Equilibri Magazine intervista Mercedes Bresso sul suo libro Economia Ecologica edito da Jaca Book.
I governi, dopo la COP21 si sono impegnati a raggiungere un equilibrio fra emissioni e assorbimento di CO2 entro il 2050 (e del 55% entro il 2030 rispetto alle emissioni del 1990). La politica è pronta a rispettare questo impegno? E i cittadini-consumatori sono pronti a farsi carico di questa transizione?
Gli obiettivi della Cop21 sono indubbiamente molto ambiziosi e sono basati su una realistica valutazione del volume di riduzione delle emissioni necessario per evitare un aumento della temperatura superiore a 1,5 gradi. Raggiungere la neutralità carbonio per il 2050 e precedentemente ridurre le emissioni del 55% (rispetto al 1990) entro il 2030 non sarà facile a livello mondiale. Forse potranno tentare di riuscirci i Paesi più sviluppati, in particolare quelli dell’Unione Europea. Invece altri, come la Russia, non ci pensano neppure. Molti hanno posizioni più sfumate, gli USA ci provano in certi casi, come con l’amministrazione Biden, ma avevano frenato con altre amministrazioni come quella di Trump. E comunque non rinunciano a petrolio e gas. I grandi Paesi in via di sviluppo, Cina, India, Brasile, Filippine, si impegnano nella produzione di energie rinnovabili e delle relative attrezzature ma al tempo stesso le loro emissioni non possono che crescere a causa dello sviluppo vorticoso della popolazione e del PIL totale e pro-capite. Poi ci sono i Paesi che attualmente pesano poco nelle emissioni ma che in futuro non potranno che aumentarle in modo significativo (soprattutto l’Africa). C’è da disperare, allora?
Non del tutto perché in economia conta molto chi prende la testa di un processo innovativo: se Europa e Stati Uniti vireranno in modo deciso verso energia rinnovabile e produzioni green, gli altri saranno obbligati a seguire. E l’economia mondiale potrebbe invertire la rotta più rapidamente del previsto. Tocca a noi, quindi, dato senza dubbio siamo responsabili della crescita di emissioni del passato, anche se oggi non è più così. E dal prendere la testa dei processi di innovazione green, non possono che derivarne elementi positivi anche per le nostre economie che ne saranno profondamente rivitalizzate. Bando quindi alle esitazioni!
A mio avviso tuttavia per riuscire a raggiungere gli obiettivi occorre puntare anche sulle tecnologie di cattura della CO2 dall’atmosfera, sulle quali non si è lavorato abbastanza. Certo ci sono gli alberi e l’aumento della copertura forestale è molto importante anche localmente ma la terra è composta in larga parte da oceani e occorrerebbe cercare di aumentare la capacità di captazione del plancton marino.
E i consumatori? La loro sensibilità è molto aumentata, specie quella dei giovani, ma non sempre la buona volontà corrisponde a risultati significativi: occorre una vera conoscenza da parte del pubblico dei comportamenti corretti da adottare, dei prodotti da scegliere, delle cose da fare. Ma una forte adesione richiederebbe anche una migliore distribuzione della ricchezza. Solo persone correttamente pagate per il loro lavoro possono impegnarsi in modo stabile a modificare la struttura dei propri consumi. E serve un consenso politico di maggioranze e opposizioni, oltre che dei cittadini, per decidere di orientare maggiormente il Pil verso gli investimenti per la transizione ambientale e meno verso i consumi futili.
L’istituzione del mercato dei titoli di emissioni inquinanti è stato spesso accusato di essere una licenza a inquinare. Quali sono i vantaggi e svantaggi di questo strumento su cui anche i Paesi cosiddetti emergenti mostrano perplessità?
Il mercato dei titoli di emissioni inquinanti è uno strumento che serve a rendere più flessibile l’adattamento delle imprese a norme ambientali molto stringenti, spingendo quelle che hanno costi minori di disinquinamento a farlo e vendendo i titoli a chi ha più difficoltà. Perché funzionino, le norme devono però essere severe e fatte rispettare. Naturalmente la massa complessiva dei titoli emessi deve corrispondere a quella delle emissioni inquinanti smaltibili dall’ambiente. Molto più noti sono gli incentivi (si pensi ai nostri super bonus e a tutte le tassazioni agevolate per le tecnologie e i prodotti a basso impatto), che sono anche graditi al pubblico ma hanno costi elevati. L’accoppiata fra tasse sui prodotti più inquinanti e incentivi per quelli ecologici può permettere di avere un equilibrio fra ricavi e costi. I bilanci ecologici, le valutazioni di impatto ambientale, le eco-etichette, sono tutti strumenti utili per permettere al cittadino di fare scelte corrette in modo consapevole. Si pensi alle etichette sul consumo energetico degli elettrodomestici o dei macchinari industriali, o quelle sui prodotti biologici, che stanno riorientando le scelte di acquisto dei consumatori. Anche la contabilità verde è utile per permettere al pubblico e ai decisori di capire come la composizione del PIL debba tenere conto (in sottrazione) dei danni prodotti all’ambiente nel corso dei processi di produzione, circolazione e consumo delle merci e di come debba tenere conto (in aumento) degli effetti positivi degli investimenti ambientali.
Diverso e molto importante è invece l’uso, in corso di definizione nell’Unione Europea, di strumenti simili ai diritti di emissione per riequilibrare i costi di produzione fra Paesi che rispettano le norme ambientali e paesi che non lo fanno e vendono quindi da noi in dumping. Si tratta di un prelievo alle frontiere sui prodotti che non hanno rispettato le norme ambientali nel processo produttivo che, oltre a garantire alle imprese una concorrenza corretta, fornirebbe all’Unione risorse per gli investimenti nella transizione ecologica. Ovviamente è uno strumento che non piace a coloro che producono senza rispettare l’ambiente e vendono da noi a prezzi inferiori, che dal prelievo ambientale sarebbero riequilibrati.
La distinzione tra Economia dell’ambiente ed economia ecologica – come lei ha scritto – non è puramente terminologica. La prima è dentro il paradigma neoclassico. La seconda? Nella battaglia tra ‘paradigmi’ perché la seconda fa fatica ad affermarsi ?
La distinzione fra economia dell’ambiente ed economia ecologica non è terminologica, è di sostanza. La prima è un ramo specialistico dell’economia dominante, fondamentalmente neoclassica, e si preoccupa di trovare tutti gli strumenti per inserire nelle regole di funzionamento del mercato l’esistenza di esternalità negative prodotte dagli inquinamenti e dal degrado ambientale. Naturalmente si propone anche di misurare questi effetti e di individuare la maniera migliore per far sì che, autonomamente, imprese e consumatori integrino l’ambiente nelle loro scelte. A livello macroeconomico ha elaborato proposte per tenere conto delle esternalità negative nella contabilità nazionale, aiutare gli Stati a regolamentare l’uso delle risorse naturali e per trovare il modo di proteggere i grandi beni comuni, che non sono proprietà di nessuno e quindi sono utilizzati al di là delle proprie capacità di carico. È uno strumento indispensabile per definire nel modo migliore possibili regole di funzionamento dell’economia che integrino i problemi ambientali.
L’economia ecologica fa un passo in più, parte dal principio che un buon equilibrio fra le attività umane e quelle della natura necessita di forti conoscenze non solo economiche ma anche biologiche, naturalistiche, ingegneristiche, chimiche e, più in generale, deve tenere conto del funzionamento dell’ecosistema terrestre in cui le attività umane si inseriscono, spesso senza ben conoscerne la complessità delle regole. Ogni disciplina interviene sui problemi ambientali per conto suo con il rischio di risolvere una questione e crearne un’altra. Un certo numero di esperti di ambiente nelle varie discipline si è proposto quindi di affrontare la questione ecologica in modo transdisciplinare facendo dialogare fra loro i diversi saperi.
Purtroppo un paradigma transdisciplinare, che si propone di tenere conto della complessità del reale e dei saperi altri dal suo nella propria attività scientifica, fa molta fatica ad affermarsi in un mondo dove le scienze evolvono verso la specializzazione estrema e si parlano poco anche all’interno della stessa disciplina. Tuttavia tornare a integrare le conoscenze è assolutamente necessario (non solo sulle tematiche ambientali, per le quali tuttavia è particolarmente importante) e quindi il progetto dell’economia ecologica, anche se stenta ad affermarsi, resta centrale per migliorare la nostra capacità di intervenire efficacemente in difesa dell’ambiente.
Lei è stata tra i primi a introdurre la ‘bioeconmia’ in Italia. Può tracciarcene una breve storia?
Quando iniziai a occuparmi di economia dell’ambiente, mi fu presto chiaro che esisteva un ampio lavoro, anche se ancora pioniere, sugli strumenti per spingere il sistema economico a tenere conto della evidente esistenza delle esternalità ambientali che, se non assunte e integrate nei costi di produzione e consumo, avrebbero distorto il corretto funzionamento dell’economia e, cosa ben più grave, creato una insostenibile pressione sugli ecosistemi.
Pochi autori ma molto significativi affrontavano questi temi con una visione più ampia che cercava di capire come si fosse arrivati a una sorta di separazione fra l’economia della natura e quella umana. Tra questi ricordo Nicholas Georgescu-Roegen il cui libro The entropy law and the economic process fu per me rivelatore del ruolo essenziale dell’energia e Barry Commoner che, con il Cerchio da chiudere, pose le basi per quella che oggi chiamiamo l’economia circolare, troppo spesso dimenticando però che la circolarità perfetta non può esistere perché esiste l’entropia dell’energia e anche quella della materia (oggetto appunto dello straordinario libro di Georgescu-Roegen).
Mi posi allora la domanda del perché nei processi produttivi della natura, invece, non ci fossero residui non riciclabili perché tutto veniva riutilizzato. La risposta stava nel modo in cui funziona il mondo vegetale, che fissa l’energia del sole con la fotosintesi clorofilliana e la trasforma in sostanze che formano la materia prima vegetale che servirà da nutrimento per gli animali erbivori, i quali a loro volta la trasformeranno in proteine per il nutrimento degli animali carnivori. E poi? Quando i viventi muoiono i loro corpi sono degradati dagli organismi decompositori (funghi, vermi…) e riportati allo stato di nutrienti per un prossimo processo di produzione della vita.
Il di più che consente alla vita di esistere sulla Terra è dunque il processo della fotosintesi clorofilliana che capta l’energia solare e fornisce quindi la materia prima sui cui si basa tutto il ciclo del vivente.
Per questa ragione decisi di parlare di bio-economia, cioè della necessità che il processo produttivo umano traesse spunti e indicazioni da quello della natura, per evitare o ridurre gli evidenti problemi che l’immissione nel processo produttivo di materie prime non riciclabili provenienti dal mondo minerale continua a creare, producendo una enorme massa di rifiuti non riciclabili dagli ecosistemi naturali. Serviva una economia, in sostanza, che tenesse conto e cercasse di calcarsi sui processi produttivi del vivente.
Ancora oggi penso che un filone bio-economico di ricerca potrebbe aiutarci molto nel lavoro, difficilissimo, di costruire un’economia circolare.