Quando, nel febbraio del 2026, la guerra tra Iran e coalizione statunitense-israeliana è entrata nella sua fase più acuta, molti osservatori hanno inizialmente sottovalutato le ripercussioni energetiche che ne sarebbero derivate. Quello che è accaduto nei mesi successivi ha invece ridisegnato, con sorprendente velocità, gli equilibri del mercato petrolifero globale.
La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha rappresentato la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia moderna: circa il 20% del commercio mondiale di greggio transita per quel corridoio di 34 chilometri. Il suo blocco ha definitivamente, e malamente, tacitato tutti coloro che per anni hanno definito impossibile tale occorrenza1. La sua chiusura ha significato mettere sotto pressione l’intera architettura logistica, finanziaria e geopolitica su cui si regge il mercato energetico globale.
Lo shock sui mercati e la lettura prevalente
Le conseguenze sui mercati finanziari sono state immediate. Il Brent ha superato i 120 dollari al barile, con picchi intorno ai 126 dollari nelle fasi di massima tensione. Livelli che si sono riverberati sull’intera economia mondiale sotto forma di inflazione importata, carenze di carburante in diverse aree geografiche, panico negli acquisti e tensioni nelle catene di approvvigionamento del GNL. Senza contare le prospettive recessive che si affacciano all’orizzonte.
Il decumulo delle scorte strategiche da parte dei membri IEA e OCSE ha proceduto a ritmi accelerati, svuotando riserve che, in condizioni normali, rappresentano uno dei principali ammortizzatori delle crisi di offerta.
In questo contesto, il 28 aprile 2026, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato il ritiro formale dall’OPEC e dall’ ‘OPEC+, con effetto immediato a partire dal 1° maggio 2026, concludendo quasi 59 anni di appartenenza al cartello.
La lettura che ha dominato sui media internazionali e tra gli analisti di settore è stata sostanzialmente univoca. Si tratterebbe di una svolta strategica di lungo periodo, con cui Abu Dhabi avrebbe scelto definitivamente di anteporre la massimizzazione dei volumi e la flessibilità produttiva alla disciplina collettiva imposta dall’ OPEC+, in aperta rottura con la visione saudita di swing producer orientato alla difesa del prezzo nel lungo periodo.
Secondo questa interpretazione, gli EAU, con una capacità produttiva stimata tra 4,3 e 4,8 milioni di barili al giorno e l’obiettivo dichiarato di raggiungere i 5 milioni entro il 2027, ma vincolati2 per anni, proprio in forza della loro adesione al cartello OPEC, a quote di produzione ben inferiori, avrebbero compiuto un passo irreversibile verso l’indipendenza produttiva.
Una scelta coerente con la strategia dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) di monetizzare aggressivamente le proprie riserve, con la pipeline Habshan-Fujairah, come infrastruttura chiave di bypass rispetto allo Stretto bloccato, capace di garantire esportazioni dirette sul Golfo dell’Oman fino a 1,7-1,8 milioni di barili al giorno. Una frattura strutturale, dunque, che potrebbe accelerare la frammentazione dell’intero sistema OPEC+.
Nel momento più adatto?
Questa lettura è largamente condivisibile, e probabilmente corretta nei suoi elementi fondamentali. Eppure, possiamo proporre un’angolazione diversa, più cinica forse, ma non per questo meno utile a comprendere le dinamiche reali del Golfo Persico.
I cartelli funzionano, e vengono tenuti insieme dalla disciplina collettiva, principalmente quando i prezzi sono bassi e il mercato è in oversupply. È in quel contesto che il coordinamento sui tagli consente di difendere un price floor condiviso e che rinunciare a produrre ha un costo politico accettabile.
Quando i prezzi volano ben oltre i 100 dollari al barile, come avviene oggi, la struttura degli incentivi si capovolge radicalmente. Le quote diventano un freno alle entrate nazionali nel momento preciso in cui gli acquirenti sono più disperati e disposti a pagare premi. In un simile contesto, il costo politico e finanziario del disimpegno dal tallone saudita si riduce drasticamente: Abu Dhabi non sta rinunciando a granché quando esce da un cartello che, oggi, serve oggettivamente a poco.
A questo si aggiunge il timing rispetto al ciclo delle scorte. I membri IEA e OCSE hanno attinto massicciamente alle proprie riserve strategiche durante i mesi di blocco dello Stretto. Quando Hormuz riaprirà, attraverso operazioni di sminamento, garanzie di sicurezza e un eventuale cessate il fuoco, si aprirà una fase intensa di ricostituzione delle scorte: quello che potremmo definire un rush to buy the molecule3, in cui la domanda di greggio fisico sarà molto robusta e i compratori si troveranno a competere per assicurarsi forniture.
Abu Dhabi, svincolata dalle quote OPEC+ e con la Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) già a pieno regime, è strutturalmente nella posizione migliore per rispondere a quella domanda con rapidità e volume. La scelta di uscire ora, in questo preciso momento, massimizza esattamente quel vantaggio che gli è dato dall’avere un affaccio sul Golfo dell’Oman che bypassa Hormuz.
La domanda che dobbiamo porci, dunque, non è se la mossa emiratina abbia una logica. Ce l’ha, ed è ineccepibile. La vera domanda è se quella logica sia necessariamente «strategica e irreversibile», come la narrazione dominante vuole farci credere, oppure se non sia piuttosto una scelta tattica, abilmente confezionata con il linguaggio della visione di lungo periodo, che sfrutta un momento di mercato eccezionalmente favorevole al disimpegno.
Una prima lettura geopolitica
Al di là delle letture legate alle metriche di mercato, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC ha sicuramente anche un solido retroterra geopolitico. La mossa è leggibile sotto una duplice luce: da un lato, come dichiarazione di sovranità energetica; dall’altro, come rottura sempre più esplicita con Riyadh.
Nel breve periodo l’impatto può essere limitato. Hormuz resta comunque un collo di bottiglia, la pipeline ADCOP non basta e comunque è vulnerabile agli attacchi iraniani e l’operazione Project Freedom, lanciata da Trump per riaprire il canale, è una mossa dal rapporto tra il costo (militare) e l’efficacia (libertà di transito), difficilmente stimabile. Nel medio periodo, però, il messaggio di Abu Dhabi è chiarissimo: gli Emirati non vogliono più essere soltanto un membro disciplinato di un cartello guidato da Riyadh, ma intendono agire autonomamente.
I sauditi, infatti, non nascondono più la loro ambizione egemonica. La monarchia wahhabita guidata da Mohammed bin Salman sembra puntare a uno scenario in cui Stati Uniti e Israele eliminino definitivamente la minaccia iraniana, lasciando Riyadh come dominus regionale.
Il punto è che Arabia Saudita ed Emirati hanno due modelli diversi di potenza. Riyadh ragiona da grande Stato territoriale, con ambizione di leadership araba e islamica. Abu Dhabi ragiona invece da potenza compatta, tecnocratica, finanziaria e logistica. Non può competere con i sauditi per massa demografica o profondità territoriale, quindi compete su efficienza, reti globali, porti, capitali, tecnologia, sicurezza e capacità di proiezione. Per questo la rivalità è strutturale e non solo personale tra Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman, anche se pure quella dimensione esiste. La frattura è quindi più profonda, ed è fondata su divergenze in Yemen, Sudan, politica energetica e leadership del Golfo4.
C’è poi una questione religiosa. Il wahhabismo saudita è legato storicamente all’Arabia centrale e soprattutto alla costruzione politico-religiosa fondata sull’alleanza tra la famiglia Al Saud e il movimento riformista ispirato a Muhammad ibn Abd al-Wahhab. Gli Emirati Arabi Uniti sono invece a maggioranza musulmana sunnita, ma non wahhabita in senso proprio. Negli EAU prevale un islam sunnita più composito, tradizionalmente vicino a scuole giuridiche diverse5, con una forte impronta statale, pragmatica e oggi molto controllata dal potere politico. Abu Dhabi, in particolare, ha costruito negli ultimi anni una narrativa di islam «moderato», istituzionale, anti-islamista e orientato alla tolleranza religiosa, che non accetta il verbo wahhabita.
Altro tema è la solidarietà. L’Iran ha ripetutamente attaccato infrastrutture emiratine per settimane. L’Arabia Saudita non ha detto nulla, né pubblicamente, né privatamente, né simbolicamente. Abu Dhabi ha subito i colpi di una guerra che non ha iniziato, una guerra appoggiata dai sauditi, dentro un quadro di quote guidato da Riyadh e sotto l’ombrello di un’alleanza rimasta in silenzio proprio quando contava. Questo è il vero casus belli della rottura.
Infine, va considerata la prospettiva di Washington. Quando il mondo era «normale», prima della rinnovata presidenza Trump, al Dipartimento di Stato la rottura del consenso tra gli alleati del Golfo non avrebbe certo fatto piacere. Sarebbe stata vista con preoccupazione sul piano politico, anche se con favore dal punto di vista dell’industria estrattiva americana, seppur nei limiti di un prezzo giusto6. Gli Emirati liberi di produrre senza i limiti imposti dall’OPEC significano più offerta, pressione al ribasso sul prezzo del greggio e minore capacità di Russia e Arabia Saudita di fare cartello ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati, o almeno di quelli che ancora rimangono.
Oggi con Trump, agente del caos capace di cambiare idea ad horas, è invece più difficile dirlo. Una cosa però appare chiara: la spaccatura del fronte arabo conviene certamente all’Iran.
Nulla è più stabile del cambiamento nel Golfo persico
Concludendo, chi conosce la regione sa che la geopolitica del Golfo Persico non si presta facilmente a letture definitive. Le alleanze si ridisegnano, le priorità nazionali evolvono, e ciò che oggi appare una frattura insanabile può trasformarsi domani in una leva negoziale. Non sarebbe la prima volta che un produttore del Golfo usa il proprio disimpegno da un accordo collettivo come strumento per rinegoziare i termini a condizioni più favorevoli.
Se il contesto dovesse cambiare, se i prezzi del petrolio dovessero scendere significativamente, se la fase di ricostituzione delle scorte dovesse esaurirsi, o se la pressione geopolitica interna al Gulf Cooperation Council (GCC) richiedesse un ricompattamento del fronte del Golfo, non dovremmo escludere affatto una revisione della posizione emiratina.
L’uscita formale dall’OPEC+ non è necessariamente un punto di non ritorno. È anche, e forse soprattutto, un segnale di forza e autonomia che Abu Dhabi lancia in un momento in cui può permetterselo a costo quasi zero.
Questo non diminuisce la portata della decisione, né la sua rilevanza per i mercati. Ma suggerisce una certa cautela nel trarre conclusioni troppo rigide sulla fine irreversibile dell’era OPEC+ o sulla definitiva rottura tra Abu Dhabi e Riyadh.
Nel Golfo Persico, nulla è più stabile del cambiamento.
Stiamo alla finestra per osservare gli accadimenti dopo la riapertura dello Stretto.
Note
- D. De Giorgio, post su X (già Twitter), 28 febbraio 2026, disponibile all’indirizzo: https://x.com/degiorgiod/status/2029701760214868452.
- D. De Giorgio, post su X (già Twitter), 27 dicembre 2017, disponibile all’indirizzo: https://x.com/degiorgiod/status/945975803686383617.
- D. De Giorgio, post su X (già Twitter), 30 aprile 2026, disponibile all’indirizzo: https://x.com/degiorgiod/status/2050222457206759579.
- S. Nakhoul, UAE Oil Break Exposes Deepening Saudi Rift as Gulf Power Shifts, Reuters, 29 aprile 2026.
- Il wahhabismo saudita è legato alla scuola giuridica hanbalita, la più rigorista tra le quattro grandi scuole sunnite, incardinato su una base teologica di impronta salafita/athari. Negli Emirati la tradizione prevalente, soprattutto ad Abu Dhabi e Dubai, è generalmente ricondotta alla scuola malikita, un impianto certamente non «liberale», ma storicamente più propenso alla gestione concreta delle società, agli usi locali e all’interesse pubblico.
- Per l’industria USA dello shale, il prezzo giusto è un prezzo che non scende sotto la forbice 40-60 dollari al barile. Per molti produttori piccoli sotto i 40 dollari, ma per alcuni anche la soglia dei 60 dollari è a rischio e indica il punto in cui conviene fermare la produzione. Per l’amministrazione Trump il benchmark è il prezzo al gallone, ad oggi già sotto osservazione perché a 4,46 dollari nel mese di maggio.