Il linguaggio politico di Donald J. Trump ha attirato l’attenzione per la sua apparente semplicità, l’uso ossessivo di formule fisse, l’abbondanza di superlativi assoluti e la tendenza a ridurre la complessità a dicotomie morali nette. Gli studi condotti dimostrano come questa comunicazione sia in realtà un potente mix di predisposizione naturale e precise tecniche retoriche.
L’apparente semplicità del linguaggio trumpiano
Il lessico di Trump è estremamente semplice. Studi di James Pennebaker, psicologo del linguaggio, collocano il suo stile su un livello scolastico di quarta o quinta elementare. Le frasi sono brevi, spesso interrotte, con struttura sintattica elementare. Le parole più frequenti, great, fake, tremendous, loser,sad, hanno un forte impatto emotivo.
Pennebaker ha analizzato oltre 35 interviste di Trump, rilevando un uso crescente di termini assoluti come ‘sempre’, ‘mai’, ‘completamente’, e un pensiero sempre meno analitico. Alcuni media si sono chiesti se ciò indichi un’involuzione cognitiva. In realtà, la semplicità del linguaggio è una scelta precisa: aumenta la risonanza emotiva e la memorabilità. Tony Schwartz, ghostwriter di The Art of the Deal, ha osservato: «Trump non legge, non ascolta, comunica solo per slogan.»
Superlativi, iperboli e paralessi
Tutto è ‘il più grande’ o ‘il peggiore’. Le iperboli non descrivono, ma deformano la realtà, servono a semplificare, creare urgenza e affermare autorità: «No one knows more about X than I do», «The greatest economy in history». Jennifer Mercieca, in Demagogue for President (2020), parla di rhetorical boasting: il vanto come sostituto dell’argomentazione.
Un altro tratto crescente è l’uso di un vocabolario violento. I politologi Savin e Treisman hanno rilevato un passaggio dal 0,6% al 1,6% di parole associate alla violenza tra il 2016 e il 2024, contro lo 0,79% di Obama. Parole come bloodbath, ‘invasione’, ‘assassini’, ‘stupratori’ sono termini ricorrenti. A marzo 2024 Trump ha predetto un ‘bagno di sangue’ in caso di sconfitta.
Una figura tipica è la paralessi, ovvero dire ‘senza dire’, insinuare senza assumersene la responsabilità. Esempio sono i retweet di contenuti suprematisti nel 2016, seguiti da frasi come «non sapevo chi fossero». Così si sposa una tesi, senza esporsi.
Enumerazione e retorica della lista
Un’altra tecnica è l’enumerazione cumulativa, simile a quella di Matteo Salvini: sequenze ripetitive che producono ritmo e urgenza. Celebre: «They’re bringing drugs. They’re bringing crime. They’re rapists». Oppure «They’re eating the dogs. They’re eating the cats. They’re eating the pets…», la famosa Pet Conspiracy Theory di Springfield, Ohio.
George Lakoff parla di bullet point mentality, liste di parole emotivamente cariche che sostituiscono il pensiero critico. In questo meccanismo si inserisce il tricolon, la ripetizione ternaria, già usata da Lincoln e Obama, ma che con Trump diventa uno strumento martellante: «America First», «Keep America Great», «Make America Great Again».
Frame morali e dicotomie nette
Trump struttura la comunicazione su opposizioni morali. Buoni contro cattivi, Americani contro stranieri, vincitori contro perdenti. In Understanding Trump Lakoff (2016) spiega che la sua visione è quella del ‘padre severo’ che impone ordine in un mondo corrotto e minaccioso.
Uno studio pubblicato su PNAS Nexus ha analizzato 139.000 tweet di candidati alle primarie USA (2016-2020). I Democratici usano termini come care e fairness, mentre i Repubblicani loyalty, authority, sanctity. Trump ancora una volta si distingue, usa fairness per attaccare (biased, unfair), capovolgendo il frame tradizionale democratico.
Tutto si semplifica, non ci sono più zone grigie, solo battaglie morali. Questa struttura binaria, giusto/sbagliato, genera una narrazione potente, identitaria, ma priva di mediazione. E così l’unico in grado di ‘prosciugare la palude’ diventa l’uomo forte, ovvero lui.
Flood the zone with shit: la strategia di Steve Bannon
Molti di questi meccanismi sono stati affinati da Steve Bannon, ex stratega di Trump e direttore di Breitbart News. A lui si deve la visione della politica come guerra culturale permanente. È suo l’inquietante principio: «Flood the zone with shit», ovvero, inondare lo spazio mediatico con caos, fake news, provocazioni, per confondere e saturare l’attenzione pubblica.
Bannon ha esportato il trumpismo in Europa, collaborando con diversi leader sovranisti. Come Casaleggio, Cummings o Finkelstein, è un ‘ingegnere del caos’ (Da Empoli, 2019). Ha capito che la destra poteva conquistare l’egemonia solo costruendo una nuova cultura accessibile, populista, polarizzante. E che per convincere, prima bisognava confondere.