In una giornata di fine novembre del 1974, Donald Johanson, giovane paleoantropologo di appena 31 anni, scoprì in Etiopia Lucy, uno scheletro di Australopithecus afarensis datato a 3,2 milioni di anni fa. Il ritrovamento rivoluzionò la paleoantropologia, dimostrando che il bipedismo era già presente in ominidi con un cervello di dimensioni simili a quello degli scimpanzé.
Lucy fu identificata come una femmina alta 110 cm, dal corpo che combinava tratti primitivi e moderni. Prima di questa scoperta, l’evoluzione umana era vista come un processo lineare dominato dal genere Homo, ma Lucy introdusse l’idea di un’evoluzione ramificata. La scoperta di resti successivi, come la First Family (17 individui di afarensis) e le impronte fossili di Laetoli, confermò l’importanza del bipedismo come adattamento primario. Inoltre, gli studi su Lucy sfatarono il mito della progressione diretta tra specie.
Negli anni seguenti, nuovi fossili come Ardipithecus e Sahelanthropus ampliarono la comprensione dell’evoluzione umana, ora vista come un mosaico di adattamenti. Lucy resta il fossile più iconico, simbolo di una svolta scientifica, e continua a fornire dati su locomozione, dieta e struttura sociale, stimolando ulteriori ricerche.
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