Abbiamo acquisito i mezzi per distruggere il pianeta e noi stessi, ma non abbiamo cambiato il nostro modo di pensare.
J.-P. Dupuy, Pour un catastrophisme éclairé
Dicembre 2012 – Nel corso dei miei tanti anni di lavoro in qualità di psicanalista ho potuto notare, in più di un’occasione, come in un individuo una situazione di crisi sia quasi sempre accompagnata dalla percezione dell’arrivo di una catastrofe. Ho potuto constatare come alcuni pazienti utilizzino una crisi personale come uno scudo nei confronti di quello che considerano l’approssimarsi di una catastrofe nella loro vita psichica. Sebbene questa particolare situazione faccia parte della sfera intima di due persone e non si possa trasferire automaticamente su scala sociale, presenta comunque alcune caratteristiche particolari che possono aiutarci a chiarire il nostro modo di considerare i fatti sociali.
La necessità delle crisi personali e sociali
L’identità di ogni individuo si forma anche attraverso la sua capacità di attraversare le crisi. Tutta la sua vita ne è costellata: nascita, svezzamento, separazioni precoci, presenza e accettazione di un padre, arrivo di un fratello o di una sorella ecc. L’elemento dominante in tutte queste situazioni è il taglio netto, l’improvvisa rottura rispetto a tutto quello che fino a un momento prima era la continuità quotidiana, che catapulta l’individuo nell’angoscia e nell’incertezza. Ma non si può farne a meno, si rischia di interrompere lo sviluppo psichico dell’individuo. L’adolescenza, con le sue trasformazioni fisiche e i suoi sconvolgimenti interiori così dolorosi, può farci comprendere appieno – probabilmente come nessun’altra crisi nella vita di un individuo – come il passaggio da una fase all’altra della vita richieda un percorso doloroso. Di fronte alla sofferenza il giovane adolescente è costantemente in bilico tra due situazioni impossibili, falsamente «salvifiche»: saltare immediatamente nel mondo adulto o ripiegare verso la sicurezza dell’infanzia. È, infatti, troppo piccolo per essere adulto e troppo grande per ritornare all’infanzia. L’adolescente si ritrova quindi costantemente in bilico tra queste due situazioni, in cui si coniugano lutti, rinunce, prospettive, scoperte, momenti dolorosi. In questo spazio sospeso, la vita dell’individuo non può né essere rimandata all’infinito né essere risolta immediatamente, l’adolescente deve quindi farsi carico dell’elaborazione di questo inferno di idee, emozioni e sensazioni, a volte disperate e in continua contraddizione tra loro, in modo da riuscire a trovare una via d’uscita, un’alternativa alla crisi1.
Ci sono altri due momenti importanti della vita di un individuo in cui è costantemente sottoposto a situazioni critiche: il periodo della crisi di mezza età2 e il momento dell’approssimarsi della fine. Il primo comincia a partire dalla quarantina, nel momento stesso in cui egli si rende conto di aver smesso di crescere e di aver cominciato ad invecchiare. Questa fase della vita è quasi sempre accompagnata da eventi tragici. L’individuo deve confrontarsi con la morte dei genitori, la crescita e la conseguente uscita di casa da parte dei figli, fare il bilancio della propria vita professionale e a volte affrontare anche un divorzio o la perdita degli amici più cari. E poi arriva anche il momento della crisi finale, in cui l’accettazione della propria morte e della malattia diventa un passaggio ineluttabile. Non tutte queste crisi vengono affrontate stoicamente e a viso aperto da tutti gli individui; molti hanno bisogno – per evitare un dolore troppo profondo – di addomesticarle, evitarle, rinviarle o camuffarle in qualche modo. Né il ricordo dei tempi passati, né il tentativo di ritrovare la giovinezza perduta mantenendosi al passo con le più moderne tecnologie, può far ritornare l’età dell’oro. Non esiste né uno «scenario a rischio zero» né il «peggiore tra gli scenari»; l’unica possibilità è avere non solo il coraggio ma anche la capacità di vivere un nuovo lutto, accettando il dolore e la sofferenza. Lo humour può essere un formidabile antidoto alla sofferenza, ma non tutti ne sono dotati. Durante questo lavoro su se stessi e con se stessi sono soprattutto le esperienze del passato, recuperate e integrate, che consentono di affrontare le successive tappe della vita con la tranquillità e la saggezza necessarie. I benefici che si possono trarre dall’attraversamento di una crisi consistono proprio in questo.
Lungo un percorso che può durare settimane, mesi o anche anni, lo psicanalista stabilisce una relazione d’intimità unica con il proprio paziente, che gli consente di osservare al «microscopio psichico» tutti gli aspetti relativi non solo alle profonde crisi di cui abbiamo parlato prima, ma anche ai piccoli cambiamenti che avvengono nei diversi momenti della vita. È per questo che il fine del percorso psicanalitico non può più limitarsi – come inizialmente aveva indicato Freud – a lavorare sulle reminiscenze delle nevrosi ma deve piuttosto aiutare l’individuo a tirarle fuori dal passato in cui ristagnano segretamente. Il lavoro di analisi consiste proprio nel liberare questa parte imprigionata della propria personalità per confrontarla con la realtà, dopo aver conquistato un bagaglio interiore più solido, più adatto e più maturo. Un bagaglio che consente di affrontare le proprie crisi invece di evitarle o ignorarle. Considerando lo spirito con cui sono state scritte queste pagine possiamo affermare che la crescita psichica è esattamente quella che consente di attraversare le crisi per riuscire a «pensare» una situazione paragonabile a una catastrofe.
La banalizzazione di un concetto
In verità, di questi tempi, si fa una gran confusione tra crisi personale e crisi sociale. Al giorno d’oggi il concetto di crisi ha largamente superato i confini che lo delimitavano ed è diventato un passe-partout. A rafforzare questa visione contribuiscono non solo la larghissima presenza di questo termine nei discorsi dei politici e in quelli degli intellettuali alla continua ricerca dell’apocalisse, ma anche un’informazione largamente manipolata. In questo modo, anche a causa dell’uso indiscriminato del termine, la crisi sociale diventa praticamente l’equivalente della crisi individuale e viceversa. Questa visione confusa spesso fa presagire lo spettro di una catastrofe imminente, ma a partire da essa si può anche trovare il modo di evitarla.
La maniera di evitare la catastrofe consiste in una sorta di crisi permanente, nel mantenere uno status quo, in cui il paziente possa crogiolarsi – in modo da proteggersi – da un cambiamento che il suo spirito percepisce come una catastrofe, a livello psichico. La potenza della catastrofe è tale che il paziente ha la netta impressione di sprofondare o di oscillare sull’orlo del baratro della follia. Lo stato di crisi permanente, invece, porta con sé un tipo di sofferenza più simile a un lamento che a un dolore vero e proprio, le emozioni si riescono a dominare, qualunque deviazione è accuratamente tenuta sotto controllo, la monotonia del linguaggio evidenzia che il paziente vive una sorta di morte spirituale, alcune volte (anche in persone intelligenti) si fa strada una sorta di stupidità. Si vive, in parole povere, in uno stato di calma apparente, e qualsiasi passo per uscire dalla crisi (fino a quel momento tenuta sotto controllo) potrebbe scatenare ogni sorta di turbamento psichico.
Passando poi dall’osservazione del singolo individuo al lavoro con i gruppi – e tenendo sotto controllo sia gruppi di persone in terapia sia semplici gruppi di apprendimento o gruppi di studio che si occupavano di discipline diverse – ho sperimentato situazioni analoghe.
Il modo in cui sia i singoli pazienti sia i gruppi di individui utilizzano la crisi con finalità difensive mi è sembrato chiaramente legato alla difficoltà di pensare una situazione inedita, di imparare qualcosa di nuovo su se stessi e il mondo circostante. La novità viene percepita come un rovesciamento di tutto quanto era, fino a quel momento, il già conosciuto, come un evento destabilizzante, un conflitto insanabile tra l’idea che ci si è fatti di sé e la realtà della propria vita. Ancora una volta, una catastrofe.
Vorrei però ritornare nuovamente sulla questione fondamentale: sul perché è più semplice parlare di crisi che di catastrofe. Quando un individuo si trova ad affrontare una crisi ha comunque sempre dentro di sé un sottofondo razionale che lo accompagna, può sempre contare su un meccanismo di difesa, che gli dà la certezza che si tratta di fenomeni passeggeri e sa bene che riuscirà prima o poi a venirne fuori. La catastrofe invece è imprevedibile, improvvisa, terrificante, fino a diventare distruttiva. Nel momento della catastrofe non si trova assolutamente nulla a cui appigliarsi; mentre i momenti di crisi sono fonte di interrogativi, momento di scambio, oggetto di studio. In parole povere, quando si parla di crisi, nonostante una situazione penosa, permane sempre un sottofondo razionale che consente di controllare il pensiero; la catastrofe, invece, si manifesta come un turbamento improvviso e non consente alcuna possibilità di riflessione.
La nostra epoca, più di qualunque altra, ha saputo registrare con precisione e negli ambiti più svariati i fenomeni di crisi, anche se dobbiamo arrenderci all’evidenza che gli insegnamenti che ne sono stati tratti sono assolutamente privi di valore, per non dire insoddisfacenti. Non assistiamo forse oggi a una perenne ripetizione di risposte retrive, in qualche modo passivamente adattate alla situazione attuale? I grandi capovolgimenti sociali e scientifici avvenuti negli ultimi tre secoli hanno associato la critica alla crisi3 e li hanno considerati avvenimenti concomitanti. La critica è apparsa quindi sin da subito come un’alternativa, se non la sola possibile, per uscire dal vicolo cieco in cui la crisi spinge l’individuo. Ma la critica da sola si rivela insufficiente. Anche se ha un’importanza fondamentale, non può aiutare l’individuo a elaborare un pensiero nuovo, se non si apre allo stesso tempo verso una nuova dimensione dell’apprendimento e della scoperta, verso l’esperienza emozionale. Questa espressione sta a indicare la relazione che si stabilisce tra colui che cerca di avvicinarsi all’oggetto di studio (nel nostro caso specifico la crisi) e l’oggetto stesso. Tale relazione consente di creare un legame che subisce una serie di trasformazioni, percepite a livello emozionale. Avvicinarsi a una scoperta, leggere un libro che mette in discussione tutte le teorie acquisite fino a quel momento, frequentare un amico che con le sue esperienze ci fa intravedere una nuova prospettiva di vita ecc. sono tutte esperienze emozionali necessarie allo sviluppo del pensiero. Quindi, secondo questa prospettiva, «pensare» non è più soltanto possedere pensieri e conoscenze ma anche essere disponibile a vivere pienamente gli inevitabili cambiamenti che, a livello emozionale, accompagnano una scoperta.
Per quanto riguarda le catastrofi, la nostra epoca ha tenuto a mente soltanto le guerre, le stragi e i fenomeni incontrollabili, cioè tutto ciò che pertiene al peggiore degli scenari. In questo modo, chiaramente, la catastrofe non lascia più alcuno spazio alla possibilità di essere «pensata». Anche il rischio stesso, che potrebbe facilmente rappresentare il punto di partenza per una riflessione sul fenomeno catastrofe, non appare più come un possibile spunto di pensiero, ma semplicemente come il segnale dell’avvicinarsi di un disastro imminente.
Se la crisi e la catastrofe in quanto tali sembrano «impensabili», soltanto la critica – accompagnata da un’esperienza emozionale – rende possibile affrontarli. Questo concetto sfocia in un’altra teoria: quella del cambiamento catastrofico.
Il cambiamento catastrofico
La paternità di questo concetto è attribuita a Wilfred Bion, uno degli psicanalisti più importanti, dopo il padre della psicanalisi. Il concetto di «cambiamento catastrofico» è stato da lui elaborato man mano che portava avanti il suo lavoro.
Non è possibile, nelle poche pagine di questo scritto, riuscire a spiegare per filo e per segno com’è nato, ma possiamo sicuramente segnalare le idee chiave che sono alla base della sua elaborazione. Si tratta dei concetti di disastro psicologico e di catastrofe, di cui si è servito per descrivere il deterioramento psicotico a cui sono sottoposti gli individui. Allo stesso tempo la sua esperienza al fronte, durante la Prima Guerra Mondiale, sembra aver contribuito all’elaborazione di questa teoria. Nel suo libro Trasformazioni4, collega la catastrofe all’idea di cambiamento, elaborando un concetto chiave per comprendere il comportamento dell’individuo e del gruppo.
Ci troviamo di fronte a un cambiamento catastrofico – ci dice – riferendosi a un avvenimento, quando questo causa un sovvertimento dell’ordine precostituito o del sistema delle cose, catastrofico perché, a livello emotivo, viene percepito dai partecipanti come un disastro, e catastrofico anche perché è improvviso e violento in maniera quasi fisica.
Bion paragona questo cambiamento a un’esplosione che trasforma un momento pre-catastrofico (dominato dall’assenza di emozioni e da un impoverimento della vita psichica) in un momento post-catastrofico (ricco di emozioni e favorevole alla crescita psichica). Questo significa che il cambiamento catastrofico ha luogo nel momento in cui si ha un’evoluzione nella vita dell’individuo, uno sviluppo introspettivo di crescita e di cambiamento. Questo fenomeno è caratterizzato inoltre da uno sconvolgimento caotico che si accompagna a un sentimento di crisi, rintracciabile sia nella vita psichica sia nel gruppo e nella società (anche quando è organizzata).
Il cambiamento catastrofico è quindi una situazione emozionale profonda che sopraggiunge in un momento di crescita psichica.
Partendo dalla difficoltà di pensare la crisi e la catastrofe, il concetto di cambiamento catastrofico si integra con quello di critica e ci aiuta a comprendere meglio le problematiche negative esposte in queste pagine. Una situazione di crisi può essere vissuta da un individuo, un gruppo, un’istituzione, un insieme di intellettuali non come una rottura o un passaggio obbligato da un prima a un dopo, ma come una sorta di difesa da un cambiamento percepito come una catastrofe.
Un altro aspetto, a mio avviso fondamentale, che la concezione sviluppata a partire dal concetto di cambiamento catastrofico porta con sé è relativo al fatto che quest’ultimo non si limita a introdurre un’idea nuova nella vita psichica di un individuo, dando luogo a un nuovo modo di considerare se stesso, ma modifica anche il rapporto che l’individuo ha con il gruppo o addirittura con l’intera società. L’individuo diventa un elemento che «perturba» l’ordine precostituito, sia esso culturale, sociale, psicanalitico o scientifico. L’idea nuova fa vacillare i limiti del pensiero, perché violenta le idee, le teorie e le conoscenze già esistenti. Un’idea con una potenza distruttiva così forte non può essere considerata né come una semplice somma di fatti razionali, né come una speculazione intellettuale, né come una semplice critica del «buon senso». Le idee nuove – come diceva Karl Popper – sono quelle che è possibile confutare, rifiutare e verificare nuovamente: sono, in pratica, «soluzioni provvisorie apportate a determinati problemi»5. Considerando la loro capacità di modificarsi, Bion aveva preferito chiamarle trasformazioni, mostrando così che la capacità innovativa di una teoria è strettamente legata al suo decadere di fronte all’insorgere di un fatto nuovo.
A questo punto bisogna però differenziare le idee nuove da quelle che chiamerò teorie dominanti. Le teorie dominanti sono quelle a cui spesso si ricorre per giustificare il rifiuto nei confronti del cambiamento. Si presentano come un sostituto «ideologico» dell’esperienza e non sono determinate dall’analisi ma dalla retorica e dal potere culturale, pedagogico o ideologico che regna in un determinato ambiente. Il fine principale di tali teorie è di colmare un vuoto e impedire l’emergere di un pensiero nuovo, con il conseguente effetto di mettere in crisi quello precedente; questo può accadere sia all’interno di una comunità scientifica sia nell’animo di colui che opera. Si tratta di teorie che ci danno l’impressione di pensare.
Concludiamo dunque con questa mezza verità: qualunque crisi può essere sia un pensiero che non è stato pensato sia un’esperienza emozionale che non è riuscita a trasformarsi in pensiero. Ma aggiungiamo anche che, quando il nostro spirito riesce a contenere una crisi e trasformarla, sia nel caso del singolo individuo sia del gruppo, dà inizio a un turbamento che ci catapulta oltre la paura del pensiero. È cominciato il nostro percorso attraverso l’ineluttabile cambiamento catastrofico.
Fonte/Testo originale: José Luis Goyena ‘Crisi e catastrofe’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 3, dicembre 2012, Il Mulino.
Note
- Non mi dilungo in questa sede sul tema delle difficoltà incontrate dall’adolescente nell’elaborazione della crisi, nonostante l’argomento sia assolutamente pertinente. Ho già ampiamente chiarito le mie teorie in proposito in J.L. Goyena, L’adolescence gelée, in «Journal de la Psychanalyse de l’enfant», n. 36, 2005, pp. 101-137. Il testo, rimaneggiato, è stato pubblicato in spagnolo e in inglese dalla rivista «Controverses dans la Psychanalyse d’Enfants et d’Adolescents», n. 6, 2010.
- E. Jaques, Morte e crisi di mezza età, in Id., Lavoro, creatività e giustizia sociale, Torino, Bollati Borin- ghieri, 1993; Id., Sistemi sociali come difesa contro l’ansia persecutoria e depressiva, in M. Klein, P. Heimann e R. Money-Kyrle (a cura di), Nuove vie della psicoanalisi, Milano, Il Saggiatore, 1966.
- Nell’analizzare il concetto di crisi si può facilmente constatare che, finché lo si studia nell’ambito di discipline quali l’economia, la politica, la filosofia, la medicina, le scienze, la religione, la storia o la psichiatria, assume spesso un carattere vago e indefinito. Al contrario, quando questo concetto viene associato alle diverse forme di negatività (declino, penuria, indebolimento, patologia ecc.), assume significati sicuramente più univoci. Tale duplicità ci aiuta a definire la crisi come una rottura della continuità, cioè come un avvenimento che segna un periodo intermedio, un cambiamento, un passaggio necessario tra un prima e un dopo. Se ne può dedurre che essere in crisi significa prima di tutto essere in uno stato critico: uno stato che richiede un giudizio, un esame, un intervento, una decisione. L’origine comune delle parole crisi e critica presenta la stessa duplicità, derivano entrambe dal greco krinein, che significa distinguere, scegliere, giudicare, decidere, troncare. Dunque, indissolubile dalla critica, la parola crisi contiene in sé la decisione, la scelta, la capacità di farsi strada tra «il pro e il contro».
- W.R. Bion, Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita, Roma, Armando, 1973; Id., Attenzione e interpretazione, Roma, Armando, 1973.
- K. Popper, La quête inachevée, Paris, Calman-Lévy, 1976.