Il Made in Italy dipende dagli artigiani del mondo

Artigiani venuti da lontano rigenerano, con sapere antico e resilienza, segmenti produttivi del nostro Paese.

Autore

Tommaso Franco

Data

16 Giugno 2026

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16 Giugno 2026

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Dalle terre arse di Rosarno ai laboratori d’avanguardia milanesi, l’eccellenza artigiana italiana sta cambiando pelle. Tra i banchi di verdura dei mercati capitolini e i laboratori sartoriali milanesi, due realtà stanno scrivendo un nuovo capitolo nei settori dell’alimentare e del tessile italiano. Mentre il sistema normativo arranca tra decreti flussi e paradossi burocratici, storie come quelle di Barikamà e Prism dimostrano che il futuro della nostra manifattura parla anche lingue nuove. Queste imprese non sono solo esempi di integrazione, ma la prova di come il know-how appreso in madrepatria dai lavoratori possa diventare una fonte inesauribile di valore e riscatto.

Il sapore della resilienza: Barikamà e lo yogurt di Martignano

I Barikamà sono professionisti che hanno trasformato la sopravvivenza in eccellenza, portando nella Penisola, dopo un viaggio lungo e pericoloso che inizia da Mali o Senegal, un ingrediente preziosissimo: la resilienza. Come recita l’insegna della loro cooperativa, Barikamà in lingua bambara significa proprio questo. L’intuizione del presidente Sulemana e dei colleghi maliani – Moribo, Abu e Shiriqi – è stata sposare il know-how ancestrale con il rigore scientifico italiano. Molti di loro, dopo aver attraversato il deserto e il mare per sbarcare a Lampedusa, sono diventati braccianti che hanno vissuto le rivolte di Rosarno contro il caporalato. 

Arrivati a Roma nel 2010, dopo notti gelide alla stazione Termini, hanno incontrato Monica e Ilaria, volontarie del COSA Ex SNIA, che  domandarono il quesito fatidico: «Cosa sapete fare?». La risposta fu un ritorno all’infanzia: «Lo yogurt». Moribo racconta con nostalgia come, da bambino nel Mali, vedesse i genitori mungere il latte e lasciarlo riposare naturalmente per due giorni. Lavora con una dedizione che sfiora il sacro, muovendosi intorno al refrigeratore e imponendo distanze di sicurezza dai barattoli di yogurt. I loro prodotti sono il risultato di una resistenza quotidiana contro la grande distribuzione e la diffidenza, difesi solo dalla qualità e dal passaparola dei clienti. La loro filosofia è fiera: meglio l’“auto-sfruttamento” che essere schiavi dei “caporali”.

Oggi, al Casale di Martignano, quella ricetta africana si è evoluta in un innovativo “contratto di rete”, formula che permette ai Barikamà sia di operare con le necessarie autorizzazioni sanitarie, sia lo scambio di manodopera e competenze. Sotto la guida di Andrea Ferrazza (proprietario del Casale), la produzione ha integrato strumentazione e “scienza”: analisi del PH, controllo delle temperature, standardizzazione, passando dai 20-30 litri iniziali ai 200 litri a lavorazione attuali. Il progetto si è esteso all’orticoltura con la gestione di due ettari di terreno. Barikamà è anche agricoltura naturale: la terra si zappa a mano, senza macchinari pesanti, usando solo stallatico di cavallo. Per i residenti capitolini sono “i broccoli più buoni di Roma”. Ma Barikamà è anche un hub di inclusione: una cooperativa sociale di tipo B (che comprende una persona con fragilità ogni due soci) che accoglie italiani con Sindrome di Asperger, come Mauro e Lorenzo, che oggi svolgono in totale autonomia anche mansioni più complesse come cucinare o gestire le consegne. È la prova che la “mixitè” non è un’utopia. Durante la pandemia, i migranti “da aiutare” sono stati coloro che portavano il cibo ai romani chiusi in casa. 

Il filo del riscatto di Prism: se l’alta moda parla arabo

C’è un momento preciso, nel cuore di questo laboratorio nella periferia milanese, la cui geografia sbiadisce e resta solo il rumore ritmico delle macchine da cucire. È il momento in cui nove uomini stendono un tappeto per la preghiera, trasformando per pochi minuti una sartoria in una moschea.  Dopo un’esperienza di servizio civile in Zambia dedicata a un progetto sartoriale di tessuti africani, Giovanni ha fondato a Milano nel 2021 una rete di sartorie sociali per produrre capi in stile afro-urban destinati ai mercati solidali. Prism – evoluzione industriale del progetto Mafric (la collezione iniziale) – non è solo un’impresa, ma un hub internazionale che nasce nel 2021 con l’obiettivo di recuperare il “talento sommerso” di chi, pur essendo maestro sarto in patria, finiva a fare lavori come il rider o il muratore. Qui il Made in Italy si misura con la gestualità di professionisti provenienti da tutto il mondo (attualmente Egitto, Bangladesh, Pakistan, Mali Georgia, Pakistan o Ucraina). 

Non è un progetto assistenziale, ma una società benefit con costi fissi da 40mila euro al mese che mette per statuto l’impatto sociale e ambientale al centro del proprio operato. Non vi è alcun tipo di assistenzialismo: «se sai cucire e lavori sodo ricevi lo stipendio», spiega Giovanni, sottolineando che Prism non fa formazione di base. L’eccellenza della produzione ha permesso a Prism di aprirsi al terzismo strategico per brand che puntano sulla sostenibilità, trasformando, grazie a collaborazioni con realtà come Fody a Prato, l’invenduto in valore attraverso il repairing e l’upcycling. La clientela, soddisfatta dalla qualità, sostiene con convinzione il progetto consapevole del valore sociale che genera. 

Il supporto ai dipendenti è a 360 gradi. Il fondatore ha instaurato con i dipendenti un rapporto diretto, leale e molto “fraterno”, che supera la gerarchia. Keita, maliano, che vede in Giovanni, oltre che il proprio datore di lavoro, una guida che lo accompagna alle poste, dai Carabinieri o in banca Prism accoglie non solo migranti, ma chiunque, monito di background sartoriale, provenga da contesti di fragilità: da Elisabetta, cartamodellista italiana reinserita dopo una lunga disoccupazione, a lavoratori provenienti dai circuiti della detenzione, per i quali il cucito è un farmaco contro il disagio. 

Gestita insieme al socio Paolo – forte di un’esperienza in zone di crisi con Emergency – l’azienda offre massima flessibilità per orari e ferie, agevolando i complessi rientri dei lavoratori nei Paesi d’origine e sostenendoli nelle sfide quotidiane, come la ricerca di un alloggio in una Milano spesso ostile. Grazie a una sinergia con il Comune di Milano e la Caritas, i tirocini si trasformano quasi sempre in contratti a tempo indeterminato: una necessità vitale per il rinnovo dei permessi di soggiorno, impegno che è valso a Prism il premio “We Welcome” dell’UNHCR. 

Le ferite invisibili e la “cittadinanza dimezzata”

Il cammino di queste imprese non è privo di ombre. In Prism, il successo attuale nasconde una storia di “tigna” e resilienza: nel 2023, la perdita di alcuni clienti costrinse Giovanni a licenziare sei dei suoi dieci dipendenti. Oggi il team è raddoppiato a venti unità, ma la sfida si è spostata sul piano dell’integrazione interna. Le barriere etniche (solo 3 dipendenti parlano bene l’italiano) e le diverse provenienze creano talvolta piccoli “ghetti” comunicativi o attriti su visioni culturali e religiose. La questione linguistica rimane un punto delicato, perché va a creare un po’ di dissapori nazionali. «Per esempio, il fatto che ci siano molti egiziani è un po’ un problema perché fanno comunella; si parlano in arabo fra di loro; non imparano l’italiano come dovrebbero e non si sa quello che dicono». Tensioni che Giovanni scioglie con un mix di rigore e profonda empatia, conoscendo le storie (e spesso le famiglie in patria) di molti sarti. Come quella di Sherif, per metà egiziano e per metà ucraino, fuggito da Kiev, dove ha perso la sua famiglia dopo che una bomba ha raso al suolo il suo laboratorio sartoriale.

Anche per Barikamà la realtà operativa è durissima: i volumi produttivi si sono dimezzati rispetto al 2016 e la cooperativa deve lottare contro un paradosso amaro. Molti connazionali, arrivando in Italia con l’illusione ti trovare un nuovo Eldorado alimentato dagli scafisti, rifiutano il progetto, preferendo l’assistenza dei centri di accoglienza pur di non affrontare la fatica di un lavoro dai guadagni modesti dopo aver investito migliaia di euro nel viaggio della speranza. Una speranza che per Sidiqi ha il volto brutale di una foto nel portafoglio: un amico morto nel deserto, monito costante rivolto ad amici e famiglia contro i rischi del viaggio. Oltre al mercato, Barikamà ha dovuto difendersi dallo sciacallaggio mediatico e da pesanti vertenze legali mosse da ex collaboratori, che hanno messo a dura prova la filosofia del “meglio l’auto-sfruttamento che il caporalato”.

Sotto la superficie del successo, restano ferite invisibili che non si rimarginano: il disturbo post-traumatico (PTSD) di chi ha visto la morte in faccia o ha vissuto violenze indicibili. È un carico emotivo che impatta sulla produttività e richiede molto più di uno stipendio. Come la storia di un collaboratore Barikamà rimasto in silenzio per lo shock di una violenza sessuale subita, o lo stesso Moribo, arrestato e incarcerato nella Libia di Gheddafi. Gestisce tempi e temperature, ma la sa sua armatura di rigore si incrina solo quando parla della famiglia: «Tutti stanno lì: mio padre, mia madre, i miei figli. Purtroppo, nessuno di loro è riuscito a venire in Italia». Da tre anni non li vede. Se trova le possibilità, non vede l’ora di portare i suoi qui, ma è consapevole degli ostacoli. 

Non è una questione di reddito, ma di quello che potremmo definire “razzismo immobiliare”: nonostante contratti a tempo indeterminato e redditi regolari, i dipendenti di entrambe le realtà alla ricerca di un alloggio subiscono rifiuti sistematici dai proprietari di casa, spaventati dall’origine etnica o dalla presenza di bambini. Questo fenomeno non è solo un pregiudizio, ma una violazione indiretta del diritto alla vita familiare (Art. 8 CEDU). Senza un alloggio idoneo, certificato dai rigidi parametri comunali (superfici minime e idoneità igienica1), il ricongiungimento familiare resta un miraggio burocratico. Si configura così una “cittadinanza dimezzata”: persone che contribuiscono attivamente all’economia e rispettano ogni dovere legale, ma che restano escluse dalla dimensione affettiva più profonda, condannate a vivere lontano dai propri figli in una città che ne accetta il lavoro ma ne respinge la presenza sociale.

Lo scoglio normativo: il paradosso della Bossi-Fini 

Barikamà e Prysm agiscono, di fatto, come “scudi giuridici”. La legge Bossi-Fini (approvata nel 2002 dell’allora Ministro per le Riforme istituzionali Umberto Bossi e dal vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini) lega indissolubilmente il permesso di soggiorno al contratto di lavoro2. Questo meccanismo trasforma il rapporto di lavoro in un vincolo di dipendenza totale, creando distorsioni profonde: l’impresa diventa una sorta di “autorità di frontiera”, dove la decisione di licenziare per motivi economici può trasformarsi drammaticamente in un provvedimento di espulsione. Se una persona straniera perde il lavoro, o quando scade il permesso non riesce a rinnovarlo perché in quel momento non ha un’occupazione, ha un periodo di tempo molto limitato (1 anno) per trovare un nuovo contratto3. Se non lo trova, rischia di cadere velocemente nell’irregolarità, anche se magari vive e lavora in Italia da anni. È un sistema che ignora la reale complessità del mercato, alimentando il lavoro nero e l’insicurezza sociale anziché favorire l’incontro trasparente tra domanda e offerta. 

Il sistema dei “Decreti Flussi” aggrava la situazione: sono una misura che di anno in anno stabilisce il numero di persone che possono entrare in Italia per lavorare. Con questo tipo di sistema “a chiamata”, però, il datore di lavoro deve far arrivare dall’estero già con un impegno all’assunzione il lavoratore o la lavoratrice, anche se non li ha mai visti. Di fatto, quindi, i decreti flussi si sono spesso trasformati nel tentativo di regolarizzare persone che sono già presenti sul territorio italiano e che già lavorano, di frequente in nero4. Il decreto flussi è stato spesso sfruttato per generare degli illeciti. Non sono infrequenti, infatti, i casi in cui degli intermediari reclutano candidati alla migrazione, chiedendo loro dai 10 ai 15mila euro per aiutarli a ottenere il visto e il lavoro. Molto spesso, però, al loro arrivo le persone straniere non trovano il datore di lavoro e nemmeno l’intermediario e quindi non solo non ottengono il permesso di soggiorno, ma finiscono a lavorare in nero in condizioni di schiavitù. 

Per superare questa situazione, emerge la necessità di riforme concrete. Già nel 2017 la campagna “Ero Straniero” aveva avanzato al Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta da oltre 95mila cittadini. Sebbene quella proposta sia decaduta, i suoi principi restano il fulcro di un nuovo impianto normativo presentato nel 2024 per modificare il Testo Unico sull’Immigrazione. La proposta, attualmente in discussione in Commissione Affari Costituzionali e sostenuta da gran parte delle opposizioni, prevede l’introduzione di permessi di soggiorno per ricerca lavoro, il meccanismo dello “sponsor” e percorsi di ingresso più flessibili per superare le criticità della legge Bossi-Fini5

Verso un’utopia concreta

La visione di Giovanni e del socio Paolo guarda ora all’Etiopia: l’obiettivo è aprire una fabbrica ispirata ai grandi modelli industriali illuminati della nostra storia, come quello di Crespi d’Adda e di Adriano Olivetti.

Crespi d’Adda rappresenta ancora oggi l’esempio eccezionale di un “villaggio ideale” del lavoro, nato tra il XIX e il XX secolo dalla visione degli industriali Cristoforo e Silvio Crespi. Progettata per ospitare gli operai del cotonificio di famiglia, la città fu pensata per garantire una vita dignitosa e prevenire i conflitti sociali, offrendo standard di benessere straordinari per l’epoca: dalle abitazioni con orto privato ai servizi d’avanguardia come elettricità gratuita, cliniche e scuole. Passata di mano negli anni ’70 dopo decenni di gestione familiare, la città ha subito un declino industriale, ma resta oggi una testimonianza storica intatta e unica, tanto da essere stata inserita nel Patrimonio Mondiale UNESCO.

Allo stesso modo, il modello imprenditoriale di Adriano Olivetti – divenuto presidente dell’azienda familiare nel 1938 – ha rivoluzionato il concetto di fabbrica, trasformandola da luogo di pura produzione a motore di benessere sociale e culturale. Al centro della sua filosofia non c’era il profitto fine a sé stesso, ma la valorizzazione della persona, del dialogo e della cultura umanistica, creando un ambiente dove il sapere passava naturalmente dai maestri ai giovani. In questo sistema, il profitto viene in parte investito in scuole e servizi, restituendo al lavoro la sua funzione di elevazione umana e sociale. Questa “utopia concreta” rappresenta oggi la risposta più efficace al paradosso della cittadinanza dimezzata: se la legge Bossi-Fini e il razzismo immobiliare alzano muri burocratici e sociali, l’eccellenza del fare crea ponti che la realtà dei fatti rende ormai imprescindibili.

Il Made in Italy di domani non può più prescindere da questi Maestri d’Oltremare, capaci di rigenerare le nostre tradizioni produttive con il know-how ancestrale e la forza di una resilienza forgiata nel dolore. Riconoscere il loro talento significa comprendere che l’integrazione non è un atto di assistenza, ma un investimento strategico sulla qualità e sulla sopravvivenza della nostra manifattura. Solo superando la logica dell’emergenza normativa e trasformando i decreti flussi in veri percorsi di vita, potremo dire che l’impresa italiana è tornata a essere una “comunità”. Perché non può esserci vera eccellenza in un prodotto, che sia un barattolo di yogurt o un abito d’alta moda, se chi lo realizza è costretto a vivere nell’ombra, separato dai propri affetti e sospeso tra la produttività e l’invisibilità.

Le storie di Barikamà e di Prism non sono semplici parabole di successo individuale, in cui il migrante è passato da “soggetto da aiutare” a “maestro da cui imparare”. Sono frammenti di un’unica, urgente necessità: ridefinire l’identità produttiva del nostro Paese. In un’epoca in cui il “made in Italy” rischia di diventare un’etichetta vuota, questi artigiani d’oltremare ci ricordano che l’eccellenza non è una questione di confini, ma di trasmissione del sapere. È qui che si inserisce il concetto di “Restanza”: un termine solitamente usato per chi resta nei borghi italiani che si svuotano. Ma questi maestri d’oltremare praticano una resistenza ancora più coraggiosa: hanno abbandonato la loro terra per lottare e restare nella nostra, diventandone i custodi mentre le nuove generazioni italiane spesso emigrano. Il domani della nostra manifattura si scrive lì, tra il fango di Martignano e il ritmo incessante delle macchine da cucire di periferia milanese, dove il diritto al futuro può avere finalmente il sapore del riscatto.

Note

  1. S. Mirabelli, Idoneità abitativa: quali sono i requisiti? La legge per tutti, 2 dicembre 2021 https://www.laleggepertutti.it/518487_idoneita-abitativa-quali-sono-i-requisiti
  2. E. Pugliese, Immigrazione e politiche migratorie nell’era berlusconiana Costituzionalismo.it, Fascicolo 1 2010, pp.7-9, 7 luglio 2010 https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_346.pdf
  3. Fondazione Casa della Carità, Legge Bossi-Fini: cosa prevede e l’impatto sull’immigrazione, 18 luglio 2024 https://www.casadellacarita.org/approfondimenti/legge-bossi-fini-immigrazione/
  4. D. Facchini, I vent’anni della “Bossi-Fini”, l’ipocrisia fatta legge sull’immigrazione, Altreconomia, 29 luglio 2022 https://altreconomia.it/i-ventanni-della-bossi-fini-lipocrisia-fatta-legge-sullimmigrazione/
  5. L. Manconi, Come superare la Bossi-Fini, Ero Straniero, 13 marzo 2023 https://erostraniero.it/come-superare-la-bossi-fini/
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