Il lavoro e il suo futuro

L’automazione del lavoro necessita di cause non propriamente tecnologiche, ma economico-sociali, per trovare applicazione.

Autore

Giulio Sapelli

Data

3 Aprile 2023

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5' di lettura

DATA

3 Aprile 2023

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Esistono altre sfere del lavoro e del suo mondo che fanno presagire un profondo contrasto tra rapporti sociali di produzione e forze produttive. Il primo universo è che nella circolarità delle merci rimarrà sempre un insostituibile ruolo per il lavoro operaio e non, qualificato e specializzato. Del resto, in tutto il mondo, dalla Germania alla Cina, c’è scarsità di fresatori, saldatori, manutentori, ingegneri chimici e informatici. Tale scarsità, fa presagire che sarà sempre più difficile ridurre il lavoro a merce perché la consapevolezza del valore della sua forza-lavoro da parte di chi lavora è destinata a crescere. C’è poi un altro dato che rende assai problematica la mercificazione del lavoro.

Coloro che avranno il compito di implementare scienza e tecnologia (principalmente intelligenza artificiale e scienza della vita), difficilmente potranno accettare un lavoro salariato puro e semplice diretto solo a spremere plusvalore. E che dire poi di quell’enorme massa di lavoratori esperti, qualificati, che dovranno occuparsi delle persone e curarle? È possibile svolgere tali lavori senza una pietas, un’intima comprensione del dolore e della lotta per superarlo? E quindi questo futuro, finanza o non finanza, non pone forse le basi per il superamento del lavoro come merce? Per rispondere a questa domanda occorre riprendere il filo dell’analisi del lavoro vivo e per farlo occorre fare un passo indietro.

Nel 1984 veniva pubblicato a Monaco un saggio di Horst Kern e Michael Schuman (Das Ende der Arbeiststeilung? Rationalisierung in der industriellen Produktion 1) che per lungo tempo avrebbe rappresentato un solitario punto di riferimento per tutti coloro (assai pochi in verità) che volevano comprendere il nesso esistente tra lavoro e sviluppo tecnologico a partire dalla fabbricazione, ossia dalla manifattura.

L’oggetto dello studio era la possibilità di formulare una previsione sul futuro del lavoro erogato nel rapporto di valorizzazione capitalistica. Alla base del progetto di ricerca c’era la convinzione che i ragionamenti ex-post non fossero sufficienti per porre in essere le migliori trasformazioni tanto del lavoro vivo – gli operai e tecnici nella loro formazione professionale e psicologica – quanto del lavoro morto – le tecnologie come si dipanavano nel vero e proprio disporsi negli stabilimenti.

L’ambizione era assai simile a quella che guidava gli studi pionieristici di  Frederick Taylor all’origine della cosiddetta ‘organizzazione scientifica del lavoro’ 2, ossia il coniugare l’alta produttività del lavoro con le migliori condizioni ergonomiche della vita operaia nella sua intersezione con le macchine.

È singolare riscontrare che i problemi di allora, all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, che non a caso avrebbero preceduto il big spurt degli anni della cosiddetta new economy con l’assenza di ciclicità recessive dell’economia USA per circa un decennio,  quando iniziava  un nuovo grande ciclo Krondatiev 3, fossero gli stessi di oggi, quando un altro dei cicli suddetti si dispiega in tutta la sua ampiezza a partire dall’innovazione tecnologica che consente l’abbassamento dei costi di transazione relativamente ai fattori tempo e spazio (l’emergere schupeterianamente dell’ ICT nel ciclo capitalistico).

Comprendere le similitudini e le differenze tra queste due ondate tecnologiche (il termine ‘rivoluzione’ 4 è troppo impegnativo e impreciso) sarà uno dei compiti che mi propongo di assolvere in questo articolo.

L’idea centrale del saggio di Horst e Schuman, per usare le loro parole, era che «il progresso tecnico perdeva (in quegli anni) completamente la sua innocenza» e che era in atto non una de-industrializzazione, come molti pseudo studiosi, italici e non, sostenevano, ma invece un colossale processo di neo-industrializzazione.

Al centro di questa riflessione stava l’assunto secondo cui iniziava a sgretolarsi la pratica tayloristica della produzione di massa. Essa veniva sostituita, sempre in una produzione di grandi volumi, da una razionalizzazione che aumentava i gradi di automazione del lavoro e di robotizzazione con una trasformazione del ruolo della meccanica e delle filiere elettroniche. Di tale fenomeno si comprendeva sì l’importanza ma, in verità, di esso non si riusciva a intravedere pienamente la dinamica trasformativa. La causa di ciò era nello stesso assunto analitico di quell’opera così fondamentale. 

L’assunto era il seguente: a indicare i percorsi di cambiamento era più la trasformazione del lavoro che quella delle macchine. E il lavoro da un lato si contraeva e dall’altro si professionalizzava, ossia l’operaio massa tendeva a scomparire sostituito da operatori tecnici al lavoro su macchinari sempre più complessi ch’essi regolavano piuttosto che manovrare. Gli operai specializzati, perché questo era l’anello analitico scelto dagli autori, erano studiati nel loro essere ‘sulla difensiva’ rispetto a questi processi che non controllavano, ma che, indubbiamente, interpretavano e accompagnavano.

L’idea di fondo era straordinariamente moderna, tuttavia. Horst e Schuman parlavano di una razionalizzazione della produzione che avanzava per ondate successive sempre più intense e che, mentre sottraevano lavoro, ne aumentavano la complessità.

Il centro del cambiamento era indubitabilmente, ieri come oggi, la trasformazione delle e nelle macchine utensili che rimanevano gli architravi della trasformazione in tutti i sensi, sia del lavoro, sia del capitale morto, ossia delle macchine e degli stabilimenti.

La meccanica era naturalmente quella più lenta in questo processo di automazione, che calzava gli stivali delle sette leghe nel caso dell’industria chimica, dove l’automazione era innervata nello stesso processo di fabbricazione con l’incorporazione dell’organizzazione nella tecnologia, con tassi di determinismo, tecnologico appunto, molto più alti di quelli riscontrati nella meccanica. 

La mutazione, in ogni caso, veniva assumendo una centralità sempre più forte con l’uso di apparecchiature da automazione integrale e di crescente differenziazione nella tipicità di prestazione richiesta da parte degli operai-operatori, in una dinamica della manutenzione meccanica ‘tra stasi e movimento’ che mutava completamente lo stesso rapporto tra manutentori e addetti alla produzione diretta, sovrapponendone i compiti e i contorni professionali.

L’automazione parziale procedeva, secondo i due studiosi, a passi da gigante in tutte le industrie a partire dalla fabbricazione con una relativa indipendenza dalla dimensione aziendale.

In questo processo essi intravedevano il colossale cambiamento che nell’era dell’ICT avrebbe definitivamente svincolato tutta una serie di servizi alla produzione e talune fasi della produzione stessa dalla dimensione tout court delle imprese.

Piuttosto della polarizzazione, quindi, tra operai specializzati e manovali, emergeva un mondo di classificazioni e di qualifiche dominato dalla segmentazione, da definire di volta in volta in base all’interazione tra formazione professionale e spessore della produzione di macchina, ossia per intersezione di diverse filiere produttive (lo spessore) nella dinamica della fabbricazione a partire dalle macchine attive negli stabilimenti.

Le odierne ‘nuove macchine intelligenti’ e i nuovi modelli di fabbricazione che superano positivamente il ‘rischio da Slam’, pongono in discussione anche la continuità dell’erogazione del tempo di lavoro di lavoratori ad altissima qualificazione. 

Come dimostrano Andrew McAfee and Erik Brynjolfsson nel loro La nuova rivoluzione delle macchine 5, libro importante quanto quello dei due studiosi tedeschi negli anni Ottanta-Novanta del Novecento, dobbiamo iniziare a concepire un futuro in cui a essere sostituiti dalle macchine intelligenti non saranno solo più i lavoratori adibiti alle lavorazioni a ciclo continuo e in grandi serie delle industrie, ma anche gli impiegati, i tecnici, non solo delle industrie medesime, ma altresì dei servizi, delle lavorazioni che incorporano nelle ore di lavoro erogate componenti creative e non, di non ripetitività. 

L’aspetto interessante della questione risiede nel fatto che se il processo qui presentato viene assunto come un nuovo paradigma a tutto tondo, molto deve essere ancora detto sul tema della produttività del lavoro, che viene sempre più assunto come paradigma disvelato della distribuzione e del salario nella formazione del processo di valorizzazione ricardiana.

Robert Solow 6, nel suo modello neoclassico di crescita esogena, allorché presupponeva che il fattore scatenante la stessa fosse sempre il progresso tecnologico, che a sua volta sovradeterminava le quote di input di lavoro e capitale (il ‘residuo di Solow’, appunto), dichiarava che le nuove innovazioni generate dai microprocessori, e quindi dai processi testé richiamati, avevano scarsa rilevanza nel provocare incrementi della produttività. Secondo Solow, infatti, siamo dinanzi a un nuovo modello di innovazioni che non rientrano nel suo. Non è un caso, del resto, che tale modello non sia stato in grado di spiegare il livello della crescita dell’output, ossia della produttività, mantenendo costanti lavoro e capitale. 

Robert Gordon, in un recente lavoro affascinante e per certi versi terribile 7 è andato ancora oltre. Egli pone a confronto i tassi di crescita della produttività indotti dalla Seconda rivoluzione industriale (1870-1900) che furono scatenati dall’invenzione del motore a combustione interna, dalla dinamo, dal telefono, ecc. Si trattava di innovazioni che trasformarono profondamente la vita di decine di milioni di persone e che ancora oggi sono alla base dell’organizzazione non solo della produzione, ma della stessa riproduzione della società. Così come è accaduto all’inizio dell’era informatica ed elettronica.

Ma il susseguirsi dei processi di cambiamento indotti dall’applicazione esponenziale delle scoperte di quell’era iniziale non hanno avuto conseguenze rilevanti, per Gordon, sulla produttività, quanto invece sul livello dei consumi e sulla loro differenziazione. In primo luogo nel modo dei loisir ossia dei divertimenti e dell’utilizzazione del tempo non per lavorare ma per distrarci o peggio per disperdere la nostra attenzione e distruggere la nostra capacità di concentrazione.

Per Gordon, si potrebbe dire nel mio linguaggio, la legge di Moore ha dato vita a un’esplosione di innovazioni per la maggior parte inutili che, tuttavia, hanno distrutto lavoro in forma più rapida di quella che occorre per crearlo in settori nuovi e diversi, come è sempre accaduto in tutte le ere tecnologiche e in tutti i cambiamenti della struttura economica della società 8.

Si pensi alla trasformazione sociale indotta da quel gigantesco processo che iniziò ai primi del Novecento in forma ineguale in tutto il mondo di sostituzione del lavoro agricolo con quello industriale e dei servizi. Saremmo oggi in grado di fare altrettanto? È questo l’interrogativo terribile a cui Gordon ci pone davanti. Sennonché, mentre quest’ultimo pensa che la rivoluzione tecnologica delle ‘macchine intelligenti’ sia già avvenuta, per Brynjolfsson e McAfee essa deve ancora avvenire, o meglio, è appena iniziata, similmente a quanto accadde nel corso della Prima rivoluzione industriale, quando alle invenzioni seguì un lungo periodo di attesa, ossia furono necessarie cause non propriamente tecnologiche, ma economico-sociali, affinché esse potessero trovare applicazione.

Se ciò fosse vero, come io ritengo, i primi dati di cui disponiamo ci fanno guardare al futuro del lavoro in guisa non diversa da quella di Horst e Schuman.

Note

  1. H. Kern e M.Schuman, Das Ende der Arbeiststeilung? Rationalisierung in der Industriellen Produktion, Verlag Bech’sche, Munchen, 1984.
  2. Mi si permetta di rinviare al mio Organizzazione, lavoro e innovazione industriale nell’ Italia tra le due guerre, Rosenberg & Sellier, Torino, 1978.
  3. N. D. Kondratiev, Die langen Wellen der Konjunktur, in  Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, vol. 56, 1926, pp. 573-609, poi ripreso in “Review of Economic Statistics” (1935) e sempre dello stesso, The Long Waves in Economic Life, in  “Review of Economic Statistics”, vol. 17, n. 6, 1935, pp. 105-115. E infine, dopo la sua morte, fucilato durante le purghe staliniane del 1938, le sue principali opere furono raccolte in Dynamics of Economic Development: Long Cycles and Industrial Growth in Historical Context, Macmillan, London, 1998.
  4. Il riferimento è a P. Marsh, The New Industrial Revolution, Yale University Press, New Haven, 2012.
  5. A. McAfee e E. Brynjolfsson, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, Milano, 2015.
  6. R.Solow, Growth theory: an exposition, Clarendon press, Oxford, 1970
  7. R. J. Gordon, Is U.S. Economic Growth Over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds, NBER Working Paper No. 18315, agosto 2012.
  8. Il riferimento ineludibile, ma oggi sempre dimenticato, è al Libro Quinto dell’opera di J. Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, Macmillan, Londra, 1936.
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