ci sono il controllo compulsivo dell’app, la difficoltà a concentrarsi e un crescente isolamento emotivo. Un paradosso: strumenti idealmente pensati per farci incontrare gli altri che finiscono col tenerci incollati allo schermo.

Come la dipendenza agisce sul cervello

Notifiche, suoni e colori. Non è solo design: è chimica.
Gli elementi delle dating app, proprio come i suoni e i colori delle slot machines, sono pensati per stimolare il nostro cervello; ogni click accende il circuito della ricompensa e rilascia dopamina.
È lo stesso meccanismo del gioco d’azzardo: ricompense imprevedibili, distribuite in modo casuale.
E proprio come nel gioco d’azzardo, la maggior parte delle volte non succede nulla. Finché arriva un match, e si ricomincia a scorrere.
A quel punto il loop si è già innescato. Più risultati mancano, più si resta. Più si resta, più aumenta la probabilità di pagare per migliorare la propria visibilità. Un ciclo che non si chiude quasi mai, proprio perché è progettato per non chiudersi.
Nel frattempo il cervello si adatta e serve sempre di più per ottenere lo stesso effetto di appagamento. Come nelle altre dipendenze, il comportamento continua anche quando smette di essere gratificante. Si controlla l’app compulsivamente, anche a costo di dedicarci tutti i ritagli di tempo libero e di estraniarsi dalla vita reale.
Il paradosso è tutto qui: più si cerca connessione, più si resta intrappolati in una dinamica che punta a non farci disconnettere ma a tenerci lontani.

L’economia dei sentimenti 

Eva Illouz è la più importante sociologica dei sentimenti contemporanea. Da tempo studia come il capitalismo stia influenzando le relazioni ed è lei che ha teorizzato il concetto di “economia simbolica” per spiegare come le dinamiche di mercato si siano infiltrate nella sfera delle emozioni e le relazioni personali, trasformando la vita intima in una merce di scambio. 

La logica è semplice, ma potentissima: trasformare le emozioni, i desideri e perfino l’attrazione in dati da raccogliere, analizzare e rivendere. È qui che le app di dating diventano il laboratorio perfetto del capitalismo digitale.
Tutto è rapido e mutevole: il gesto dello swipe – quasi automatico offre una micro ricompensa emotiva a ogni match. In questo ecosistema, spiega5 la sociologa Eva Illouz, le emozioni smettono di essere solo esperienze intime e diventano materie prime: da qui arriveranno i dati che produrranno valore per le compagnie. 

Dietro le quinte, gli algoritmi selezionano, ordinano, filtrano, trasformando gli utenti in segmenti di mercato e guidando invisibilmente desideri e possibilità. Il risultato – spiega Illouz – è una forma di intimità industrializzata, in cui il sé viene ridotto a immagine, a punteggio, a flusso di dati, e l’amore assume i tratti di un consumo rapido e potenzialmente infinito. Le app non si limitano a facilitare incontri: riscrivono il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri in un mercato affollato e competitivo. 

Più che farci incontrare l’amore, queste app sembrano progettate per tenerci in bilico tra aspettativa e insoddisfazione, alimentando una dipendenza che non è solo emotiva ma anche fisica.

A rafforzare questo meccanismo è l’illusione della scelta infinita: più profili scorrono sotto il pollice, più cresce la sensazione che esista sempre un’opzione migliore, a un solo click di distanza. 

Tutto è fluido, e i profili sono rimpiazzabili; in questo scenario anche il rifiuto perde il suo significato e la ricerca viene continuamente stimolata, senza mai prendere un punto di arrivo. 

Non è un caso che molti utenti restino intrappolati in un uso ripetitivo e spesso frustrante: ciò che viene venduto non è tanto l’incontro, quanto la sua possibilità. 

E in questa promessa che sembra infinita, sospesa tra eccitazione e delusione si gioca una nuova economia dei sentimenti, in cui la dipendenza non è un effetto collaterale ma il risultato desiderato.

Note

  1. Norton Cyber Safety, Insight Report Global Results: Online Dating, 2025.
  2. United States District Court Northern District of California, Burak Oksayan, Jack Kessler, Andrew St. George, Bradford Schlosser, Andrew Karz, and Jami Kandel, individually and on behalf of all others similarly situated, vs. Match Group, Inc.14/02/2014.
  3. T. Chen, K. Fenyo, S. Yang e J. Zhang Thinking inside the subscription box: New research on e-commerce consumers, 2018.
  4. Internet and Technology Addicts Anonymous.
  5. E. Illouz e D. M. Kotliar, Capitalist subjectivity, Tinder, and the emotionalization of the web, Routledge, 2022, pp. 229 – 240.
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