Claudia Goldin, premio Nobel per l’Economia 2023

Il riconoscimento, assegnato alla studiosa statunitense, sottolinea l’importanza economica e sociale dell’equità di genere per il progresso umano.

Autore

Maria Laura Parisi

Data

29 Novembre 2023

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8' di lettura

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29 Novembre 2023

ARGOMENTO

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Il decennio è iniziato con profonde turbolenze che hanno innescato gravi crisi economiche e politiche mondiali, ma è anche un momento storico in cui emergono i primi segni di sensibilità verso il ruolo delle donne nella società e nel mercato del lavoro in particolare. Il premio Nobel 2023 all’Economia ne è una testimonianza e un riconoscimento, dato che è stato assegnato alla professoressa Claudia Goldin1 del dipartimento di Economia di Harvard University2, storica economica ed economista del lavoro. Tale evento ha molteplici aspetti rilevanti, tra cui annoveriamo i seguenti:

  • Claudia Goldin è la terza donna nella storia a ricevere il premio, ma la prima a riceverlo senza doverlo condividere con altri (uomini). 
  • Ciò potrebbe stimolare un interesse maggiore da parte delle studiose verso questa disciplina (ancora poche sono le donne economiste in relazione agli uomini e alle altre discipline accademiche3).
  • Goldin è stata premiata per aver messo in luce i risultati ottenuti dalle donne progressivamente nel mercato del lavoro e nel campo dei diritti, ma anche l’esistente e persistente disparità di genere dovuta alla segregazione occupazionale, la disparità retributiva, il diverso carico di lavoro domestico e la difficile conciliazione vita-lavoro o famiglia-lavoro.
  • Il premio sensibilizza la società e la politica rendendo chiara l’importanza, economica e sociale, dell’equità di genere per costruire un mondo sostenibile, adottando politiche di partecipazione, inclusione e conciliazione.

La prima donna economista premiata dalla Royal Swedish Academy of Science «senza condivisioni» del premio

Il premio Nobel per le scienze economiche ha avuto origine nel 1968 e viene attribuito ogni anno a partire dal 1969, quindi sono 55 i premi assegnati a oggi a 93 economisti/e, a causa delle molte condivisioni. La prima donna a ricevere il premio è stata Elinor Ostrom nel 2009, Esther Duflo lo ha ricevuto nel 2019 e Claudia Goldin nel 2023. La causa principale di questa larghissima disparità è la scarsa presenza delle donne nella professione, soprattutto nelle posizioni apicali dell’accademia e nelle università più ambite. Shelly Lundberg e Jenna Stearns, per esempio, descrivono la situazione negli Stati Uniti delle ultime tre decadi4. La Figura 1 illustra la percentuale di donne studentesse nei dottorati americani sul totale dei dottorandi, la percentuale di donne dottorate nell’anno di riferimento (PhD in Economics) e le donne che hanno un’occupazione presso le università come ricercatrici e docenti. Nel caso delle dottorande, la percentuale varia dal 25% al 35%, con un aumento delle iscritte al primo anno superiore al 35% nel 2021. Ogni anno la percentuale di dottorande che ottengono il PhD in Economics non supera mai il 35% del totale, con un andamento molto stabile nel tempo. Per quanto riguarda le docenti, le professoresse associate non superano il 25% se non dopo il 2018, anche se di poco, mentre le professoresse ordinarie (full professors) variano da un minimo del 5% a un massimo di poco superiore al 15% del totale degli ordinari (percentuale raggiunta solo nel 2022). 

Figura 1. Percentuale di dottorande e docenti universitarie nei dipartimenti di Economia delle università americane (fonte: rapporto CSWEP 2022)

In Europa le cose non vanno molto diversamente. Nel paper di Auriol, Friebel, Weinberger, e Wilhelm si legge infatti che la percentuale di donne che lavora nelle università in qualunque posizione è pari a circa il 32% del totale, e il 27% delle posizioni da ordinario e associato è coperto da donne5. C’è eterogeneità tra i Paesi europei, ma il dato che accomuna tutti è che esistono degli impedimenti per le donne, dopo l’ingresso come assistant professors, a proseguire nella carriera, specialmente nelle università più prestigiose.

Le donne nel mercato del lavoro

Goldin inizia i suoi studi dimostrando che storicamente esiste una relazione a U tra lo sviluppo economico di un Paese e la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, principalmente dovuta a un effetto sostituzione, come si evince dalla Figura 26. Tale effetto misura il cambiamento nelle ore di lavoro individuali rispetto a un cambiamento del proprio salario, dato il reddito familiare; esso si differenzia dall’effetto reddito, definito da Goldin come la variazione delle ore di lavoro (delle donne) rispetto a una variazione del reddito della famiglia. Nella figura si evince che, fino alla fine del diciannovesimo secolo, l’effetto reddito domina (porzione discendente del grafico), mentre l’effetto sostituzione prevale successivamente, nella parte ascendente, quando l’occupazione femminile cambia con l’aumento del grado di istruzione, delle aspettative e con l’avvento delle innovazioni tecnologiche e mediche, che salvaguardano la salute delle donne e favoriscono le loro scelte di vita. 

Concentrandosi sulla dimensione educativa, Goldin analizza le preferenze delle donne laureate in termini di carriera e famiglia nel lungo periodo, evidenziando che la carriera ha un costo e che una percentuale molto alta di donne nelle diverse coorti partecipa al mercato del lavoro ma non vuole avere dei figli. Il tema è anche oggetto di un suo libro recente, che pone l’accento sulle occupazioni che richiedono un orario prolungato, il lavoro esteso al weekend e la mancanza di flessibilità che aumentano la disparità di genere e la scarsa equità nelle coppie. L’epoca del Covid-19, oltretutto, ha creato ulteriori complicazioni, perché il lavoro da remoto pone il problema del doppio carico di lavoro e della cura dei figli, non equamente distribuiti tra i genitori; ciononostante, ci sono alcuni aspetti positivi legati alla flessibilità nello spazio e nel tempo del telelavoro. Guardando ai dati, la cura dei figli ricade sempre in proporzione maggiore sulle donne, indipendentemente dallo status lavorativo. In Italia, per esempio, nell’ultimo anno disponibile, risulta che il 30,4% delle donne lavoratrici si prende cura dei figli contro una proporzione di uomini lavoratori del 28,4%. Tale divario diventa molto ampio (20,5% versus 8%) se le persone sono disoccupate7. Durante la pandemia di Covid-19, in Italia il 39,2% delle donne passava più di 4 ore al giorno con i propri figli in età scolare, contro il 15,8% degli uomini. Sussiste una grande disparità di genere nella cura dei figli persino nelle famiglie con un genitore single.

Esiste poi il divario retributivo, di cui Goldin ha ampiamente discusso nei suoi lavori e che dipende in gran parte dalla presenza dei figli, dalla mobilità e frammentazione lavorativa, dalla maggiore flessibilità che le donne domandano (e faticano a ottenere, come il lavoro part-time) e dal minore grado di avanzamento nella carriera per le madri lavoratrici. 

Secondo i dati EIGE, in Europa, il divario retributivo nel 2021 era pari a 13,6% in media nei Paesi dell’Area Euro (in discesa da un picco del 17,6% nel 2012) e a 12,7% nella UE27. In Italia tale indicatore ha un valore medio del 5%, come in Belgio, mentre si registra il gap più elevato in Estonia, dove supera il 20% e in Austria, pari al 18,8%.

Figura 2. La trasformazione del lavoro femminile nella storia.

Equità di genere, sostenibilità e politiche inclusive

Il premio Nobel 2023 sensibilizza la società e la politica apponendo un sigillo sull’importanza economica e sociale dell’equità di genere per costruire un mondo sostenibile. Lo sviluppo sostenibile infatti è l’obiettivo dell’Agenda 2030 adottata dalle Nazioni Unite nel 2015. Tra i diciassette pilastri in agenda, il quinto riguarda la parità di genere e il decimo la riduzione delle disuguaglianze; senza raggiungere tali obiettivi, tra gli altri, il progresso umano verso il benessere collettivo, l’inclusione sociale e la prosperità economica non potranno riguardare in modo omogeneo né le generazioni presenti né quelle future, quindi non potrà esserci sviluppo socialmente sostenibile.  

Per aiutare le donne ad accedere maggiormente al mercato del lavoro, dunque, bisogna disegnare politiche che favoriscano partecipazione, inclusione e conciliazione dei tempi di vita e lavoro per uomini e donne, così come previsto dallo European Pillar of Social Rights, un insieme di linee guida adottato dalla UE nel 2017 per ampliare l’inclusività delle nostre società, avere un sistema di welfare e protezione adeguato e mercati del lavoro ben funzionanti.

Alcuni indicatori necessari per pensare a tali politiche segnalano che in Italia, ad esempio, la percentuale della popolazione con appena sufficienti conoscenze digitali, utili per accedere alle occupazioni più richieste dalle imprese, è sotto la media europea, ed esiste un divario di genere di 5 punti percentuali a svantaggio delle donne. Maggiore attenzione perciò deve essere posta sull’istruzione e sulla formazione delle donne, sollecitando più interesse da parte delle studentesse verso le materie scientifiche e tecnologiche, offrendo corsi di formazione per le persone in età lavorativa, rafforzando i tirocini presso le aziende.

Inoltre, la percentuale di persone in età 20-49 anni che è inattiva nel mercato del lavoro perché si dedica alla cura della famiglia (figli, altri membri non autosufficienti) è decisamente più alta per le donne: 21,3% contro 1,3% degli uomini, secondo gli ultimi dati EIGE disponibili. Ancora, la percentuale di donne occupate con almeno un figlio è la più bassa d’Europa, insieme alla Grecia, e pari solo al 62,2% contro una media europea di 76,2% e contro una percentuale di uomini lavoratori con almeno un figlio dell’88,3%. È evidente un problema di compatibilità tra il lavoro e l’accudimento familiare, a cui le politiche di conciliazione vita-lavoro dovrebbero dare risposte. Tra le politiche che includono i servizi alle famiglie, è tema ricorrente la necessità di avere a disposizione in loco gli asili nido. In Italia i bambini al di sotto dei 3 anni che hanno accesso al nido per almeno 30 ore settimanali sono il 20,1% del totale, sotto la media UE27. Il 69,1% dei bambini al di sotto dei 3 anni non accede a tali servizi, nemmeno per un’ora a settimana. La causa principale di tale fenomeno è la scarsità cronica di strutture adibite a questo scopo nel nostro Paese e quindi gli elevati costi di quelle esistenti. La letteratura ha dimostrato che le politiche di conciliazione e la disponibilità di servizi per l’infanzia, assistenza sociale e domestica, aumentano l’occupazione femminile e riducono la probabilità di essere demansionate dopo il rientro dalla maternità8, fenomeno che contribuisce alla decisione delle madri di uscire dalla forza lavoro.In conclusione, Claudia Goldin ha dimostrato che l’emancipazione femminile ha seguito un percorso lunghissimo e complesso nella storia, non ancora terminato, a partire dall’ottenimento dei diritti delle donne nel campo del lavoro, la salute, la libertà di scelta, la parità di genere anche all’interno della famiglia, le pari opportunità e la rappresentanza politica. La politica economica deve intervenire (quindi ben vengano la Gender Equality Strategy 2020-2025 dell’UE e l’italiana Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, che intendono agire su squilibri di genere nel lavoro, nel reddito, nelle competenze, nel tempo e sull’empowerment), ma è altrettanto urgente trovare soluzioni per ridurre gli stereotipi, le discriminazioni e la cultura della violenza e della disuguaglianza, a partire dalla modifica delle norme comportamentali che creano aspettative sul proprio ruolo individuale già nell’età pre-scolare9, nella formazione della propria identità e nel processo di socializzazione.

Note

  1. La sua biografia in inglese si trova sul sito https://scholar.harvard.edu/goldin/biocv
  2. Si veda il sito https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2023/summary.
  3. S. Lundberg, J. Stearns, Women in Economics: Stalled Progress, in “Journal of Economic Perspectives”, vol. 33, n. 1, 2019, pp. 3-22.
  4.  Ibidem.
  5.  E. Auriol, G. Friebel, A. Weinberger, S. Wilhelm, Women in Economics: Europe and the World, CEPR Discussion Paper N. 16686, CEPR Press, Paris & London 2021 https://cepr.org/publications/dp16686.
  6. Le pubblicazioni a cui mi riferisco in questo paragrafo sono consultabili all’indirizzo https://scholar.harvard.edu/goldin/publications.
  7. Si vedano i dati EIGE Gender Statistics Database per la restante parte dell’articolo: https://eige.europa.eu/gender-statistics/dgs/indicator
  8. L. Pacelli, S. Pasqua, C. Villosio, Labor Market Penalties for Mothers in Italy, in “Journal of Labor Research”, vol. 34, dicembre 2013, pp. 408-432, https://ideas.repec.org/a/spr/jlabre/v34y2013i4p408-432.html.
  9. L. Cerbara, G. Ciancimino, A. Tintori, Are We Still a Sexist Society? Primary Socialisation and Adherence to Gender Roles in Childhood, in “International Journal of Environmental Research and Public Health”, 19(6), 2022, p. 3408. 
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