Progettare la moneta per un nuovo modello di società

Autore

Cristina Toti

Data

20 Maggio 2026

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4' di lettura

DATA

20 Maggio 2026

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Società

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Per molto tempo la moneta è stata descritta come uno strumento tecnico: mezzo di scambio, misura del valore, unità di conto. Questa rappresentazione, dominante nella teoria economica, tende a presentarla come un’infrastruttura neutrale. Eppure, se allarghiamo lo sguardo, emerge qualcosa di diverso: la moneta è un’istituzione sociale che stabilisce cosa – e chi – viene riconosciuto come valore, chi può accedere alle risorse e quali comportamenti vengono incentivati.

Dal punto di vista della sociologia economica, la moneta non può essere ridotta a oggetto o strumento. È una relazione istituzionalizzata, un mezzo attraverso cui le società organizzano legami, obblighi, riconoscimento e circolazione delle risorse. Per questo ogni sistema monetario incorpora scelte normative: le sue regole non si limitano a facilitare scambi, ma orientano comportamenti, accesso alle risorse e relazioni di potere. Se la moneta organizza relazioni, allora può anche essere progettata per sostenere relazioni diverse.

Una moneta, un’idea di società

Progettare una moneta significa decidere chi può partecipare a un circuito, come viene emessa, quali attività vengono riconosciute, dove può circolare e a quali condizioni. In questo senso, ogni architettura monetaria incorpora una certa idea di economia e di società. La moneta non si limita a rappresentare il valore: contribuisce a definirlo.

Le monete parallele mostrano da tempo questa dimensione. Tuttavia, non tutte lo fanno nello stesso modo. Alcuni sistemi, come Sardex o la Grama, moneta municipale di Santa Coloma de Gramenet,  nascono da una progettazione più imprenditoriale o istituzionale, orientata a rafforzare l’economia locale, gli scambi tra imprese o le politiche pubbliche territoriali. Altre esperienze – come il Puma a Siviglia, il Chipico in Argentina, l’Ora a Pesaro-Urbino in Italia – si iscrivono nella tradizione delle monete sociali, dove la questione centrale non è solo creare uno strumento di scambio, ma costruire forme di governance dal basso, partecipazione e autodeterminazione economica.

Per questo le nomenclature non sono secondarie. Parlare di moneta locale, complementare, municipale, comunitaria o sociale non significa usare etichette equivalenti, ma richiamare orientamenti diversi: chi promuove il circuito, quali obiettivi vengono messi al centro, quale grado di partecipazione è previsto e quale idea di economia si vuole sostenere. La categoria scelta per definire una moneta è spesso una prima traccia della sua impronta politica.

Attori, pratiche, regole

Da qui nasce la domanda centrale: da dove iniziare? Prima ancora di scegliere una piattaforma o una tecnologia, occorre definire il sistema socio-economico che si vuole sostenere. Quali bisogni esistono in un territorio? Quali risorse sono già presenti? Quali attori possono partecipare? Quali pratiche si vogliono riconoscere? Solo dopo diventa possibile stabilire le regole monetarie: chi emette, chi riceve, dove si spende, se la moneta è trasferibile, se può essere accumulata, se resta chiusa nel circuito o se può essere convertita.

Questo vale per una moneta locale cartacea, per un circuito digitale gestito tramite piattaforme come Cyclos o CES, e vale anche per un sistema tokenizzato. La differenza è che, con i token e la blockchain, alcune scelte diventano più esplicite e programmabili. Un token può funzionare come mezzo di scambio, premio, coupon, diritto di accesso, riconoscimento simbolico o strumento di governance. Ma proprio per questo obbliga a chiarire meglio che cosa si sta valorizzando e perché.

Immaginiamo, ad esempio, un sistema legato all’economia circolare. La domanda non è semplicemente “come premiamo un comportamento sostenibile?”, ma quali pratiche vogliamo rendere visibili: prestare un oggetto, ripararlo, mettere a disposizione competenze, partecipare a un laboratorio. Il token deve funzionare come premio, accesso a un servizio, riconoscimento o strumento di scambio? Deve circolare liberamente o restare dentro una comunità?

Queste non sono domande tecniche. Sono scelte sociali e politiche, perché definiscono non solo quali pratiche rendere visibili, ma anche quali comportamenti promuovere, stabilizzare o scoraggiare. In questo senso, ogni architettura monetaria contiene una forma, più o meno esplicita, di orientamento dei comportamenti.

Un esempio di questa logica di co-progettazione, ancora in fase sperimentale, è CommonsHood, una webapp blockchain nata in ambito universitario. Il progetto si nutre di sperimentazioni su economie collaborative locali per definire le proprie funzionalità e costruire un’infrastruttura modulare, che possa poi essere personalizzata dalle comunità o dagli attori che la utilizzano nella definizione del proprio circuito tokenizzato. In questo quadro, Commons Hood va letto come una sperimentazione che rende visibile il metodo di progettazione: partire dal contesto, dai bisogni, dalle risorse, dagli attori e dai valori condivisi, per poi tradurli in regole monetarie e funzionalità digitali. La blockchain, in questo caso, non è il punto di partenza, ma l’infrastruttura attraverso cui alcune scelte possono essere rese più esplicite, verificabili e, idealmente, discutibili.

Vantaggi e rischi nell’era digitale

Qui si mostra una prima ambivalenza: il digitale non rende automaticamente una moneta più democratica. Può rendere più trasparenti le regole, ma può anche inserirle in protocolli difficili da comprendere. Può favorire la partecipazione, ma anche creare nuove dipendenze da attori tecnici o finanziari. Può permettere di riconoscere pratiche sociali e ambientali, ma anche trasformare ogni relazione in asset misurabile e scambiabile.

Per questo, progettare una moneta nell’era digitale significa chiedersi chi partecipa alla definizione degli obiettivi e dell’architettura del sistema. Questa domanda non riguarda solo le monete alternative o tokenizzate, ma anche la moneta che utilizziamo ogni giorno, perché ogni architettura monetaria incorpora regole, valori, relazioni sociali e rapporti di potere. Chi decide quali valori incorporare e quali obiettivi perseguire? Chi comprende le regole tecniche? Chi può modificarle e quando? Chi resta fuori? È qui che diventa importante la prospettiva delle tecnologie civiche: non usare la tecnologia come soluzione già data, ma renderla accessibile, discutibile e appropriabile da parte delle collettività che la utilizzano.

La vera novità del digitale, quindi, non è che la moneta possa essere progettata: le monete parallele lo mostrano da tempo. La novità è che, nei sistemi tokenizzati, alcune regole e funzioni – emissione, accesso, usi, limiti, incentivi, diritti – possono essere rese più esplicite e formalizzate dentro un’infrastruttura tecnica. Questo rende osservabile qualcosa che nelle forme monetarie dominanti resta spesso poco visibile: una stessa architettura monetaria tiene insieme funzioni diverse e contribuisce a orientare comportamenti e relazioni sociali.

Tokenizzazione e comportamenti

Nei sistemi tokenizzati queste funzioni possono essere scomposte e combinate in varie modalità. Un token può servire allo scambio, un altro all’accesso a un bene o servizio, un altro ancora al riconoscimento di una pratica, a un premio, a un diritto organizzativo o a una funzione di governance. In questo modo, non abbiamo solo una pluralità di monete, ma una pluralità di funzioni dentro lo stesso circuito. È qui che la tokenizzazione civica diventa interessante: perché rende analizzabile e negoziabile l’architettura attraverso cui valore, accesso e partecipazione vengono organizzati.

Da qui emerge anche il punto più delicato. Quando i token sono usati come reward, incentivi o condizioni di accesso, non si limitano a rendere visibili pratiche considerate importanti: contribuiscono anche a orientare comportamenti. È un aspetto molto presente nei discorsi sulla blockchain for social good, dove i token vengono spesso presentati come strumenti per promuovere sostenibilità, riuso, partecipazione o cooperazione. Ma proprio per questo occorre chiedersi chi decide quali pratiche meritano di essere premiate, quali comportamenti vengono resi desiderabili e quali forme di vita economica vengono normalizzate attraverso il design.

Riconoscere la moneta come istituzione progettata implica spostare lo sguardo. Non basta chiedersi quale tecnologia usare. Occorre chiedersi quale sistema socio-economico si vuole sostenere, quali pratiche rendere visibili, quali relazioni e comportamenti rafforzare e chi deve poter partecipare alla definizione delle regole. La moneta è una delle principali infrastrutture attraverso cui le società organizzano valore, potere e convivenza: una sua progettazione consapevole necessita di decidere, collettivamente, quali valori rendere operativi e quali futuri rendere possibili.

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