Cuore, orto e cucina: il fenomeno delle Farmhouse

Alla base di ciò che chiamiamo sostenibile c’è un ritmo lento, rispettoso dei ritmi naturali, che genera benessere ambientale, ma anche individuale e sociale. Storia della farmhouse Rantan, un luogo in cui sperimentarlo.

Autore

Maria Vittoria Cervigni

Data

22 Aprile 2024

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6' di lettura

DATA

22 Aprile 2024

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La storia è ciclica. Allo stesso modo, lo sono le scelte e le abitudini delle persone. E se ogni giorno, quando ci svegliamo, il mood generale che percepiamo a livello sociale è di disillusione, malessere o più semplicemente malcontento riguardo alla sempre più difficile vita nelle grandi città, non può essere solo un caso. In molti decidono di cambiare vita proprio sulla base di queste sensazioni. È il caso dei creatori della farmhouse Rantan, due giovani cosmopoliti che hanno abbracciato una filosofia di vita – già piuttosto affermata in altri Paesi, in crescendo nel nostro Paese – centrata sulla convivialità, la valorizzazione della biodiversità e la gestione di uno spazio aperto alle relazioni. 

Facciamo un passo indietro. A partire dagli anni Cinquanta, è iniziata una lenta ma costante migrazione verso le città, vista come un potente strumento di liberazione e riscatto per fuggire dalla depressione rurale. In meno di un secolo l’inurbamento ha fatto sì che, a oggi, la popolazione nelle aree urbane sia di gran lunga più numerosa di quella delle campagne: parliamo del 55% della popolazione mondiale che vive in aree urbane, che si prevede arriverà al 68% entro il 2050. E le campagne, nel frattempo? Si sono svuotate, di forza lavoro e soprattutto di giovani, che hanno anche lentamente abbandonato i mestieri della terra a favore di terziario e altre attività più redditizie (e, sicuramente, meno faticose in termini di sforzo fisico). 

Da anni però, la ruota sembra girare nuovamente a favore della vita rurale: complice un generale senso di delusione di fronte al fallimento sempre più evidente del modello capitalistico, le persone cercano nuovi posti da abitare nelle aree limitrofe alle cinture urbane e, in alcuni casi, proprio nelle campagne, per scappare dalla città che inghiotte e per tornare a avere un’identità e dei ritmi più umani, sposando sostenibilità e lentezza come stili di vita. Che sia una scelta dettata solo dall’aspetto sociale? Probabilmente no: il carovita e l’impennata del costo delle case al mq stanno sicuramente dando una grossa spinta al fenomeno. Ma, di base, sta tornando forte la convinzione che nel contesto piccolo si possa essere individui, mentre nelle grandi città si resti numeri.

Ecco allora che le persone tornano a dare valore alle piccole cose, alle scelte ragionate, a tempi più umani nella vita di tutti i giorni. Insomma, all’essenziale. Certo non è un processo rapido né semplice, visto che il costante indebolimento del tessuto sociale e abitativo nelle campagne ha fatto sì che si creasse una grossa lacuna sì nell’offerta lavorativa, ma anche a cascata su tutto il resto. Ma si stanno costruendo le fondamenta di una nuova primavera della lentezza.

Il grande ritorno alla vita lenta

Non è un caso che negli ultimi anni si sia parlato diffusamente e in ambiti e contesti diversi di vita lenta, slow life, slow living o slow food. La risposta più diretta alla globalizzazione è proprio il desiderio di rallentare e astrarsi da una dimensione che, finalmente, ci si è resi conto non essere più sostenibile a livello personale, e che mettere il denaro al primo posto non può essere più lo standard. 

Sicuramente la pandemia del 2021 ha accelerato il processo per molti, portando sotto i riflettori fenomeni come quiet quitting e Great Resignation, cioè il progressivo allontanamento dal posto di lavoro per coltivare la propria dimensione, sia lavorativa che interiore. Ma non parliamo di un fenomeno nuovo. 

Lo Slow Living è un vero e proprio movimento nato nei cotonati anni ‘80, all’apice di quel boom economico che adesso è solo un ricordo sbiadito. La filosofia era, e tuttora è, piuttosto semplice: basare la propria vita sulla cura di sé stessi, assecondando i propri bisogni e desideri piuttosto che il portafoglio. Vivere meglio, in pace, e far sì che tutto intorno segua la stessa filosofia. 

Ci si sintonizza con il proprio ritmo biologico con una vita meno frenetica e più nutriente. E non c’è bisogno di stravolgere le proprie abitudini: basta rallentare e fare scelte più consapevoli. Ci si libera del superfluo, si torna all’essenziale, dall’alimentazione ai prodotti di consumo. L’alimentazione, in particolare, predilige prodotti naturali, locali, artigianali e stagionali.

È in quest’ottica che entrano in gioco le farmhouse.

Cos’è una Farmhouse

Dizionario alla mano, la definizione di farmhouse è: fattoria f., cascina f., casa f. colonica. E di fatto, di questo si tratta. Ma quello che c’è dietro è un mondo vastissimo, un nuovo movimento destinato a crescere.

Nel suo libro del 2015 Mangiare è un atto agricolo, Wendell Berry, scrittore e ambientalista statunitense, rifletteva sulle problematiche ormai note a tutti dell’agricoltura contemporanea, individuando quello che per lui è il futuro ideale delle campagne, ma nei fatti anche una realtà sempre più concreta: un nuovo mondo in cui l’approccio alla terra rallenta e sposta il focus su una gestione responsabile e armoniosa con gli elementi, in cui i processi di produzione seguono i principi dell’ecologia e della biologia e non sono più impostati a favore del profitto, risparmiandoci molti dei devastanti effetti collaterali che comporta la sua ricerca spasmodica.

Se nel pratico, banalizzando, la farmhouse funziona come un agriturismo, il messaggio che veicola è molto più ampio: promuove la rinascita delle campagne, il ritorno alla vita lenta di cui parlavamo e a un’accoglienza familiare con uno spirito sociale, di condivisione e scoperta. La filiera controllata, il mestiere del contadino e dell’allevatore, l’artigianalità e l’eccellenza, la tradizione. Il tutto, spesso a opera di persone giovani con un passato nelle città, che hanno deciso di portare una visione nuova nelle aree rurali, reinventandosi i progetti in chiave contemporanea e dando quel tanto di hype che basta per lasciare il segno.

Rantan, farmhouse internazionale nel verde della Valchiusella

Anche se le farmhouse in Italia sono ancora territorio poco esplorato, non mancano esempi virtuosi. Rantan è uno di questi. Una scelta di vita, un progetto che impone una dimensione su piccola scala per perseguire autenticamente i principi chiave su cui è basato: convivialità, gestione familiare e controllo totale della filiera alimentare.

Nato nel 2014 nelle menti di Francesco Scarrone e Carol Choi, coppia nel lavoro e nella vita, il progetto si concretizza nel 2018 quando, dopo lunghe ricerche, i due trovano una casa in pietra con un terreno a Trausella, in Valchiusella, un’ora e mezza di auto da Torino. Il posto li rapisce e diventa la culla di quello che sarà il loro futuro. Un full-pack di arredi danesi, frutto delle contaminazioni assorbite negli anni in Danimarca, nelle celebri cucine del Relae e del Noma, entrambi ormai chiusi. Così Rantan prende forma. Da allora, Francesco e Carol cambiano pelle: da cuochi, diventano anche contadini. 

Oggi sono la punta di diamante della Valchiusella, ma la loro storia comincia all’estero. ‘Veniamo dal mondo della ristorazione, entrambi da altre strade. Carol è americana di origini coreane, nata a New York, con un passato nell’editoria‘, ci racconta Francesco. ‘Io sono nato a Torino, cresciuto nel Canavese e prima di iniziare a cucinare ho studiato Ingegneria per due anni. Ci siamo conosciuti lavorando insieme al Relae di Copenaghen, dove io lavoravo come chef de partie e Carol aveva iniziato come pasticciera e panettiera dopo due anni al Noma. Siamo rimasti in Danimarca diversi anni prima di trasferirci in Italia.

Ma perché tornare in Piemonte, in un luogo come la Valchiusella, che a livello di ristorazione non ha molto da offrire? ‘Io sono cresciuto da queste parti, a mezz’ora dalla Valchiusella. È un territorio bellissimo che frequento da quando ero bambino, e l’ho sempre vissuto come fosse casa. Cercavamo un territorio montano, accessibile e in cui fosse possibile tornare alla terra, coltivando ortaggi e piante da frutto. Ecco perché siamo venuti qui.‘ Un posto familiare, per tornare alle origini in tutti i sensi facendo agricoltura.

E è proprio qui che nasce l’intuizione di creare una realtà diversa dal solito. ‘Non volevamo l’ennesimo ristorante. Volevamo realizzare un progetto fuori dal comune, che unisse la gioia di ospitare, la condivisione di un momento e un’esperienza con i nostri ospiti, che qui si sentono a casa. Insomma, qualcosa che coniugasse agricoltura e accoglienza. Da Rantan si siede infatti tutti insieme, al nostro grande tavolo da 14 posti, e si assaggia un menu che è riflesso del nostro bagaglio gastronomico e del nostro lavoro agricolo, che portiamo avanti tutti i giorni in autonomia.

Da Rantan, ogni giorno della settimana è diverso: ‘Questa è una delle cose che più apprezziamo del nostro lavoro qui‘. Casa, cucina e esterno sono continuamente sovrapposti e intrecciati. Ciò permette a Francesco e Carol di avere piena libertà nel decidere come impostare le giornate e offre la possibilità di poter contare su un’enorme flessibilità.

‘Carol si dedica al pane, ai dolci e alle conserve, mentre io mi occupo della parte salata del menù. Ma entrambi scegliamo, insieme, cosa servire e perciò cosa coltivare.’ È questo l’aspetto che amano di più del loro progetto: la libertà di essere al centro, di contare prima come persone e poi come cuochi, potendo scegliere ogni giorno la direzione da dare alla propria giornata. ‘Non ci manca nulla. È vero che a volte avremmo voglia del fermento di una grande città, gli stimoli, i ristoranti che puoi trovarci. Ma della nostra vita precedente, a pensarci bene, non ci manca davvero nulla.’

Il futuro della ristorazione secondo Rantan

Per quanto Rantan sia un luogo incantato, si trova sicuramente in una località dove non si passa per caso. Trausella non si trova all’uscita di un casello autostradale o nel centro di una città: bisogna guidare lungo una strada che si snoda nei boschi e nei campi. E la Valchiusella, nonostante le sue bellezze naturalistiche, è ancora sconosciuta ai più. 

Nonostante questo, prenotare un pranzo da Rantan è quasi impossibile: la richiesta è altissima. ‘La nostra clientela è principalmente urbana e internazionale. Abbiamo principalmente un pubblico millennial, urbano, interessato all’esperienza conviviale e sensibile nel tipo di scelte che fa. La differenza sta principalmente nella rottura del classico rapporto ristorante-cliente: qua l’esperienza è più personale, diretta, vissuta. C’è spesso un ottimo scambio tra noi e i nostri ospiti’. Segno che le voci girano in fretta, quando ne vale la pena.

E il rapporto sviluppato con le realtà locali? ‘Per noi è fondamentale sviluppare un network con le realtà che abbiamo intorno, perché qui è dove si svolge la nostra vita: facciamo una volta a settimana il pane nel forno a legna per le persone del posto, e cerchiamo di tessere relazioni con tutte le realtà agricole della valle.’ La buona notizia, infatti, è che iniziano a esserci diverse realtà simili alla loro, qui e nelle valli limitrofe del territorio piemontese.

‘Pensiamo che ci sia gran bisogno di una nuova agricoltura’ conclude Francesco, ‘nuove realtà che con mente e occhi aperti si azzardano a mettere in discussione il modo in cui si è coltivato e allevato finora, lontano da sigle, etichette e certificazioni. E tutto questo deve essere supportato da una nuova ristorazione: non basta più dire ‘ortaggi del contadino’, ‘ortaggi bio’: è ora di dare al settore un taglio più consapevole, meno vuoto, che conosca e capisca l’agricoltura e i processi di produzione del cibo.

È dunque il momento di risvegliare l’agricoltura per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, e per farlo c’è bisogno di queste realtà che, seppur piccole, fanno un enorme lavoro. Prendendo a modello la rete del micelio che si sviluppa sotto la superficie del bosco, ‘bisogna favorire la nascita di aziende familiari, policolturali, diversificate e resilienti, in cui magari si intrecciano coltivazione e allevamento. E è compito di chi ci amministra facilitare e favorire concretamente questo processo.

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