Un robot non può piangere

Una storia di robot e di cani, nelle cui leggende l’uomo figura come un personaggio mitologico della cui esistenza reale non si è certi.

Autore

Clifford D. Simak, Pasquale Alferj

Data

23 Agosto 2023

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5' di lettura

DATA

23 Agosto 2023

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PAROLE CHIAVE


Cultura

Fantascienza

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Anni senza fine, di Clifford D. Simak – giornalista al «Minneapolis Tribune» prima e talentuoso divulgatore scientifico poi – appartiene all’età d’oro della fantascienza che, per gli storici del genere va dal 1940 al 1950. Simak non ha la lucida paranoia di Philip K. Dick e neppure la ricca e precisa cultura scientifica di Isaac Asimov, entrambi della generazione di scrittori successiva alla sua. Il libro è importante, a mio avviso, per due motivi: il modo in cui è stato ‘costruito’ e l’influenza sotterranea che ha avuto su qualche artista d’avanguardia degli anni Cinquanta.

City, questo è il titolo originale del romanzo, è in realtà la raccolta di otto lunghi racconti, conosciuti anche come Il ciclo di City, pubblicati tra maggio 1944 e gennaio 1951, e raccolti in volume l’anno successivo. Nelle edizioni più recenti è stato aggiunto Epilogo, un nuovo capitolo scritto nel 1973 e pubblicato in un’antologia commemorativa del primo editore di Simak, John Campbell, che lo aveva accolto nella sua straordinaria rivista «Astounding Science Fiction».

Nel passaggio al romanzo, Simak ha l’idea di accompagnare ogni racconto con una nota iniziale redatta da alcuni Cani ermeneuti che presentano e discutono lo ‘statuto’ di ogni racconto, e s’interrogano sulla veridicità delle infinite leggende tramandate dai Cani di generazione in generazione. Alla stregua degli interpreti della Thora, questi Cani pensanti e parlanti si chiedono se gli Uomini sono veramente esistiti o non sono altro che «pura finzione». Il un colpo di genio di Simak, sul piano della scrittura, è di porsi nel futuro «per risalire il tempo», dando forma a una sorta di archeologia del mondo Umano e della sua fine.

Il narratore è un Robot, Jenkins, che lega i vari racconti tra loro. Il ‘memorialista’ conosce la storia dall’inizio, da quando gli uomini hanno creato i robot. In particolare, è stato al servizio dell’ultima famiglia, i Webster, nome che nel tempo si è imposto come il ‘patronimico’ di Uomo. Jenkins descrive il lento tragitto verso un futuro in cui gli uomini scompaiono dalla Terra, l’abbandonano, affidandola ai Cani, che hanno dotato della facoltà di parlare e di coscienza. I Cani non hanno mani e i robot suppliscono a questa mancanza e provvedono – come hanno fatto per gli antichi padroni – a costruire e produrre. L’abbandono della Terra da parte della stragrande maggioranza degli Uomini è dovuto alla ‘seduzione’ esercitata su di loro dall’utopia ‘gioviana’: niente di meno che la promessa di poter accedere al ‘paradiso’, a un mondo dove ogni singolo desiderio viene soddisfatto solo mutando di forma per potersi adattare alle condizioni di vita su Giove. Dotati di una forte capacità empatica, questi ‘mutanti’ percepiscono «il punto di vista dell’altro» e comprendono «non solo il significato intrinseco, ma anche quello implicito delle parole che uno pronuncia». I cinquemila terrestri che rifiutano di sottoporsi a questa mutazione decidono di farsi ibernare a Ginevra per non interferire con la civiltà dei Cani. Ma la Terra è minacciata da un pericolo a cui né i Cani né i robot possono far fronte perché la civiltà canina non accetta come soluzione lo sterminio di un’altra forma di vita perché hanno il più assoluto rispetto di tutte le forme. E il Robot Jenkins, fedele ai principi in base a cui è stato programmato, conduce i suoi amici Cani (anche loro in qualche modo ‘partono’) in un mondo parallelo – tema tanto amato da Philip Dick –, lasciando la Terra alle formiche, la cui esistenza precede quella degli Uomini, dei Robot e dei Cani.

Quando il libro esce negli anni Cinquanta, forte è l’interesse sulle trasformazioni e i benefici che lo sviluppo tecnologico e dell’automazione in particolare, allora nella sua fase aurorale, avrebbe apportato in prospettiva alla vita dell’Uomo.  I primi libri ‘divulgativi’ che introducono a questa possibilità appaiono proprio tre il 1956 e il 1957. Penso a Automation and Social Progress dell’economista socialista Sam Lilley e Automation. A Study of its Economic and Social Consequencesdell’economista ‘francofortese’ Frederick Pollock (entrambi prontamente tradotti in italiano, a significare l’interesse crescente nei confronti di questo tema, in particolare per la forma che avrebbe potuto assumere una società non centrata unicamente sul lavoro salariato.) Ed è proprio la forma di una società liberata dal lavoro – tema quanto mai di nuovo attuale – ad affascinare Constant, artista olandese, attivo nei movimenti d’avanguardia dell’epoca (Reflex, CoBrA, Internationale Lettriste, tra i fondatori dell’Internationale Situationniste e punto di riferimento della ribellione Provo). La tecnologia, cioè l’automazione, è la condizione indispensabile – per Constant – per l’emancipazione delle masse, porta d’accesso a una condizione superiore in cui l’uomo, libero dalla necessità di lavorare, può vivere la vita seguendo le proprie passioni. Nel tempo sottratto al lavoro, l’homo faber può trasformarsi, nella linea di Johan Huizinga, in homo ludens, anche se Constant insistendo sull’aspetto ludico perde di vista quello ‘eversivo’ (l’uomo liberato dal lavoro fisico).

Ho letto Anni senza fine (titolo della traduzione italiana) nei primi anni Settanta e nella versione ridotta, sollecitato da uno dei miei primi lavori: una desk research per conto di una società di ricerche demoscopiche tra le prime in Italia a proporre la segmentazione del campione intervistato in categorie socio-culturali (cioè basate sugli stili di vita e quindi legate alle aspirazioni, ai desideri, al ‘mondo interno’ degli intervistati) e non basata solo sugli indicatori strettamente demografici. Gli ambiti della ricerca erano quelli degli effetti della tecnologia sull’occupazione, a partire dalla riduzione del tempo di lavoro a vantaggio del cosiddetto (allora) ‘tempo libero’. La tecnologia era considerata svolgere un ruolo emancipativo per i lavoratori, ma sotto la domanda esplicita alla quale ero chiamato a rispondere mediante la proposta degli ‘scenari’ possibili – ricavabili da studi allora molto in voga conosciuti come ‘profezie del XXI secolo’ – ce n’era una implicita. Il lavoro ‘disciplina’, è una forma di ‘controllo’ sulla vita (lavoro, spostamenti, sonno). Cosa potrebbe accadere quando, grazie all’automazione, la liberazione dal lavoro diventa liberazione tout-court, incontrollabile? Ma allora, non si parlava ancora di intelligenza artificiale combinata con l’automazione ed eravamo lontani dall’odierno capitalismo della sorveglianza. [P. A.]        

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La versione di Webster

Webster si infilò la ‘cuffia pensante’ di plastica, premette il bottone della scrivente che si trovava sulla scrivania.

Capitolo ventiseiesimo, pensò, e la macchina ticchettò e chiocciò, e scrisse: Capitolo XXVI. Per un istante Webster si schiarì le idee, raccolse mentalmente tutti i dati, poi riprese. La macchina ticchettò e gorgogliò, e poi continuò il suo lavoro.

Le macchine funzionavano accudite dai robot, come già da tempo, producendo tutto quello che avevano prodotto in passato.

E i robot lavoravano come sapevano ch’era loro diritto e loro dovere, facendo tutte le cose per cui erano stati creati.

Le macchine funzionavano e i robot funzionavano, producendo ricchezza come se ci fossero gli uomini a goderne i frutti, come se ci fossero milioni di uomini e non gli scarsi cinquemila.

E i cinquemila che erano rimasti, volontariamente o perché  erano stati abbandonati, si trovarono padroni di un mondo che aveva provveduto a milioni di individui, si ritrovarono in possesso della ricchezza e dei servizi che soli pochi mesi prima erano stati indispensabili per milioni di cittadini.

Non c’era governo, ma non c’era necessità, perché tutti i crimini che il governo aveva impedito venivano ora impediti con maggior efficacia dalla ricchezza che i cinquemila avevano ereditato. Nessun uomo ruba quando può avere ciò di cui ha bisogno. Nessun uomo litiga col suo vicino per la proprietà, quando tutto il mondo è a disposizione di chiunque. ‘Diritto di proprietà’ divenne, dalla sera alla mattina, una frase priva di significato.

La violenza e il delitto erano già stati eliminati dalla società umana, e quando la pressione economica diminuì, allora il diritto di proprietà cesso di essere un elemento di frizione, scomparve la necessità di un governo. Non ci fu più bisogno di ingombri formalistici e tradizionalistici che l’uomo aveva portato con sé fin dagli inizi del commercio. Non c’era più bisogno di denaro, perché lo scambio non aveva più significato in un mondo dove per avere una cosa era sufficiente chiederla o prenderla.

Senza pressioni sociali, scomparvero le pressioni economiche. Nessuno trovava più necessario conformarsi al metro di giudizio e ai canoni di comportamento che avevano influito sul mondo pre-gioviano.La religione, che aveva continuato a perdere terreno per secoli, scomparve. Il nucleo familiare, tenuto in vita dalla tradizione e dalla necessità economica, si disintegrò. Uomini e donne vivevano insieme solo se lo desideravano. Perché non esistevano motivi né sociali né economici che lo impedissero.

Webster svuotò la mente e la macchina si arresto ronzando dolcemente. Lui si tolse la cuffia e rilesse l’ultimo paragrafo. Qui, pensò, c’è la radice di tutto. […] Riprese di nuovo la cuffia, se la rimise, raccolse di nuovo i pensieri. La macchina ricominciò a ticchettare.

L’uomo rimase stordito. Ma non per molto. L’uomo tentò. Ma non per molto.

Perché i cinquemila rimasti non potevano fare il lavoro dei milioni che erano andati su Giove per iniziare una vita migliore in corpi alieni. I cinquemila non ne avevano la capacità, né i sogni, né gli stimoli.

E poi c’erano i fattori psicologici. Il fattore psicologico della tradizione che gravava come un peso sulla mente di quelli che erano rimasti. Il juwainismo che costringeva gli uomini a essere onesti con sé stessi e con gli altri, che costringeva gli uomini a capire l’inutilità e l’insensatezza delle cose che cercano di fare. Il juwainismo non lasciò spazio per il falso coraggio. E il coraggio falso, incosciente, quello che non voleva rendersi conto degli ostacoli da affrontare, era quello di cui i cinquemila rimasti avevano più bisogno.

Qualunque cosa facessero, sfigurava al confronto con ciò che era stato fatto prima, e alla fine essi compresero che il sogno di milioni era un’impresa troppo grande per cinquemila superstiti.

La vita era facile. Perché preoccuparsi? C’erano cibo e indumenti e riparo, compagnia umana e lusso e divertimento…c’era tutto quello che si poteva desiderare.

L’uomo abbandonò la lotta. Decise di godersi la vita. La conquista umana diventò un fattore zero, e la vita umana un insensato paradiso.

Webster si tolse la cuffia, spense la macchina.

Se qualcuno leggesse il mio libro quando l’avrò finito, pensò. Se qualcuno leggesse e capisse. Se qualcuno capisse dove sta andando la vita umana…  

Jenkins, il Robot

[l robot Jenkins  è ] il vero protagonista della leggenda. [È il] prolungamento dell’influsso umano dopo i giorni della scomparsa dell’Uomo, un artificio meccanico per mezzo del quale il pensiero umano ha continuato a guidare i Cani dopo la scomparsa dell’Uomo.

Il fuoco, pensò Jenkins. È passato tanto tempo da quando abbiamo acceso il fuoco. Agli uomini piaceva il fuoco. A loro piaceva star seduti lì davanti a guardarlo e a costruire immagini tra le fiamme. E sognare…

Ma i sogni degli uomini, disse Jenkins parlando per sé, non ci sono più. Sono andati su Giove e sono sepolti a Ginevra e germogliano di nuovo, debolmente, nei Webster di oggi.

Il passato, si disse Jenkins. Il passato è troppo per me. Il passato mi ha reso inutile. Ho troppe cose da ricordare…troppe e il passato diventa più importante delle cose che si devono fare. Io vivo nel passato e non è questo il modo di vivere. Joshua dice che il passato non c’è, e Joshua lo deve sapere. Tra tutti i Cani, è l’unico che sa. Perché si è sforzato di creare un passato nel quale viaggiare, ha cercato il modo di risalire nel tempo per vedere le cose che gli ho narrato. Pensa che la mia mente stia vacillando e che io racconti vecchie favole di robot, mezze verità, mezze fantasie, arricchite da tutte le volte che le ho narrate.

Questo non lo ammetterebbe per nulla al mondo, ma è quello che pensa. Lui non crede che lo sappia. Ma lo so.

Non mi può ingannare, disse Jenkins, ridacchiando tra sé. Nessuno di loro mi può ingannare. Li conosco dai loro esordi, so di cosa sono fatti. Io ho aiutato Bruce Webster con il primo di loro. E se loro hanno dimenticato, io no, non uno sguardo, una parola, un gesto.

Forse è naturale che abbiano dimenticato. Hanno fatto grandi cose; li ho lasciati fare, con piccole interferenze ed è stato meglio così. Jon Webster mi ha detto di fare così, in quella notte di tanto tempo fa. È per questo che Jon Webster ha fatto quello che ha fatto per isolare la città di Ginevra. Perché è stato Jon Webster. Deve essere stato lui. Non può essere stato un altro.

Aveva detto che pensava di rinchiudere per sempre la razza umana, per lasciare la Terra libera per i Cani. Ma aveva dimenticato una cosa. Oh sì, mormorò Jenkins, Jon Webster aveva dimenticato una cosa. Aveva dimenticato suo figlio e la sua piccola banda di amici con arco e frecce che erano usciti dalla città per giocare agli uomini delle caverne …e alle donne delle caverne.

[…] L’uomo non aveva mai pensato a una grande società animale, non aveva mai pensato che la puzzola, il procione, l’orso potessero percorrere insieme la strada della vita, progettando insieme, aiutandosi l’un l’altro…mettendo da parte le differenze naturali.

Ma i Cani l’avevano sognato. E avevano avverato il sogno. Come in una favola, pensò Jenkins. Come nelle fantasie per bambini di un’epoca lontana. Come la storia del leone e dell’agnello che riposavano insieme. Come un disegno animato di Walt Disney, solo che il film non aveva mai avuto un sapore diverso da quello di una fiaba, perché era basato sulla filosofia umana. 

[I Robot] hanno fatto molta strada in settemila anni, come hanno fatto i cani dopo l’esodo degli uomini. Ma non abbiamo mai prestato loro alcuna attenzione, perché così doveva essere. I robot sono andati per la loro strada e i Cani per la loro e nessuno dei due ha chiesto all’altro cosa stesse facendo. Mentre i robot avevano costruito enormi astronavi che avevano lanciato verso le stelle, mentre costruivano nuovi corpi, mentre approfondivano la matematica e la meccanica, i Cani avevano lavorato con gli animali, avevano creato una fratellanza fra creature che erano state selvatiche e che erano state cacciate nei giorni dell’uomo…avevano ascoltato le ombre e avevano frugato tra le profondità del tempo, per scoprire che il tempo non esisteva.

Da Clifford D. Simak, Anni senza fine, Mondadori, Milano 1992; traduzione di Giorgio Monicelli; introduzione di Gianfranco De Turris, pp. 150-152, 181-182, 190.                                                                                                  

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