Le fatiche di Hong Kong

Autore

Ettore Iorio, Irene Licastro

Data

3 Maggio 2023

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6' di lettura

DATA

3 Maggio 2023

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Economia

Storia

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Hong Kong, per lungo tempo sotto i riflettori dei media internazionali, che negli anni hanno raccontato l’evolversi delle proteste nate dal dissenso e della resistenza dei giovani studenti del ‘Porto Profumato’ (decisi a non piegarsi al processo di annessione cinese), vive adesso una fase di logoramento. La città soffre una stanchezza profonda, nata dalle fatiche di anni di manifestazioni organizzate dal ‘Movimento degli ombrelli’ e oggi estenuata dalle quotidiane forme di repressione e coercizione poste in essere dalla Mainland1

Il 20 maggio 2020 l’Assemblea Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha, infatti, votato la National Security Law, entrata in vigore il 30 giugno dello stesso anno, che ha posto fine alle libertà democratiche della città e al concetto di ’Un sistema, due paesi’ – frutto dell’intesa sino-britannica del 1997 che, nel riconsegnare Hong Kong alla Cina, dopo aver fatto parte dell’Impero Britannico dal 1842, stabiliva un periodo transitorio di cinquant’anni nei quali la Mainland si impegnava a riconoscere un’autonomia alla città, in termini di rispetto del sistema democratico e di libertà individuali. 

Nei fatti un regime differenziato e una sfera di autonomia sono state riconosciute finchè è stato utile alla Cina avere una città-ponte con il mondo occidentale, in modo da sviluppare il suo commercio globale per poi, dopo aver consolidato la sua rete economica mondiale, investire politicamente ed economicamente sulla più affidabile Shanghai. Hong Kong negli ultimi anni è stata abbandonata anche dall’Occidente che non ha avuto il coraggio, tranne per qualche dichiarazione di sostegno alle proteste e qualche sanzione economica, di supportare e difendere l’indipendenza della città dalla Cina. 

Oggi il Porto Profumato è una città simbolo, una medaglia con i volti peggiori dei due sistemi che si contendono la leadership mondiale; che da una parte soffre le forti disuguaglianze sociali causate da un sistema capitalistico-finanziario esasperato e dall’altra è oppressa dal sistema autoritario cinese e dalla conseguente privazione di tutte le libertà fondamentali, politiche e di espressione – da sempre riconosciute ai suoi cittadini. Una città dove lo scontro tra questi due modelli ha lasciato delle macerie invisibili, nascoste dalla sfarzosità dei palazzi della finanza globale, che si manifestano improvvisamente quando, passeggiando per le vie della metropoli tra macchine di lusso, ci si imbatte nell’estrema povertà a cui è relegata la maggior parte della popolazione.

Oggi, nel silenzio dei media internazionali, ricevere notizie sulla città e di come effettivamente vivano le ragazze e i ragazzi è veramente complesso. Una testimonianza della quotidianità hongkonghese è possibile ottenerla principalmente da chi la città oggi ancora la vive, come Irene Licastro, giovane studentessa di Economia alla Sapienza, appena tornata da Hong Kong dopo sei mesi di ricerca tesi, che la racconta così: 

«Se hai circa vent’anni e vivi a Hong Kong sai di avere due scelte. La prima è andarsene, la seconda è stare al gioco. Un gioco in cui c’è un solo giocatore che detiene sia le pedine sia i dadi. Vivendo tra gli hongkonghesi a Kowloon, il distretto più popolare della RAS (Regione Amministrativa Speciale), ho avuto modo di percepire ogni singola differenza tra gli abitanti locali e chi proviene dalla Mainland Cina. 

Penso che la colazione tipica di Hong Kong rappresenti il simbolo della loro sintesi culturale: scrambled eggs con pane tostato e zuppa di noodles. Ma se chiedi a un hongkonghese se si senta più cinese o più inglese lui ti risponderà di nessuna delle due. Gli hongkonghesi si sentono di Hong Kong, e di nessun altro posto al mondo. 

Per capirla bisogna osservare attentamente la sua geografia – la città non è solo il principale hub finanziario asiatico e un parco giochi per cinesi ricchi, ma è una regione amministrativa speciale composta da un’isola divisa in tre distretti: Hong Kong Island, l’isola più grande e sede della finanza, nonché residenza degli expats e dei ricchi; Kowloon, il vero cuore pulsante della città dove vivono gli hongkonghesi e dove c’è un grande fermento culturale e politico; e infine i New Territories, composti da numerose isolette nel Mar Cinese Meridionale e da grandi distretti urbani che sono a tutti gli effetti dei grandi dormitori dove vive la popolazione migrante e più povera».

La concentrazione di ricchezza e di capitali nella città di Hong Kong è direttamente proporzionale all’estrema povertà alla quale è relegata la maggior parte della popolazione residente. Non a caso la città presenta il coefficiente di Gini2 più alto di tutta l’Asia, con un punteggio di 47,3 % davanti a Singapore, altra capitale finanziaria, con il 45,2%. Disuguaglianze e povertà aggravate da una situazione abitativa di estrema difficoltà, con una densità tra le più alte al mondo, pari a 7.000 abitanti per chilometro quadrato, e migliaia di persone che vivono in ‘case-gabbie’ di pochi metri quadrati poste l’una sopra l’altra.

Tra i luoghi più emblematici delle condizioni di estrema povertà in cui versa la maggior parte degli hongkonghesi c’è Tai O, un villaggio a soli 30 minuti dall’hub finanziario, dove gli abitanti vivono della vendita di pesci essiccati che riescono a pescare dalle loro palafitte.

«Quando sono stata al villaggio di Tai O ho visto per la prima volta la vera Hong Kong. Nelle isole la situazione abitativa è completamente diversa dalla vita che scorre tra i grattacieli di Hong Kong Island. 

Lì si possono osservare immagini di grande disagio e miseria, come case di lamine di alluminio oppure palafitte costruite sopra a un fiume ormai prosciugato. Nella maggior parte di queste abitazioni non sono presenti servizi igienici e non esistono fornelli elettrici o a gas.

Le ‘case’ sono talmente piccole in tutta la città che nella maggior parte non c’è neanche lo spazio per la cucina; non a caso a Hong Kong si è negli anni sviluppata la tradizione dello street food, proprio perchè tante persone sprovviste di cucina vivono di cibo da asporto».

In questo contesto socio-economico si sono sviluppate le proteste contro il lento ma inesorabile processo di annessione alla Cina che oggi, sedati i movimenti di rivolta e incarcerati i loro rappresentanti, punta a cancellare il passato occidentale della città per formare una nuova generazione del tutto devota alla Mainland.

La Legge sulla sicurezza nazionale ha conferito agli agenti il potere di arrestare chiunque sia accusato di compiere ‘attività di terrorismo’, concetto interpretato in modo decisamento ampio, che ha negli ultimi anni portato all’arresto di politici pro-democrazia, direttori di giornali come Jimmy Lai, proprietario del Apple Daily, uno dei più grandi giornali di Hong Kong che aveva apertamente criticato il governo della città, o di semplici cittadini spesso sottoposti a processi sommari e rilasciati solo con l’impegno di comportarsi ‘conformemente’ a quanto disposto dal governo cinese. Il processo di annessione passa anche dall’eliminazione di qualsiasi contaminazione culturale occidentale o pro-democrazia tramite, per esempio, la censura di opere cinematografiche o di libri.

«A Hong Kong si parla il cantonese – che si differenzia dal mandarino per caratteri, pronuncia e origini storiche. Il governo centrale ha imposto nelle scuole il mandarino come unica lingua e l’insegnamento della storia secondo la versione cinese. In questo modo, nei prossimi anni, il mandarino diventerà obbligatorio anche nelle Università e pian piano sostituirà definitivamente il cantonese – determinando l’esclusione da qualsiasi contesto sociale e lavorativo e l’identificazione come ‘ribelle’ per chiunque continuerà a parlare la lingua originale.

Quando sono arrivata a Hong Kong la legge sulla sicurezza nazionale aveva imposto il divieto di camminare in più di tre persone per strada; questa legge veniva pronunciata da tutti i megafoni presenti in città, in particolare ad Avenue of Stars, una delle vie più frequentate di Hong Kong.

La polizia che oggi opera in città, nella maggior parte dei casi, non viene da Hong Kong ma è quella cinese rimasta lì dopo che il governo centrale, durante le proteste, inviò numerosi contingenti per sedarle. 

Nessun hongkonghese, infatti, intende arruolarsi – perché i poliziotti vengono visti come traditori di Hong Kong, come una forza nemica che quotidianamente porta avanti il processo di annessione e repressione. Allo stesso tempo, però, i ragazzi in città evitano di parlare del periodo delle proteste per paura che il loro interlocutore possa riportare il tutto alle autorità cinesi».

Dopo tre anni di politica ‘Zero Covid’ Hong Kong si sta riaprendo al mondo. Recentemente, infatti, è stata annunciata la campagna di promozione globale ‘Hello, Hong Kong’, che prevede la distribuzione gratuita di 500.000 biglietti aerei per rilanciare il turismo della città e la sua immagine, dopo anni nei quali la combinazione tra l’emergenza sanitaria e lo scontro tra la popolazione e l’autorità cinese aveva reso il ‘Porto Profumato’  meno attraente per turisti e investitori. 

Da quest’anno la ‘nuova’ Hong Kong apre le porte al mondo e sarà interessante capire che effetti avrà questa riapertura per la società hongkonghese; se, soprattutto, si mostrerà ‘pacificamente’ nella sua versione filo-cinese o se approfitterà della ritrovata dimensione globale per riaccendere i riflettori internazionali sul processo di erosione democratica che sta vivendo, alimentando nuovamente l’animo temporaneamente sopito, ma ancora vivo, delle proteste e della lotta per la libertà.

Camminando per la città è possibile respirare l’essenza più pura della società hongkonghese – che fa della sofisticazione culturale il medium comunicativo per raccontare al mondo la sua unicità storica e forte identità intellettuale.

Negli ultimi anni, infatti, numerose sono le gallerie e i centri di cultura nati nelle varie zone della città che l’hanno resa, a oggi, il principale polo artistico di tutta l’Asia. Primato consacrato dall’inaugurazione del museo M+, nel distretto culturale di West Kowloon, una struttura di 65 mila metri quadri (quasi il doppio della Tate Modern) dedicata alla cultura visiva del XX e XXI secolo.

Come tra gli appartamenti lussuosi dei grattacieli della città finanziaria e le case-gabbia dei sobborghi popolari, così il contrasto tra le grandi istituzioni culturali e la repressione delle piccole realtà culturali indipendenti mostra, ancora una volta, la doppia faccia di una città piena di contraddizioni. 

Negli anni delle proteste la cultura e l’informazione sono stati il motore dei movimenti; difficilmente sedati proprio perché non erano portatori di un dissenso istintivo ed estemporaneo, ma di una visione democratica della città che si basava su una solida consapevolezza collettiva e tradizione culturale.

Non a caso il governo cinese, dopo aver represso le proteste, ha colpito fin da subito le librerie indipendenti, i giornali e i centri di cultura – impedendo la diffusione di libri e giornali o vietando l’organizzazione di eventi che in qualsiasi modo potessero propagare idee di democrazia e libertà. 

Negli anni sono state numerose le sparizioni e gli arresti, come nel caso di  Lee Bo, proprietario della casa editrice ‘Mighty Current’, scomparso improvvisamente insieme al suo socio, Gui Minhai, prelevato dalla sua casa mentre era in vacanza in Thailandia e poi ricomparso un mese dopo in un videomessaggio, trasmesso in televisione, in cui affermava di essersi consegnato volontariamente alla autorità cinesi.

Oggi, tra le vie della città, nei sobborghi più popolari, è ancora possibile trovare qualche libreria clandestina che riesce ancora a sopravvivere alla censura cinese dove, nonostante il controllo pervasivo del governo cinese e il rischio quotidiano di essere arrestati, i cittadini hongkonghesi elaborano delle modalità per manifestare il loro dissenso e il loro desiderio di libertà, anche tramite piccole azioni della vita quotidiana.

«Due connotati distintivi dei cittadini che esprimono la loro vicinanza ai movimenti di protesta sono l’utilizzo della mascherina gialla e il vestirsi completamente di nero, colori diventati negli anni, insieme agli ombrelli, simboli delle proteste.

Un modo per dissentire, silenziosamente, a Hong Kong è quello di frequentare solamente gli esercizi commerciali appartenenti alla ‘yellow economy’, ossia l’insieme di negozi, librerie, bar e ristoranti che sono apertamente pro-democracy.

Alcune piattaforme online indicano con il giallo questi negozi, in blu quelli filo-cinesi e in verde quelli neutri, per orientare i cittadini nella scelta.

In particolare nella zona di Mong Kok, camminando tra i grattacieli, ci si può imbattere in librerie nascoste tra gli appartamenti dove si possono trovare libri e testimonianze inerenti alle proteste – e al loro interno sulle pareti sono appesi gli ombrelli usati per le ultime manifestazioni non-violente del 2019. 

Al contrario, nelle zone centrali gli hongkonghesi evitano di andare da Starbucks, in quanto la proprietaria della catena cittadina è dichiaratamente pro-cina; allo stesso modo nessuno usa Tik Tok, considerato il social network simbolo della Mainland.

In questi mesi l’immagine per me più rappresentativa della situazione attuale di Hong Kong è stata la famosa ‘Democracy wall’, dove venivano un tempo affissi i volantini che invitavano gli studenti a iniziative e incontri pro-democrazia, e ora completamente vuota. Allo stesso tempo, però, sentendo parlare gli hongkonghesi della ‘Lion Rock’, una delle sette montagne di Hong Kong – posta proprio sopra la zona popolare di Kowloon, da loro considerata la montagna protettrice della città – si può percepire nelle loro loro parole tutta la speranza che ancora nutrono per un futuro libero».


The English version is below:

Note

  1. Per ‘Cina continentale’ (in inglese Mainland China) si intendono tutti i territori sotto il diretto controllo del Partito Comunista Cinese nel 1949. A quell’epoca Hong Kong e Macao erano ancora dei territori coloniali amministrati rispettivamente da inglesi e portoghesi e Taiwan (ex colonia giapponese) era sotto il controllo del transfugo governo della Repubblica di Cina. Per questo motivo l’espressione Cina continentale non comprende questi territori (NdA).
  2.  Parametro che misura la disuguaglianza economica, dove 0 è la perfetta uguaglianza e 100 il monopolio di un singolo (NdR).
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