Penso che semplicemente uccideremo chi trasporta droga nel nostro Paese. Ok? Li uccideremo. Saranno, tipo, morti.
Donald Trump, fine ottobre 2025, riguardo gli attacchi militari statunitensi contro delle imbarcazioni a nord del Venezuela.
L’ordine internazionale sorto alla fine della II guerra mondiale si è sostanzialmente disgregato negli anni post-pandemia, mentre il progressivo declino del modello unipolare a guida americana sta determinando una nuova fase guidata da attori regionali e globali. Un cambiamento di lungo corso, simbolicamente iniziato all’alba del XXI secolo con gli attentati dell’11 settembre 2001 e il successivo ingresso della Cina nella World Trade Organization (WTO), che ha dato il via ad una catena di profonde trasformazioni planetarie. Nel giro di due decenni il mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale, soprattutto grazie alla prorompente ascesa del mondo asiatico, ha spinto la Potenza statunitense a smantellare progressivamente la vecchia architettura globalizzata nel tentativo di frenare lo spostamento del baricentro economico-tecnologico. Ma questo tentativo ‘revisionista’, insieme al nuovo attivismo dei Paesi emergenti, il ritorno sulla scena internazionale della Russia e la profonda crisi dell’Unione Europea, ha accelerato la transizione da un sistema dominato dall’Occidente ad uno multipolare caotico, senza dei poli stabili e un chiaro assetto condiviso.
La profonda incertezza di questi tempi ha portato numerosi accademici ed esperti ad indagare le possibili conseguenze di lungo termine per le società avanzate, specialmente considerati i pericoli naturalmente insiti nei momenti di grande transizione storica. Ma se da una parte diversi media continuano a rilanciare il classico dibattito sul possibile ‘secolo cinese’, su un ipotetico G2 o una nuova ‘guerra fredda’, con forse un passaggio più o meno turbolento dalla Pax Americana alla Pax sinica, dall’altro canto, allargando lo sguardo all’intero modello di sviluppo, la visione si offusca, si complica, specialmente con una serie di cambiamenti epocali che l’umanità non ha mai affrontato prima. A partire dall’inverno demografico in accelerazione.
Stagnazione secolare
Con questa impostazione alla base, i vecchi schemi di derivazione novecentesca utilizzati per comprendere i cicli storici e le relazioni internazionali si stanno mostrando sempre più inadeguati, tanto che i nuovi scenari in dispiegamento dovranno essere analizzati con lenti nuove, adatte ad un contesto globalizzato proiettato verso 9 miliardi di esseri umani entro il 2050. In tal contesto, il timore di una nuova guerra mondiale continua ad aleggiare come uno spettro, specialmente di fronte al rapido riarmo di numerose nazioni, ma analisti come Michael Beckley hanno provato ad avanzare l’ipotesi che la generale stagnazione delle società moderne, con minore crescita del Pil, curva dell’innovazione ridotta e una popolazione sempre più anziana, renderà la cosa molto improbabile e soprattutto differente dai precedenti due grandi conflitti mondiali; niente più mobilitazioni di massa, feroci colonialismi, imperialismi ed ideologie fanatiche, ma una condizione generalizzata di irrigidimento sociale, fra autoritarismi, guerre locali e una progressiva perdita di benessere per le masse più povere. Un’ipotesi interessante, che però poggia fideisticamente sul rinnovato dominio americano, su una palese sottovalutazione delle potenzialità cinesi, dell’attivismo aggressivo di certi attori regionali (Israele, Turchia, Iran, Emirati Arabi, Qatar, etc.), che mostrano chiare volontà di potenza ed espansione della propria influenza politica/religiosa al di là dei loro territori limitrofi.
All’interno dello stesso Occidente, se da una parte l’impetuosa crescita economica post-bellica si è sostanzialmente conclusa, dall’altra le rampanti élite accelerazioniste neoreazionarie scommettono su un nuovo salto tecnologico del Sistema globale con loro al comando. E quindi la riaffermazione dell’imperium americano tramite intelligenza artificiale, automazione e una rinnovata industrializzazione. In questo modo la stagnazione economica della middle class, il declino demografico e il malessere psicologico di massa coesisteranno con la corsa esponenziale del mondo digitale, mentre tutte le Potenze rimarranno incastrate nella feroce competizione per risorse, tecnologie e sfere di influenza in un tardo capitalismo in continuo mutamento.
Nuove cooperazioni e pressioni crescenti
Il vecchio ordine internazionale è giunto al capolinea, ma una possibile riedizione di vecchi e nuovi imperialismi va re-inquadrata in un’architettura globalizzata sottoposta a numerose crisi, fra cui quella climatica-ambientale, dove le supply chain estese su scala planetaria ‘costringono’ a continue cooperazioni fra tutti le nazioni nonostante il crescente caos. La definitiva perdita di egemonia da parte degli USA potrebbe spingere ad un confronto bellico fra le maggiori Potenze, ma tale impostazione, tendenzialmente figlia del pensiero europeo, viene rigettata da alcuni Paesi emergenti che iniziano ad ipotizzare una collaborazione evolutiva priva di nuovi egemoni unipolari, in grado di assicurare un maggiore equilibrio e sviluppo per miliardi di individui. Un recupero delle tradizioni millenarie nate nel continente orientale, fra India, Cina e altre civiltà del Sud est asiatico, che per lunghissimo tempo hanno garantito una serie di equilibri dinamici, prima dell’avvento del colonialismo europeo nel XIX secolo.
Il grado di sviluppo tecnologico-scientifico raggiunto dalla civiltà umana implica necessariamente una cooperazione internazionale, anche solo per salvaguardare la sopravvivenza della popolazione a livello alimentare. Ma le dinamiche competitive imposte dalla crescita a tutti i costi, le rivalità fra élite declinanti ed emergenti, oltre che le violente pressioni industriali su un habitat naturale severamente compromesso, fanno ipotizzare che la capacità di mantenere un equilibrio funzionale sarà sempre più difficile. Guerre regionali, possibili guerre civili nelle società avanzate o parziali collassi delle filiere logistiche, sono scenari sempre meno remoti. Così come non è più remota la venuta di un tecno-medioevo a causa di crisi planetarie a cascata, incapacità ad adottare piani di adattamento multilaterali e l’impossibilità a mantenere un meccanismo di crescita capitalistica altamente insostenibile. La stagnazione del lungo ciclo della Modernità potrebbe essere il preludio ad un frazionamento del mondo in un caotico assetto apolare, con tanti e variabili centri dominanti, decretando così la fine della vecchia globalizzazione.