L’utopia di Gaia Vince e la distopia dei confini

Autore

Alessandro Leonardi

Data

16 Febbraio 2024

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5' di lettura

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16 Febbraio 2024

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Filosofia

Sociologia

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Verso la fine del secolo l’umanità vivrà in un mondo radicalmente diverso, con ampie fasce centrali del pianeta che saranno state abbandonate a causa della crisi climatica-ambientale. Nei prossimi decenni una parte della popolazione terrestre migrerà verso il nord del mondo per cercare di salvarsi dalle ondate di calore, mentre le istituzioni internazionali dovranno dar vita alla più imponente coordinazione della storia umana per riconfigurare la nostra civiltà. Questo è in sintesi lo scenario prefigurato dalla giornalista britannica Gaia Vince, nel suo saggio Il secolo nomade, dove vengono ipotizzate diverse soluzioni politiche, economiche e sociali per fronteggiare una delle più gravi crisi dei nostri tempi.

Al contrario di altri saggi che preconizzano il rapido successo della green economy, il libro dell’autrice delinea un quadro decisamente meno positivo sull’evoluzione del cambiamento climatico, focalizzandosi sulla necessità di implementare una serie di piani di adattamento su larga scala. Questa presa di posizione si fonda sul fatto che la crisi climatica peggiorerà nei prossimi anni, andando ad intaccare le nicchie climatiche che hanno consentito lo sviluppo della società moderna. Con i trend attuali che prevedono un aumento delle temperature fino a 2,7 gradi, diverse regioni della Terra diventeranno progressivamente invivibili a causa del collasso dei sistemi vitali che garantiscono la vita quotidiana a miliardi di persone, specialmente nelle aree equatoriali africane ed asiatiche.

L’aggravarsi delle condizioni planetarie costringerà numerose popolazioni a migrare verso la Russia, il Nord Europa, il Canada e altre nazioni a nord del mondo. Da qui la necessità, secondo le tesi della scrittrice britannica, di avviare una profonda coordinazione attraverso le istituzioni multilaterali per garantire l’accoglienza di una parte dell’umanità nelle regioni più fredde, mentre contemporaneamente verrà ristrutturato l’intero sistema capitalistico per adattarlo alla nuova era. Un’impresa titanica che però non trova alcun fondamento nella realtà odierna, specialmente tenendo conto delle dinamiche di sviluppo del Sistema globale. 

Le istituzioni multilaterali sono sempre più frammentate e impotenti di fronte alle tensioni in aumento a livello internazionale, dove la competizione fra le maggiori Potenze si sta intensificando. Non solo in campo economico, industriale e tecnologico, ma anche in ambito bellico, con una serie di conflitti che stanno producendo effetti a catena all’interno delle società occidentali. Il ministro della Difesa britannico ha recentemente annunciato la fine dell’epoca basata sul ‘dividendo della pace’, invitando i cittadini a mobilitarsi per fronteggiare un mondo più instabile e pericoloso. 

La cooperazione multilaterale, che è sempre stata molto debole e condizionata dall’egemonia occidentale, sta diminuendo a causa dell’ascesa del mondo multipolare frammentato e dell’aggravarsi di una serie di crisi sistemiche che minano l’assetto post Guerra Fredda. L’emersione dei molteplici nazionalismi spingono verso la difesa delle proprie comunità a scapito delle altre, e in questo contesto le risposte nazionali nei confronti dei flussi migratori sono l’esatto opposto di quello richiesto dalla Vince, con un’evidente e progressiva militarizzazione dei confini. 

Le stesse dinamiche del tardo capitalismo, basate sull’imperativo dogmatico della crescita infinita di produzione e consumi, stanno spingendo ogni nazione avanzata ed emergente a preservare a tutti i costi il proprio potere industriale-economico, a scapito di quelle più deboli. L’estrema complessità della comunità umana, suddisivisa in oltre 200 Stati e in numerosi sotto-sistemi e credenze, pone enormi limiti alla coordinazione globale in nome della solidarietà universale. Le illusioni alimentate dal mondo unipolare degli anni ’90 sono state ormai superate dagli avvenimenti in corso e non sono più adatte per i problemi di questo secolo. La visione proposta da Gaia Vince rimarrà purtroppo un’utopia irrealizzabile. 


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