La crisi della carne di maiale: spia di un cambio d’epoca?

Gli allevamenti intensivi sono in crescita in tutto il mondo, a differenza degli allevamenti estensivi, ma qualcosa sta cambiando nelle abitudini dei consumatori.

Autore

Maria Vittoria Cervigni

Data

3 Giugno 2024

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6' di lettura

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3 Giugno 2024

ARGOMENTO

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L’industria della carne, sembrerebbe, inizia a perdere colpi. In particolare quella della carne di maiale. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha evidenziato che negli Stati Uniti la produzione ha superato la domanda effettiva. Le perdite economiche sono ingenti e ovviamente fanno emergere dubbi e riflessioni sulle cause di questo declino, oltre che sulle modalità di gestione della situazione.

Dall’offerta che supera la domanda ai lunghi tempi di cottura

L’industria suinicola, a livello globale, ha sviluppato un sistema di produzione e trasformazione così efficiente che ha portato a un eccesso di offerta sul mercato, con un surplus produttivo che a un certo punto è diventato problematico. Il primo motivo per cui il settore è in crisi risiede nelle scelte di consumo delle nuove generazioni. I giovani oggi preferirebbero acquistare la carne di pollo per via di un costo inferiore, mentre la carne di maiale rimane più popolare tra le generazioni più anziane. 

Uno studio condotto dalla Kansas State University negli Stati Uniti ha quantificato una diminuzione del 9% nel consumo di carne suina negli ultimi 20 anni, nonostante la produzione sia contestualmente aumentata del 25%. Colossi come Tyson Foods hanno perso milioni di dollari, così come gli stessi allevatori, che secondo le stime della Iowa State University hanno perso circa 30 dollari ad animale.

Un altro elemento rilevante, sempre rimanendo negli Stati Uniti, riguarda il divieto religioso dell’Islam (24% della popolazione dell’intero paese) e dell’Ebraismo (2,6%) di consumare carne di maiale, insieme alla convinzione comune che i maiali siano troppo intelligenti per essere macellati. Inoltre, il rallentamento demografico è un fattore da considerare nella visione d’insieme di una minore richiesta.

Ma c’è anche una questione pratica che riguarda il gusto dei consumatori, che ha minato nel tempo la reputazione della carne suina: il lungo tempo di cottura per ragioni di sicurezza alimentare. E la carne troppo cotta, oggi, non piace a nessuno. Ciò ha portato l’industria suinicola a investire anni per eliminare parte del grasso dalla carne di maiale, in modo da renderla più facile da cuocere, ma col risultato di farla diventare anche meno appetibile. Secondo uno studio dell’USDA, alcuni tagli di carne di maiale hanno fatto registrare in media il 16% di grassi totali in meno rispetto al passato. 

Ma la lunga cottura ha anche un riscontro medico: come riporta l’articolo, le alte temperature permettono di proteggersi dalla trichinellosi – una malattia infettiva causata da parassiti – come ha specificato Glynn Tonsor, economista zootecnico della Kansas State University. Questo aspetto ci riporta immediatamente a uno dei problemi principali degli allevamenti intensivi, cioè malattie e contagi. Ma non è il solo.

Un elevato numero di animali per metro quadro

Oggi il termine è sulla bocca di tutti, ma cosa significa esattamente? Con il termine ‘intensivo’ si tende a definire un insieme di pratiche agricole che implicano aziende con un elevato numero di animali per metro quadro e strategie mirate a massimizzare la produzione minimizzando i costi. L’approccio intensivo si contrappone all’allevamento definito ‘estensivo’, in cui gli animali sono lasciati al pascolo con maggiore libertà di movimento, mirando a replicare uno stile di vita più simile allo stato brado. Certo, anche in questo caso, l’intervento umano è spesso necessario per fornire cibo e acqua agli animali, ma serve principalmente a garantire una crescita e un benessere adeguati dell’animale.

L’allevamento intensivo è al centro di un acceso dibattito scientifico, poiché viene frequentemente associato a un grande impatto ambientale, perdita di biodiversità e scarsa (o nulla) qualità del benessere animale. Ma l’intensificazione agricola è un concetto ampio che include una serie di aspetti collaterali all’allevamento di migliaia di animali nello stesso posto, come l’uso intensivo del suolo, dei fattori di produzione chimici o dei macchinari agricoli, lo smaltimento dei rifiuti nonché l’impiego massiccio di risorse idriche, mangimi industriali e di antibiotici. Tutti questi elementi hanno immancabilmente un risvolto negativo: se parliamo ad esempio di suolo, mangimi o chimica, andiamo ad aprire vasi di Pandora che possono portarci senza troppi giri all’inquinamento delle falde acquifere, agli OGM, o all’antibiotico-resistenza. 

Il legame diretto tra allevamenti intensivi e inquinamento su larga scala

Allo stato attuale delle cose, esistono due fazioni riguardo l’impatto degli allevamenti intensivi di animali da carne. Da una parte i negazionisti, secondo i quali l’impatto non sarebbe nocivo. Andrea Bertaglio, per esempio, nel libro In difesa della carne (ed. Lindau 2018) cita una ricerca di Thomson Reuters, in cui si sottolinea che un quarto delle emissioni è causato da 100 grandi aziende che, da sole, hanno generato nel 2015 ben 28,4 miliardi di tonnellate di CO2, mettendo l’accento sul fatto che nessuna di queste aziende appartiene al settore zootecnico. Eppure, sono molte le ricerche che dicono altro. 

Gli allevamenti intensivi, oggi, inquinano più dei trasporti. Lo riporta uno studio della FAO, così come Greenpeace, che sottolinea come le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresentino il 17% delle emissioni totali della UE, più di quelle causate da tutte le automobili e i furgoni in circolazione in Europa. Nonostante le emissioni degli allevamenti siano diminuite a partire dagli anni ’90, grazie a tecnologie più avanzate, rappresentano ancora oltre il 60% delle emissioni totali del settore agricolo a livello europeo 1. La maggior parte di queste emissioni proviene dai bovini, che generano metano durante la digestione, ma non solo. Puntando il focus sull’Italia, secondo l’ISPRA il settore agricolo è responsabile del 7% delle emissioni di gas serra, pari a circa 30 milioni di tonnellate di CO2. Di queste emissioni, il 78% deriva dagli allevamenti, con i bovini che contribuiscono per quasi il 70% e i suini per più del 10%, mentre il 10% proviene dall’uso di fertilizzanti sintetici.

Ma l’anidride carbonica non è l’unico problema: l’allevamento intensivo produce rispettivamente il 37% e il 65% di metano e di protossido di azoto a livello mondiale (Fonte: Bailey R et al, 2014. Livestock – Climate Change’s Forgotten Sector. Chatham House). Queste sostanze sono prodotte in grandi quantità e liberate perlopiù tramite deiezioni animali, fermentazione prodotta dai ruminanti durante la digestione e utilizzo di fertilizzanti, e sono molto più inquinanti dell’anidride carbonica. 

Nel suo libro Eating Animals Jonathan Safran Foer pone l’attenzione proprio sulle deiezioni, un aspetto di cui pochi parlano: se da una parte, l’azoto può essere utilizzato come fertilizzante, è anche vero che un sovraccarico uccide il terreno e inquina le falde acquifere. Ma con totale noncuranza, come evidenzia Safran Foer, nella maggior parte dei casi queste deiezioni vengono stoccate in grosse vasche a cielo aperto, senza un vero e proprio sistema di smaltimento (le vediamo anche nel documentario Food For Profit, di cui parleremo a breve). Sono esposte a intemperie, possono filtrare nel terreno ed essere trasportate dal vento quando essiccate, quindi facilmente inalate. 

Food for Profit: carne e lobbismo in Europa

Uscito a febbraio 2024, Food For Profit indaga su diversi aspetti dell’industria della carne, in particolare il legame con le lobby e il potere politico. Diretto da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi con una produzione indipendente, il film punta i riflettori su come miliardi di euro di fondi europei vengano destinati agli allevamenti intensivi che maltrattano gli animali, inquinano senza criterio e rappresentano per di più un rischio per future pandemie. Diventato un caso per più motivi, ha in primis scatenato un acceso dibattito politico sui sussidi europei agli allevamenti intensivi, smascherando intricate connessioni tra alcuni politici e l’industria della carne. 

Le immagini mostrate nel documentario non sono nulla di nuovo per chi ha già conoscenza dell’argomento: animali maltrattati, picchiati, mutilati e lasciati morire in mezzo ai loro simili. Nessuno di loro è realmente sano, e ognuno di loro può essere ucciso da un momento all’altro se ritenuto non abbastanza produttivo. Vivono in gabbie senza libertà di movimento, con una densità per metro quadro impensabile, con luce artificiale e in condizioni igieniche deplorevoli. Per evitare il propagarsi di malattie, che in queste condizioni sarebbe fulmineo, vengono massicciamente trattati con antibiotici. Poi, quando troppo malati, vengono uccisi senza pietà.

Questa non è che la punta dell’iceberg di quello che toccherà poi il documentario, che vuole promuovere tre obiettivi concreti: la cessazione dei finanziamenti pubblici agli allevamenti intensivi, una moratoria sui nuovi allevamenti e la creazione di un’assemblea pubblica di cittadini per discutere le riforme della Politica Agricola Comune. 

Una telecamera nascosta a Bruxelles

Nel documentario vediamo come, per la prima volta, un lobbista abbia deciso di collaborare con chi denuncia queste dinamiche filmando di nascosto i suoi incontri con gli eurodeputati all’interno del Parlamento europeo, a Bruxelles. È proprio la presenza di una telecamera nascosta all’interno della Comunità Europea a sconvolgere, rivelando reazioni di entusiasmo allarmanti alle proposte più estreme legate agli allevamenti intensivi, come ad esempio l’idea di far nascere maiali con sei zampe per aumentare la produzione di prosciutto. Le proposte vengono accolte come novità molto interessanti per il settore e dalle reazioni degli eurodeputati coinvolti sembra quasi che queste tipologie di sperimentazioni siano una possibilità neanche troppo remota. 

Come riporta il documentario, non esiste una definizione di allevamento intensivo della Comunità Europea e tutte le aziende del settore, incluse quelle che producono latte, sono finanziate dai ministeri dell’agricoltura, ricevendo sussidi dalla UE per metodi di allevamento che, sulla carta, vengono definiti metodi che aiutano a proteggere il clima e l’ambiente. Un evidente controsenso che viene ampiamente denunciato nella pellicola. Cosa dobbiamo aspettarci dunque nel futuro prossimo? Il dibattito sugli allevamenti intensivi non è una passeggiata, richiede una comprensione approfondita dei suoi molteplici aspetti e delle relative implicazioni ambientali, ma stanno emergendo fortemente anche le questioni etiche. È fondamentale esaminare attentamente le pratiche agricole e considerare l’implementazione di approcci nuovi, che bilancino efficacemente la produzione alimentare e la centralità anche economica con la sostenibilità ambientale e il benessere degli animali.

Il successo di un documentario indipendente di denuncia. Una sensibilità dei cittadini sul tema dello sfruttamento degli animali in costante evoluzione. Le vendite clamorosamente in calo della carne suina su un mercato cruciale come quello statunitense. Tutti segnali che portano a considerare in chiave meno utopica alcune delle proposte o ipotesi più estreme, cesellate attorno all’argomentazione che ridurre il numero di animali allevati potrebbe avere un impatto significativo sulla riduzione dell’inquinamento globale e dunque sulla crisi climatica. Uno studio di Greenpeace si è spinto fino a una quantificazione precisa: il 50% in meno di animali allevati sarebbe equivalente a una riduzione di 250,8 milioni di tonnellate di CO2, paragonabile alle emissioni annuali di Paesi Bassi e Ungheria insieme. Nello scenario in cui si arrivasse a una riduzione del 75%, non verrebbero emesse nell’atmosfera 376 milioni di tonnellate di CO2, un valore più alto delle emissioni annuali combinate di 13 paesi dell’UE.

Sicuramente il momento delicato che sta vivendo il settore, segnato da una sovrapproduzione a sua volta figlia della diffusione degli allevamenti intensivi e del cambio di sensibilità di molti cittadini, mette in evidenza la necessità di riconsiderare le strategie di produzione e di adattarsi a un mercato in evoluzione: i gusti dei consumatori si modificano, la domanda è sempre meno prevedibile. La flessione del mercato della carne di maiale potrebbe essere un punto di partenza, anche a livello di riflessione politica e comunitaria, per riconsiderare gli investimenti negli allevamenti intensivi. E magari non solo per quelli suini.

Fonti

https://www.wsj.com/business/bacon-pork-hog-farming-farmers-pigs-cf9d6f22 

https://www.wwf.it/pandanews/clima/allevamenti-nemici-del-clima/

https://www.greenpeace.org/italy/storia/12423/gli-allevamenti-intensivi-in-ue-inquinano-piu-delle-automobili-la-nostra-analisi/

https://www.ciwf.it/nonnelmiopiatto/cambiamento-climatico/#:~:text=L’allevamento%20intensivo%20produce%20grandi%20quantit%C3%A0%20di%20gas%20serra,-Le%20attivit%C3%A0%20umane&text=L’%20allevamento%20contribuisce%20per%20il,secondo%20i%20dati%20della%20FAO

Jonathan Safran Foer, Eating Animals (2009)

Food For Profit (2024)

Note

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