Alcune considerazioni sull’utopia nell’era del cambiamento climatico

L’altra faccia dell’utopia è la distopia. Entrambe esprimono i nostri sentimenti di fronte al futuro: la distopia le nostre paure, l’utopia le nostre speranze sociali.

Autore

Kim Stanley Robinson

Data

16 Marzo 2023

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16 Marzo 2023

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Dicembre 2021 – Proviamo a vedere l’utopia non più come un mio dilemma letterario, ma come una visione sociale condivisa gravata dalla consapevolezza che, se dal punto di vista ambientale il presente è preoccupante il futuro, inevitabilmente, lo sarà ancora di più. Riflettiamo su questa domanda: siamo ancora in tempo per evitare  il collasso dei sistemi umani e naturali? O stiamo già vivendo il momento in cui Willy il Coyote, lanciato all’inseguimento di Beep Beep, rivolge lo sguardo verso il pubblico e scopre di essere già  oltre il precipizio, sospeso nell’aria, le zampe che  girano a vuoto, nell’istante che precede la caduta? È un’illusione pensare che, agendo, potremmo correggere la rotta?

È questa la domanda che dobbiamo rivolgere agli scienziati che analizzano il tema ambientale dal punto di vista ecologico-quantitativo nell’ambito dei flussi energetici globali. I grafici a cuneo, concepiti da Stephen Pascale e Robert  H. Socolow 1 a Princeton, indicano che, mettendo rapidamente in atto tutte le tecnologie di decarbonizzazione a nostra disposizione, saremmo  ancora in tempo per evitare la catastrofe. Ci troviamo sull’orlo del precipizio, ma ne siamo consapevoli e non siamo ancora sospesi nel vuoto. 

Esistono piani dettagliati, elaborati da più parti, che indicano quali percorsi seguire per ritrovare un terreno stabile, tra cui il «Plan B 3.0» di Lester  Brown e del Worldwatch Institute 2. Sono già numerose le agenzie governative, le organizzazioni e le istituzioni non governative, a livello mondiale, impegnate nella realizzazione di questi programmi, ed è rassicurante sapere che la salvezza non è un miraggio. I piani operativi ci sono, così come le ragioni per sperare, ma ci dobbiamo muovere, e ritornare a parlare di storia.  

Conosciamo la situazione, ma cosa dobbiamo fare? È giunto il momento di risolvere questo dilemma, perché il futuro «attuale» è diverso dai futuri «passati». Prima, per vivere bene, bastava fare del nostro meglio. Le cose miglioravano lentamente per alcuni popoli e alcuni luoghi; in ogni caso,  continuando a sperimentare, riuscivamo a tirare avanti, ma non è più così. Possiamo paragonare il futuro «attuale» a una penisola. Percorrendola in  un senso possiamo precipitare verso il baratro; percorrendola nell’altro, dove sicuramente il terreno è meno scosceso, possiamo raggiungere futuri  utopici diversi. Siamo al bivio tra utopia e catastrofe; non esistono vie di mezzo o di fuga.

L’utopia non è più solo un’aspirazione ideale, ma una necessità per sopravvivere. È un cambiamento epocale che ci impone di agire  per dirigere il percorso della storia verso un futuro migliore. I dettagli sono irrilevanti; conta sopravvivere evitando il disastro. È come se la popolazione attuale, che conta sette miliardi di persone, e quella futura, che potrebbe arrivare a nove-dieci miliardi, si trovassero sulla punta di una protesi, un’unica grande struttura creata artificialmente dalla tecnologia che deve funzionare alla perfezione per garantire la nostra sopravvivenza, avendo la nostra impronta ecologica ormai superato, in termini numerici, la bio-capacità del Pianeta. Siamo incredibilmente bravi a camminare su questa corda tesa sopra l’abisso senza farci paralizzare dalla paura. Ignoriamo abilmente i rischi; ma ora, su questa precaria penisola, su questa folle protesi, o comunque si voglia immaginare il momento storico di altissimo rischio in cui stiamo vivendo, dobbiamo affidarci all’utopia per la nostra sopravvivenza, perché fallire ora sarebbe inaccettabile per i nostri eventuali discendenti. 

Riflettendo su questa situazione e su questo mutamento, quelli tra noi che vivono nel mondo sviluppato e privilegiato si chiedono: ma se anche  riuscissimo a sopravvivere, come sarebbe la nostra vita? Saremmo infelici? Perderemmo i nostri privilegi? Come osserva Fredric Jameson nel suo lungo  saggio sull’utopia, i contrari all’ideale utopico non sono necessariamente  dei reazionari dal punto di vista politico, ma temono lo sconvolgimento  che l’utopia potrebbe innescare3, perché un mutamento così profondo spaventa quanto la reincarnazione. Tornare in vita nei panni di un altro è come non tornarci affatto. L’utopia sarebbe inutile come il paradiso, se perdessimo la nostra identità. Noi siamo le nostre abitudini, o così crediamo.

Cosa accadrebbe ai ricchi del primo mondo in un’utopia di sopravvivenza, dove a tutti spetterebbe una parte uguale del «capitale naturale» del  Pianeta? I matematici prevedono che se la ricchezza umana e naturale fosse distribuita equamente tra sette miliardi di persone saremmo tutti poveri. Anche questa è una domanda interessante sulla quale riflettere. Gli svizzeri, prosperi e pratici, hanno già iniziato a sperimentare con questi numeri  e uno dei risultati è la «Società dei 2.000 watt». Hanno calcolato che se  in questo momento la quantità totale di energia disponibile all’umanità  fosse equamente distribuita tra tutti, ognuno di noi avrebbe circa 2.000  watt a disposizione 4. Non sono tanti, ma nemmeno pochi. Alcuni abitanti di Basilea e di Zurigo hanno deciso di provare a vivere con 2.000 watt.

C’è  da dire che godono di alcuni vantaggi: vivono in un Paese piccolo situato in  Europa, un continente dotato di eccellenti infrastrutture, costruite anche  grazie al bottino ottenuto dal saccheggio operato dal colonialismo nel resto del mondo. In Europa si può vivere piuttosto bene con 2.000 watt. C’è  il trasporto pubblico, ci sono piccoli appartamenti efficienti, e così via. Anche se questo esperimento di vita non sciogliesse tutte le nostre perplessità,  sarebbe comunque interessante. Sembra che una parte molto importante  dell’energia che consumiamo attualmente non serva a migliorare la qualità  della nostra vita in termini di salute, felicità e sostenibilità. Molto di quanto bruciamo è sprecato. In Svizzera un cittadino medio consuma 5.000  watt. Un cittadino europeo ne consuma mediamente 6.000; in America  12.000; in Cina 1.500; in India 1.000; e in Bangladesh circa 300. Questi  numeri possono darci un’idea dei consumi. Stiamo inoltre usando, a livello globale, una tecnologia estremamente sporca e inefficiente, paragonabile  all’impianto d’epoca stalinista di Chelyabinsk-65. Tutto quanto abbiamo  inventato e progettato finora per sostituire questa tecnologia, ormai superata, potrebbe migliorare sensibilmente l’efficienza energetica e la combustione del carbonio, permettendoci ulteriori progressi.

L’obiettivo di una  civiltà carbon-neutral, o addirittura carbon-negative, è realizzabile. Sostituire la tecnologia energetica è una necessità del XXI secolo, che potrebbe anche  significare piena occupazione, stabilizzazione della popolazione e più energia per tutti.

Bruciare meno carbone

La visione di un progetto sociale globale ci permetterebbe di rassicurare i giovani del primo mondo e ci eviterebbe di dire loro: «Scusate tanto, noi  abbiamo bruciato le risorse della Terra e a voi ora tocca vivere come santi e soffrire». Non sarebbe certo un messaggio incoraggiante, e nemmeno corretto. Nel primo mondo iper-consumistico l’iper-combustione di carbonio è vissuta più come un peso che come un progresso, perché pregiudica la  nostra salute fisica e mentale e ci avvolge in un guscio inutile, appannando la nostra consapevolezza di quanto ci circonda. Dobbiamo bruciare meno  carbonio per noi stessi e per la Terra che è la nostra Casa; non è una rinuncia integralista, ma un modo per diventare più intelligenti e sani. È un percorso accessibile a tutti se lo affrontiamo con un senso di realizzazione, e in questa riflessione c’è una scintilla utopica, uno stimolo all’azione.

Ho approfondito questa idea nella Trilogia della Scienza nella Capitale. Una vita decarbonizzata potrebbe renderci più consapevoli, isolati come siamo nel nostro spesso e sporco guscio tecnologico. Ho definito questa visione utopica «il Paleolitico più buone cure dentali» per suggerire che, essendo la nostra genetica rimasta immutata nel tempo, potremmo ritornare a essere le creature che eravamo centomila anni fa. Potremmo vivere esistenze appagate e complesse senza l’iperconsumismo capitalista, ma con servando le moderne tecnologie che ci permettono di ridurre la sofferenza e di essere più felici. Le scienze umane ci dicono che più ci avviciniamo a uno stile di vita paleolitico – ma con la possibilità di ricevere buone cure dentali – meglio stiamo.

Questo è un pensiero utopico suggerito dalle ultime scoperte scientifiche: siamo più felici quando siamo più sani, e siamo  più sani quando lasciamo spazio all’attività fisica, riducendo le emissioni di carbonio, camminando all’aperto, parlando, correndo, mangiando insieme, e così via. Queste attività a basse emissioni di carbonio sono spesso  percepite come la parte migliore della giornata, e non è un caso. 

Possiamo trasmettere questa riflessione ai giovani, presentandogliela  come una visione di vita. I giovani cittadini laici del primo mondo sono alla  ricerca di significati: sanno che la vita vale più del mero iperconsumo, ma  non sanno ancora cosa sia esattamente questo «di più», perché al significato non è mai stato dato un prezzo.

La loro crisi esistenziale è reale; hanno  bisogno di dare un significato alla loro vita, ma la società capitalista non ne dà. Nell’era dell’Antropocene, caratterizzata dal cambiamento climatico, un obiettivo è chiaro a tutti, ed è la situazione che ce lo impone: dobbiamo decarbonizzare, ma questo significa cambiare tutto, significa utopia per  la nostra sopravvivenza e per quella dei nostri discendenti. Questa visione della vita può darci un senso di compimento: fare le cose in modo più intelligente e divertente. Il capitalismo, così com’è, comincia ad apparirci non solo moralmente pesante, ma scarsamente flessibile, persino ottuso.

Per noi, donne e uomini di oggi, il progetto si tradurrebbe nell’attuazione di riforme concrete, nel sostegno alla socialdemocrazia e ai movimenti  politici verdi, senza trascurare obiettivi ancora più radicali. E se qualcuno citasse la geo-ingegneria potremmo dire: «Sì la stiamo già realizzando; la migliore strategia geo-ingegneristca a nostra disposizione è la decarbonizzazione rapida».

Potremmo sostenere l’idea della piena occupazione di Jameson, che ci permetterebbe di svolgere tutte le opere necessarie, spezzando il paradigma del capitalismo che usa la disoccupazione «strutturale» per  esercitare la «pressione salariale» e per intimidire un numero sempre maggiore di lavoratori. Ma è solo affermando che il lavoro è un diritto che sfida il sistema.

La piena occupazione significherebbe salari per vivere e riduzione della povertà, che è di per sé una potente arma contro il cambiamento climatico. È necessario insistere su questo punto affinché l’azione contro questo fenomeno non diventi una questione puramente tecnologica o la  panacea che permetterebbe a tutto il resto di continuare come prima. Perché questo non succederà. Le trasformazioni mirate ad abbattere alcune delle ingiustizie fondamentali del capitalismo e a combattere il cambia mento climatico devono procedere di pari passo.

Dobbiamo sostenere la scienza, che non è come appoggiare il capitalismo, come alcuni critici potrebbero ribattere. Dobbiamo distinguere tra questi due ambiti e riconoscere che la scienza ci permette di arricchire il nostro sapere e di usarlo per il bene collettivo. Ritengo che sia lo strumento migliore per difendere la nostra specie, pur ammettendo che molti scienziati sono come Beaker dei Muppets, tecnologici ma goffi, dotati di una  conoscenza tanto profonda quanto ristretta, tale da renderli spesso ingenuamente refrattari alla filosofia, inducendoli a pensare che le loro azioni siano prive di valenza politica. È compito degli umanisti correggere questa  percezione errata ricorrendo alla storia, alla filosofia, alla teoria politica, alla retorica e alla letteratura. Le scienze umane non devono sfidare, bensì  informare le scienze esatte; questo approccio non è un’opzione se vogliamo  essere consapevoli del funzionamento del mondo umano. 

Per fare un esempio di come gli umanisti attaccano gli scienziati potremmo citare Mr. Monopoly, il capitalista del gioco di Monopoli, vestito  di tutto punto con cappello a cilindro e smoking. Immaginiamo che Mr.  Monopoly paghi Beaker dei Muppets per inventare una pistola e che poi la punti alla testa di Beaker dicendogli, «Fammi più pistole e più giocattoli». Beaker sgrana gli occhi ma esegue l’ordine. Noi umanisti, osservando  questa scena e pensando di esserne estranei, esclamiamo, «Dannazione,  Beaker, ti ci metti pure tu. Hai anche inventato la bomba atomica!». E Beaker ci sussurra: «Ho una pistola puntata alla testa. Ma ce n’è una puntata  anche contro la tua. Non vedi? Perché dai la colpa a me?». 

Eppure lo facciamo; continuiamo a incolpare la scienza e gli scienziati  per qualcosa che è in realtà un problema di noi cittadini. Gli scienziati hanno bisogno del nostro sostegno e di una politica che ne esalti le potenzialità, permettendo loro di incarnare il pensiero utopico come hanno sempre  fatto. La comunità scientifica e le istituzioni di ricerca sono strumenti per conoscere e scoprire la natura, ma anche per realizzare programmi politici utopici. Ma chi di noi l’ha capito? Chi lo ammette? Chi opera con questa consapevolezza?

Ritengo utile paragonare questa visione sociale, che dobbiamo recepire, a un’impalcatura a più piani. James Griesemer dell’Università della California Davis ha usato questa analogia per descrivere l’impegno profuso da ogni generazione umana nel realizzare i progetti. Sono passate circa quattrocento generazioni dalla fine dell’ultima Era Glaciale e possiamo immaginare che anche la nostra generazione stia costruendo un nuovo piano da  aggiungere a quelli realizzati dalle molte generazioni precedenti. Un’altra analogia potrebbe essere quella della barriera corallina. Ogni generazione  forma un nuovo strato. Non basta un salto per toccare il cielo – finiremmo per cadere più in basso del punto da dove avevamo spiccato il salto. 

Quando invochiamo l’utopia come l’unica soluzione possibile al cambiamento climatico, dobbiamo però ricordarci che è un progetto trans-generazionale, la cui realizzazione richiederà più generazioni. Non spaventiamoci, non possiamo rinunciarvi solo perché non sarà compiuto nel corso della nostra vita. Dobbiamo affrontare un’emergenza ecologica, ma possiamo agire solo nell’ambito della nostra realtà presente, costruendo quello che possiamo. Il mio pensiero potrebbe sembrare conservatore, ma le riforme che espongo sono così numerose e sistemiche che insieme possono accendere una rivoluzione, il post-capitalismo, l’utopia, ma qualche generazione più in là. Impossibile definirne i dettagli, ma i contorni generali e l’urgenza sono evidenti. Lanciamoci nella fase presente del nostro progetto con la speranza di raggiungere i nostri obiettivi il più velocemente possibile. 

Concludo citando Voltaire e la frase finale, un po’ minacciosa, di Candido: «Bisogna coltivare il proprio giardino».  


Fonte/Testo originale: Kim Stanley Robinson ‘Alcune considerazioni sull’utopia nell’era del cambiamento climatico’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 2, dicembre 2021, Il Mulino.

Si tratta della parte seconda dell’articolo ‘Remarks on Utopia in the  Age of Climate Change’ pubblicato in «Utopian Studies» (vol. 27, n. 1,  2016, pp. 1-15), rivista della Society for Utopian Studies. Ringraziamo  la direzione della rivista per averci concesso l’autorizzazione a tradurlo e  pubblicarlo.

Note

  1. S. Pacala e R. Socolow, Stabilization Wedges: Solving the Clima te Problem for the Next 50 Years with Current Technologies, in «Science», vol. 305, n. 5686, 2004, pp. 968-972 [N.d.T.].
  2. Plan B 3.0 è disponibile gratuitamente online come e-book all’indirizzo http://www.earth-poli cy.org/ index.php?/books/pb3, ultimo accesso 22 marzo 2011.
  3. F. Jameson, The Politics of Utopia, in «New Left Review», seconda serie, vol. 25, 2004, pp. 51-52
  4. I dettagli tecnici e i numeri sono disponibili online all’indirizzo http://www.novatlantis. ch/?id=1&L=1.
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