Attenta Europa, troppe limitazioni ci soffocheranno

Per vincere la sfida della transizione senza danneggiare PIL e occupazione l’UE deve allineare le scelte a tutela dell’ambiente con le tempistiche dell’innovazione tecnologica.

Autore

Giuliano Di Caro

Data

4 Settembre 2023

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5' di lettura

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4 Settembre 2023

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Dopo gli approfondimenti con Giorgio Airaudo e Angelo Colombini, questa conversazione con Stefano Mantegazza completa il trittico dedicato al ruolo dei sindacati italiani nella transizione ecologica e produttiva. 

«Tutte le decisioni che possono essere prese, a livello mondiale ed europeo, sul terreno della tutela dell’ambiente e della transizione produttiva comportano sempre e comunque dei vincitori e dei vinti, non soltanto per quanto riguarda imprese e lavoratori, ma anche in termini di singoli Paesi. L’ortofrutta italiana fresca e lavorata rappresenta la voce maggiore del nostro export. L’entrata in vigore di norme europee che riducano in maniera drastica l’utilizzo di pesticidi e anticrittogamici avrebbe come risultato diretto la definizione di un Paese perdente, l’Italia». 

Una posizione netta quella di Stefano Mantegazza, Segretario Generale della Uila, che organizza i dipendenti del settore agroalimentare e rappresenta la più corposa categoria di lavoratori attivi della Uil. A ispirare un punto di vista così tranchant è il concreto timore di un mercato mondiale segnato da una profonda difformità di regolamenti e dal conseguente, inevitabile svantaggio competitivo per i Paesi più zavorrati. 

È il mercato a chiedere più attenzione all’ambiente

«È evidente come in uno scenario in cui i Paesi europei si trovassero costretti a ridurre drasticamente l’utilizzo di quei pesticidi e anticrittogamici essenziali per la produzione ortofrutticola, ci troveremmo in una competizione impari. Le mele, le pere e le pesche italiane sarebbero non dico meno buone, ma certamente meno gradevoli esteticamente. Frutti che sul mercato dovrebbero giocarsela con produzioni di altri Paesi, per esempio provenienti dall’America Latina, niente affatto vincolate ai medesimi standard e regolamenti previsti dall’Unione Europea. Paesi che anzi già oggi impiegano pesticidi in quantità superiore a quanto facciamo noi. Questo è il rischio da evitare a tutti i costi: danneggiare in maniera drammatica la nostra produzione e la nostra occupazione nel settore a favore di chi continuerebbe a esportare frutti bellissimi, coltivati secondo regole produttive più semplici e permissive». 

Difficile trovare un equilibrio tra le necessità della transizione ecologica e la difesa della produttività e del lavoro. Ma secondo Mantegazza si tratta invece di un equilibrio che da tempo sta già perseguendo il mercato, proprio all’interno sue logiche competitive. «Negli ultimi trent’anni le produzioni ortofrutticole italiane e europee hanno progressivamente ridotto l’utilizzo di pesticidi senza essere soggette a vincoli particolari, per la semplice ragione che è ciò che i consumatori chiedono. Intercettare questa sensibilità ha permesso di portare benefici ambientali senza scalfire minimamente le rese e l’occupazione del settore. Il punto fondamentale è che dobbiamo coniugare la tutela dell’ambiente con la difesa dell’economicità delle imprese, dell’occupazione e delle retribuzioni. Questa è la sfida fondamentale per il sindacato, ma dovrebbe esserlo per tutti, perché un sistema che pensi di muoversi in condizioni diverse è un sistema che può condurre al disastro». 

Contro i diktat ideologici 

«Un dato credo illustri a dovere il mio punto di vista: dal 1990 a oggi l’Unione Europea ha ridotto di un quarto le emissioni di CO2. Nel medesimo arco di tempo, il PIL europeo è cresciuto del 62%. Non sarebbe successo se avessimo operato secondo diktat ideologici. Tutti vogliamo ridurre le emissioni. E abbiamo strumenti eccezionali per farlo: la scienza, l’evoluzione tecnologica. Se la scelta ambientalista è una scelta che mette in conto di arrestare la crescita, allora noi ci opporremo. Il risultato finale sarebbe infatti un tracollo: meno PIL, un numero inferiore di occupati, meno risorse per pagare pensioni, assistenza sanitaria, servizi. Un’opzione illogica, che sarebbe ancora meno verosimile per quei Paesi meno ricchi dell’Italia. Coniugare difesa dell’ambiente e crescita è l’opzione saggia, direi anche quella obbligata. Purtroppo una serie di scelte a livello europeo, come appunto quella su pesticidi e anticrittogamici, non vanno in questa direzione».

Ennesimo segnale di come l’Europa, in termini di priorità e prospettive, veda una forte contrapposizione di interessi tra i diversi Paesi membri? «È indubbio che esistano degli scontri tra i Paesi del nord e del sud dell’Europa. Recentemente è esploso un nuovo caso che riguarda gli imballaggi. Si sta definendo un nuovo regolamento dell’UE secondo cui gli imballaggi impiegati ora per l’insalata in busta o le fragole nelle scatolette trasparenti non sarebbero più utilizzabili per quantità inferiori a un chilo e mezzo. Ciò vorrebbe dire chiudere la cosiddetta quarta gamma, una attività produttiva a forte impegno di manodopera. Se passa una decisione del genere non soltanto non avremo più le buste al supermercato, ma tanta gente sarà disoccupata. Questo tipo di scelte lascia francamente basiti, anche perché insistono sempre ai danni di un unico Paese. La Svezia non produce insalata, la Germania ne produce pochissima. È quasi sempre la stessa storia, una contrapposizione tra Stati del nord e del sud dell’Unione Europea. Per restare sugli imballaggi: il nostro Paese registra il miglior risultato di riciclo degli imballaggi in Europa». 

Il mercato, dal canto suo, sta apportando innovazioni importanti per favorire questa pratica. «Abbiamo visto come la bottiglietta d’acqua minerale sia sempre più sottile e di quanto si sia ridotto l’utilizzo della plastica. Il sistema delle imprese delle acque minerali è sempre più impegnato nel riciclo di questi materiali. La Coca Cola ha annunciato che tutte le bottiglie pet delle proprie bibite saranno al cento per cento riciclabili e fatte di plastica riciclata. E cosa fa l’Europa? Decide di cambiare indirizzo, dal riciclo al riuso. In questo modo tutto il lavoro di ricerca e sviluppo fatto fin qui verrebbe sperperato. Senza contare che per essere riusate, le bottiglie dovrebbero contenere più plastica. Fortunatamente a questa direttiva UE sugli imballaggi mancano ancora alcuni passaggi e speriamo di riuscire a rinviarla e a modificarla». 

Si potrebbe obiettare che i cambi di paradigma richiedono inevitabilmente profondi sforzi di adattamento, ma che è il valore del risultato finale a giustificare l’impresa. «Abbiamo già visto gli effetti disastrosi di regolamenti penalizzanti per l’Europa. Le grandi aziende che producono bibite, per esempio, potrebbero decidere di andare fuori dai confini europei a produrre e le loro bevande verrebbero poi comunque vendute nell’UE. È già successo. L’Italia era l’unico Paese europeo a produrre tabacco, poi le campagne contro il fumo hanno convinto l’Unione a togliere ogni incentivo economico a questa coltivazione. Gli europei intanto non hanno smesso di fumare, da allora consumano tabacco coltivato in atri Paesi con un utilizzo ingente di pesticidi e anticrittogamici. Per tornare all’oggi, valgono simili considerazioni sul grande tema della tutela dell’ambiente marino nel Mediterraneo. L’UE ha varato dei vincoli rigidissimi per la pesca, con il pur sacrosanto obiettivo di tutelare le specie e favorire la riproduzione. Peccato che queste regole valgano soltanto per i pescatori europei. I giapponesi nel Tirreno pescano quanto tonno vogliono, mentre i pescherecci italiani hanno quantità contingentate. Così l’Unione Europea si fa bella per le misure di tutela adottate, ma intanto tutti i Paesi extra UE che si affacciano sul Mediterraneo pescano senza vincoli e dunque la tutela delle specie marine resta un miraggio. Il risultato concreto invece è che la marineria italiana, che nel Mediterraneo pescava più di tutti, sta morendo e oggi importiamo circa l’85% del pescato dall’estero. L’ortofrutta italiana, di fronte alle norme europee sui pesticidi, rischia di subire la medesima sorte. 

Qual è dunque il ruolo oggi dei sindacati, oltre a tracciare la linea da non valicare in termini di dissesto delle prassi produttive per eccesso di zelo da transizione? «Non possiamo da soli definire delle best practice universali, ma anche attraverso la contrattazione siamo in grado di porre con forza al sistema delle aziende scelte come migliorare il packaging, ridurre le emissioni di Co2, ridurre i consumi di acqua e energia. I risultati di queste iniziative sindacali sono notevoli. Oggi questi obiettivi continuano ad essere inseriti nella contrattazione di secondo livello e il premio da corrispondere agli addetti viene dunque calcolato sulla base del raggiungimento o meno di obiettivi legati alla transizione ecologica. In questo modo stiamo creando una comunione d’intenti sostenibili tra dirigenze e lavoratori». 

Adeguiamo la velocità della transizione a quella dell’innovazione tecnologica 

Un approccio pragmatico su cui Mantegazza punta molto. «Io credo che prendere decisioni di natura ideologica non soltanto sia sbagliato, ma anche superato dalla realtà dei fatti. Ciò che davvero fa la differenza è che viviamo in un mercato del tutto nuovo, in cui ormai da tempo le aziende fanno a gara per convincere i consumatori che il loro operato è green, perché la sensibilità dei consumatori fa sì che essere sostenibili sia un grande vantaggio competitivo. Il sindacato non è contro la tutela dell’ambiente e la transizione a modelli più sostenibili. Le grandi aziende in particolare sono molto avanti sul tema della sostenibilità. Il punto è che, come società, la strada della transizione va percorsa alla velocità a cui lo permettono gli avanzamenti della scienza e della tecnica. Moltissime nuove tecniche e tecnologie sono allo studio e permetteranno eccome di ridurre ulteriormente l’utilizzo e l’impatto dei pesticidi nel settore ortofrutticolo. Accadrà. Ma non nelle tempistiche desiderate e imposte dall’Unione Europea. Per vincere questa sfida senza licenziare nessuno o subire un crollo verticale del PIL è necessario coniugare tutela dell’ambiente, sviluppo tecnologico, redditività dell’impresa e tutela della occupazione». 

Le conseguenze di questa affermazione sono innumerevoli. «Basti pensare a come l’innovazione cambi lo scenario nella gestione e l’utilizzo dell’acqua. Più utilizzeremo irrigazioni di precisione e meno acqua sprecheremo. Impianti un tempo costosissimi sono oggi abbordabili per molti produttori. Anche lo sviluppo di nuove tecniche di riutilizzo delle acque reflue potrebbe portare benefici importanti per l’agricoltura. L’innovazione però ha i suoi tempi e dovrebbero essere queste tempistiche a influire sulle scelte politiche e comunitarie. È inutile parlare di trattori elettrici fino a quando non esisteranno le colonnine per ricaricare le batterie e non avranno prezzi sostenibili per gli agricoltori. Quando i costi degli investimenti sono troppo alti si tratta di opzioni di nicchia, dunque di scelte non vincenti né risolutive». 

Spietata realpolitik? «Non si può pianificare il futuro con dogmi e parole d’ordine. La transizione è senza dubbio un percorso che va proseguito. Ed è corretto che l’Unione Europea sia alla testa di questa giusta battaglia e mostri la rotta. Ma va fatto in modo che le varie componenti abbiano le stesse tempistiche e marcino insieme, sviluppando soluzioni apolitiche, condivise con gli esperti dei diversi settori – come nel caso della lotta al Covid – e supportate dall’innovazione tecnologica. Le tempistiche, quelle sì, le può invece allineare solo la politica. Ma è evidente che al momento non le sta allineando ai tempi della scienza e della tecnica, bensì ad altri equilibri a cui deve dare conto. La presenza in Europa di un forte partito dei Verdi credo sia una condizione politica che pesa oltremisura sulle scelte. Sappiamo che il resto del mondo arriverà dopo di noi, faremo da apripista. Ma la velocità della transizione deve essere tarata su equilibrio e buonsenso, proteggendo lungo il percorso produttività e capacità occupazionale». 

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