L’invisibile intelligenza del mondo (parte 1)

Le idee di solidarietà e cooperazione vivevano nelle Società di Mutuo Soccorso, luogo fisico di socialità, tempo libero, apprendimento ed emancipazione culturale. Spunti illuminanti e dubbi leggendo ‘Anime creative’ di Paolo Perulli.

Autore

Sergio Fontegher Bologna

Data

21 Aprile 2025

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7' di lettura

DATA

21 Aprile 2025

ARGOMENTO

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Il testo di Paolo Perulli si presta a una serie infinita di riflessioni, perché è un testo di storia universale, prende in esame una delle condizioni di costituzione di una civiltà: la produzione di conoscenza. Da questo punto di vista l’uso del termine ‘creativo’ può sembrare estremamente riduttivo, anzi banale. La produzione di conoscenza è di una tale complessità che potremmo chiamarla storia dell’uomo, riproduzione della specie umana, storia dell’homo sapiens, che non cambierebbe molto. Ma affinché la conoscenza possa prodursi, abbiamo bisogno di un sistema di relazioni. Al tempo stesso però l’indispensabilità del sistema di relazioni non cancella, non sussume, la figura individuale. I passi avanti di un sistema di civiltà sono fatti di figure che spesso vengono definite ‘solitarie’, abitanti di universi che ad essi soli è data la fortuna di conoscere. Mentre si possono ricostruire, rendere visibili, le relazioni di Johann Sebastian Bach, con la cultura protestante, con la musica del passato, con la necessità di sopravvivere e di far sopravvivere una ventina di figli, le relazioni con il potere, con le strutture e le burocrazie ecclesiastiche, con i vincoli della liturgia, con la lingua tedesca, con le tecniche degli organisti e dei costruttori di strumenti a tastiera, con gli editori e i copisti, coi coristi e i padroni di casa e chi più ne ha più ne metta, come facciamo a capire, a rendere visibile, il suo universo interiore? Cioè quell’ignoto mondo da cui ha raccolto la struttura ferrea delle sue composizioni, l’intensità sublime delle sue arie, la grandiosità dei suoi cori, delle sue Messe, dei suoi Concerti, il raccoglimento delle sue Cantate. Come facciamo a dire che è esistito quel mondo? Siamo in grado forse di ricostruire la fisiologia di un processo di creazione? E poi, siamo sicuri che esiste? Di fronte al processo creativo restiamo impotenti, parliamo di qualcosa d’inconoscibile. 

Termine scivoloso dunque quello di ‘creativo’, sputtanato oltretutto dal successo commerciale del libro di Florida. Ma il problema che Perulli pone rimane ineludibile. Che rapporto c’è tra il sistema di relazioni e l’individualità creante, tra il collettivo e la persona con doti speciali? È un problema così grosso che lascio volentieri ad altri l’arduo compito di affrontarlo. Qui mi limito a segnalare che a me sembra mancare, nel discorso di Paolo, un anello importante.

Quando Perulli parla di artisti, scienziati, filosofi, tecnici, che hanno aperto nuovi spazi alla conoscenza – e la percezione dell’arte è anch’essa conoscenza – si riferisce a creazioni dell’ingegno che sono sempre prodotti astratti, anche se sono pensati per il mercato. C’è però una categoria di creativi molto specifica, che Perulli non prende in considerazione, una categoria che ha avuto un enorme impatto sociale, di cui gli autori ci sono spesso ignoti, non sono ‘nomi famosi’: è la categoria degli inventori di forme di organizzazione sociale, di modi di creare cooperazione, come direbbe Marx. Potremmo chiamarli gli inventori della forma comunitaria. E mi vengono in mente due esempi: il monachesimo e le società di mutuo soccorso.

1. I conventi non furono soltanto luoghi di preghiera, di meditazione, di mortificazione della carne – com’erano in precedenza gli eremitaggi – ma strutture economiche, forme di produzione di valore, di realizzazione d’infrastrutture (si pensi al rapporto tra monachesimo e sistemi irrigui), di trasmissione della conoscenza (si pensi al rapporto tra monaci e amanuensi), di diffusione di tecniche agricole, di produzione di musica sacra, di produzione di rimedi naturali contro disturbi fisici e non. Oltre alla tematica, non secondaria, dell’accoglienza (sia di pellegrini e viandanti che di “fratelli” con vocazioni, di poveri diavoli in cerca di un pezzo di pane assicurato o di figli cadetti diseredati o di criminali in fuga o in cerca di espiazione). La potenza trasformatrice della forma-convento va ben oltre la durata temporale della civiltà medievale, la sua carica innovativa per il costituirsi di una civiltà è di pari livello di quella che si è prodotta nello spazio urbano. Non è dunque vero che sempre la città è lo spazio necessario alla produzione di conoscenza. Man mano che la chiesa cattolica iniziò a trasformarsi secondo il modello della forma-stato, i monasteri perdettero la loro potenza innovativa e diventarono uno dei tanti apparati corporativi che hanno retto nei secoli quello stato. Ma l’onda lunga delle innovazioni che hanno prodotto i monasteri è giunta sino a noi.

La cosa straordinaria del monachesimo fu la sua capacità di esercitare tante funzioni diverse dentro un unico luogo fisico specifico, caratterizzato anche da un modello architettonico specifico, dominato da regole che alternavano la solitudine della cella alla comunità del refettorio o del coro, il tutto come condizione necessaria alla produzione di conoscenza e all’offerta di servizi alla comunità più ampia degli abitanti di un determinato territorio. Bisognerà aspettare il movimento operaio dell’Ottocento per ritrovare qualcosa di simile ed è per questo che, come secondo esempio, ho pensato alle società di mutuo soccorso.

2. Benché le gilde esistessero già nel Medioevo come sistema di tutele di determinati mestieri e di coloro che li esercitavano, le società di mutuo soccorso sono indissolubilmente legate alla nascita e allo sviluppo della rivoluzione industriale. Le idee di solidarietà e di cooperazione sono strettamente imparentate. Alloggiarle sotto l’unico tetto della Società di Mutuo Soccorso (SMS) significava anche in quel caso, come nei conventi, costruire la premessa per una polifunzionalità. La SMS era luogo di apprendimento, spesso sostitutiva della scuola, luogo di emancipazione culturale per il socio e la sua famiglia, era il luogo dove il lavoratore imparava a leggere la sua busta paga, a conoscere le clausole del suo contratto di lavoro, a prendere coscienza dei suoi diritti, a gestire il suo rapporto con l’alcool. Poi si assiste all’evoluzione delle SMS nella forma-sindacato. Ma questo non chiude la storia delle SMS, che permangono come servizio analogo a quello svolto oggi dai Patronati.

La forma-sindacato si fa strada quando dalla pura sopravvivenza il proletariato passa al negoziato, al conflitto, alla coscienza di sé. Le SMS diventano in un certo qual senso il retroterra del conflitto, diventano casse di resistenza. 

A farci mente locale, sembra incredibile che uomini, sfiancati da orari di lavoro lunghissimi in ambienti malsani, magari con famiglie e prole numerosa sulle spalle, abbiano saputo trovare il tempo e l‘energia di fornire lavoro gratuito nelle poche ore di tempo libero, per costruire la loro Società di Mutuo Soccorso, per tenerla in ordine, per abbellirla, e abbiano trovato i soldi per pagare la quota di iscrizione. E le donne? A tenere la casa, i figli, mentre i mariti regalavano il loro tempo alla Società, pronte anch’esse a dare una mano. Chi avrà pulito, lavato, scopato, la sede della SMS, se non le donne, magari aiutate dai figli bambini che svuotavano l’acqua sporca dai secchi o tenevano forte una scala, in cima alla quale la mamma puliva i vetri delle finestre? E poi trovavano il tempo pure di ballare e di divertirsi, quando la Società organizzava delle feste.

Mi sarebbe piaciuto trovare questa dimensione nel libro di Paolo, invece di sentirmi sempre ronzare sulla testa il drone fastidioso dello Spirito.

Non a caso nel 1995, quando, con Primo Moroni e altri amici, decidemmo di costituire un’Associazione culturale denominata ‘Libera Università di Milano e del suo Hinterland’ (LUMHI) scegliemmo come sede per l’inaugurazione lo spazio della Società di mutuo soccorso Cesare Pozzo dei macchinisti e dei fuochisti delle ferrovie Alta Italia, a Milano, costituita il 1° maggio del 1877. All’epoca quegli spazi così gravidi di storia erano stati affittati a un ristorante. La memoria della civiltà operaia già allora, dopo la ‘Milano da bere’, non valeva niente. Eravamo in pieno tsunami di ‘Mani Pulite’ e delle privatizzazioni. L’industria pubblica, costituita dal fascismo e conservata dalla Prima Repubblica, veniva smantellata e l’Italia diventava il regno delle PMI e della flessibilità del lavoro, poi sfociata nella precarietà selvaggia e oggi nella gig economy.

Lo spazio era bellissimo, un’unica grande sala per le assemblee, una balaustra che girava tutto attorno dove si saranno assiepati i partecipanti. Una piccola agorà al chiuso. E sul soffitto un affresco con figure allegoriche.

Durante i disordini del 1898, passati alla storia per le cannonate di Bava Beccaris contro i dimostranti, molti di questi si rifugiarono nella sede della Mutua, in via San Gregorio, non lontano da quella che sarà la Stazione Centrale di Milano. I carabinieri la occuparono e la Mutua fu posta fuori legge. Cesare Pozzo, nato a Serravalle Scrivia, che ne aveva assunto giovanissimo la Presidenza nel 1878, si tolse la vita gettandosi sotto un treno.

Non sapevamo allora che quel nostro gesto simbolico avrebbe avuto un seguito, la cui vicenda ci riporta ai nostri creatori di organizzazione sociale. 

3. Infatti due anni dopo, 1997, LUMHI promosse la pubblicazione di un volume di vari autori, tra questi anche Paolo Perulli. Il titolo è Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli/Shake Edizioni. Stufi di sentir parlare di trasformazione dell’impresa, di nuove tecnologie, di nuovi mercati, stufi di veder analizzato solo il lato del capitale, abbiamo provato a interrogarci se le trasformazioni dal lato del lavoro non fossero anch’esse di eccezionale rilevanza. I sociologi avevano dedicato poca attenzione ai self employed, ai freelance. Anzi, dalla letteratura esistente si faceva fatica a capire se potevamo considerarli veramente ‘lavoratori’ o piuttosto la forma estrema di miniaturizzazione dell’impresa, la cosiddetta ‘impresa individuale’. Tanto più che questa era la definizione dell’Unione Europea, che considerava (in parte ancora oggi) i lavoratori autonomi come degli imprenditori di sé stessi, dunque un soggetto che giuridicamente può essere classificato come impresa. E perché noi preferimmo chiamarlo lavoro autonomo di seconda generazione? Perché la prima generazione era quella dei commercianti e dei coltivatori diretti, in continua diminuzione, mentre a noi interessavano i professionisti delle nuove professioni, per esempio i web designer, professionisti non iscritti agli Albi degli Ordini professionali. Avevamo dunque individuato uno specifico strato sociale, al quale Richard Florida, cinque anni dopo (2002), avrebbe affibbiato il nome di creative class. Il volume, curato da Andrea Fumagalli e da me, fu discusso e accolto con interesse dai giuslavoristi, mentre la maggioranza dei sociologi non si trovò d’accordo con la nostra analisi. Ad apprezzarlo tra i giuslavoristi fu uno dei maggiori, Adalberto Perulli, fratello di Paolo, il quale aveva pubblicato un anno prima un ponderoso trattato sul lavoro autonomo, non subordinato. Mentre l’atteggiamento di Florida e di tanti altri vedeva nei ‘creativi’ e nei self employed una specie d’incarnazione del mercato concorrenziale nella sua pura essenza, noi toglievamo il velo all’asserita ‘indipendenza’ di questi soggetti. Dicevamo che essi dipendevano dal committente, erano professionisti per conto di terzi e venivano pagati coi tempi che decidevano questi terzi, ossia i committenti. La loro libertà in molti casi era una falsa libertà, perché erano eterodiretti, cioè non decidevano nemmeno loro come, quando e dove scegliere di lavorare. Se il freelance è donna, deve conciliare i suoi obblighi di cura con la professione e questo la porta ad un’esasperata domestication. Concludevamo dicendo che questi soggetti, al di là dei compensi percepiti, si trovano in una posizione di svantaggio sul mercato rispetto ai dipendenti, ai lavoratori subordinati, agli employees, che almeno ricevono regolarmente uno stipendio a fine mese e soprattutto ricevono dall’azienda i mezzi di lavoro, non debbono procurarseli da soli. In particolare, in Italia, si trovano svantaggiati sul piano delle tutele, che nel nostro ordinamento sono costruite interamente sulla figura del lavoratore subordinato. Quindi avevano bisogno di coalizzarsi, di costituire organismi di autodifesa, di costituire un sindacato. Ed eccoci tornati al problema degli inventori di organizzazioni sociali. 

Si dirà che non c’era nulla da inventare, la forma-sindacato esisteva da più di un secolo. Invece non era così, perché un’organizzazione sindacale di freelance si trova ad essere priva del principale strumento di azione sindacale: lo sciopero. Nel caso invece che un gruppo di freelance, collaboratori esterni di una stessa casa editrice, decidessero di coalizzarsi come membri di un sindacato o di un quasi-sindacato (quasi-union secondo la fervida fantasia dei sociologi anglosassoni) e chiedessero di rinegoziare collettivamente le condizioni tariffarie, rischierebbero la sanzione dell’Unione Europea: «questa è distorsione della concorrenza, perché voi non siete dei lavoratori ma delle imprese e coalizzandovi formate un trust, calpestando in tal modo le sacre regole del libero mercato!»

Idiozia del neoliberalismo. Oggi l’Unione Europea ha cominciato a correggere il tiro su questa questione della contrattazione collettiva dei freelance, concedendo che le regole finora adottate non valgono per i lavoratori delle piattaforme. Quindi ci siamo trovati di fronte al problema di inventare una forma-sindacato inedita, scoprendo che qualcuno ci aveva già pensato prima di noi: un gruppo di donne e uomini a Milano aveva fondato ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato, oggi diventata semplicemente Associazione dei Freelance, che ha il sito www.actainrete.it). E questo gruppo di freelance, letto il nostro libro, aveva trovato conferma che la loro scelta era giusta ma sollevava problematiche complesse. Iniziammo a lavorare assieme e per prima cosa decidemmo di andare a vedere cosa succedeva all’estero. Andammo a Londra a conoscere gli Independent Professionals britannici, andammo a New York a conoscere la Freelancersunion (FU), che avevamo scoperto esistere su Internet (freelancersunion.org). E lì abbiamo avuto la grande soddisfazione di trovare qualcuno che aveva le stesse nostre idee ma, a differenza nostra, aveva trovato un buon riscontro nella società. La FU dichiarava di avere circa mezzo milione di soci, era stata fondata da un’avvocata del lavoro di Brooklyn, Sara Horowitz, considerata tra le prime 50 donne più importanti d’America. La Horowitz, che è venuta più volte in Italia, considera dal punto di vista dei risultati politici il suo successo più rilevante l’aver fatto approvare dal City Council di New York il ‘Freelancers Isn’t Free Act’, in base al quale un lavoratore autonomo, che da mesi aspetta di essere pagato dal committente, può fare ricorso presso l’Amministrazione della città e ottenere un supporto, anche, al limite, in via giudiziaria. E questo basti per far capire, a chi è estraneo a questo mondo di ‘creativi’, quanto drammatico sia il problema del ritardo nei pagamenti presso i lavoratori autonomi delle nuove professioni. 

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