Anime creative. Da Prometeo a Steve Jobs

Autore

Enrico Chiarugi

Data

24 Maggio 2024

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6' di lettura

DATA

24 Maggio 2024

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Creatività

Società

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Rottura e continuità. Libertà e canone. Novità assoluta e riorganizzazione in forma nuova dell’esistente. La creatività presenta sempre una natura duplice perché da un lato facit saltus, dall’altro non può prescindere da ciò che è ormai consolidato, anche solo per negarlo in modo radicale. 

Con questa materia complessa e sfuggente fa i conti Paolo Perulli nel suo libro, in cui lancia molteplici sonde nello spazio creativo per rimandare a noi lettori curiosi una miriade di dati e di riflessioni.

Due snodi sono centrali nel suo testo. In primo luogo, quello che accade intorno alla metà dell’Ottocento, quando viene meno l’idea della creatività intesa come lotta titanica di un individuo isolato contro la natura e la società. Nella Parigi osservata analiticamente prima da Balzac e poi da Baudelaire, nella metropoli dell’Esposizione Universale del 1855 nasce qualcosa di assolutamente nuovo: la massa. «Avvento della massa, produzione di massa, articoli di massa: è questo il primo innesco della creatività moderna, che avviene a Parigi. Essa è la prima grande metropoli cantata dal poeta (Baudelaire), disegnata dal pittore (Manet), assunta dallo scrittore a proprio soggetto (Proust). Tutta la produzione artistica è trasformata dalla forma merce». Un fenomeno su cui, come sottolinea l’autore, Walter Benjamin ci fornirà riflessioni fondamentali.

La città moderna, con la sua concentrazione mai vista prima di professioni artistiche e intellettuali in senso lato, diventa un’unica ‘anima creativa’, un diffuso ‘cervello sociale’, le cui sinapsi sono gli scrittori, i pittori, i musicisti ma anche i giornalisti, i galleristi, gli editori. E, per quanto non sia ancora riconosciuto loro uno statuto creativo, gli industriali che si mettono alla guida dell’innovazione produttiva.   

La creatività si estende, diventa sempre più diffusa e articolata. Al ‘creatore’ singolo si sostituisce sempre più il ‘creativo’ (termine coniato più di un secolo fa da William Thomas e Florian Znaniecki, due sociologi della Scuola di Chicago), che svolge la sua funzione all’interno di un processo collettivo di produzione. Scrive Perulli: «A differenza del creatore, il creativo non solo inventa: serializza, standardizza e riproduce gli oggetti. Vi è in lui qualcosa di commerciale e di calcolo. (…) Il profilo del tipo creativo sta a metà strada tra l’eterno outsider e il nuovo aggressivo establishment, metropolitano e cosmopolita. Arrivare in America ha rappresentato per l’intelligenza europea proprio questo percorso».

Qui sta il secondo snodo, su cui Perulli si sofferma a lungo presentandoci una ricca serie di casi esemplari: è il momento del passaggio del testimone di ‘metropoli creativa’ da Parigi a New York (e più in generale agli Stati Uniti d’America delle grandi città sull’Atlantico e sul Pacifico). È in America che diventa culturalmente esplicito e privo di infingimenti il rapporto tra creatività e sistema produttivo e commerciale. Il successo è il corollario necessario di questo rapporto. 

«Il successo fa parte della missione del creativo: diventare un prodotto di massa». 

Prima però di arrivare alla Factory (nome quanto mai significativo) di Andy Warhol e alla Apple di Steve Jobs ci vorranno alcuni decenni fondamentali, in cui sarà la creatività europea a inseminare largamente quella americana. A causa delle persecuzioni degli ebrei in Germania e in Italia e dello scoppio della seconda guerra mondiale saranno moltissimi gli scrittori, gli scienziati, i musicisti, gli economisti, gli architetti, i registi, i giuristi, i filosofi, i fotografi che troveranno asilo negli USA. 

Allo sradicamento costitutivo di ogni creatore/creativo, al suo essere homeless per definizione, si aggiungono qui il destino di un esilio non scelto liberamente e la conseguente ‘doppia appartenenza’ spirituale al Vecchio e al Nuovo Mondo. 

Ripercorrere i nomi e le storie di questi intellettuali ibridi è sicuramente uno dei punti di forza del libro. Se ci si concentra solo sul decennio che va dal 1932 al 1941 e si mettono in ordine cronologico gli approdi negli USA degli intellettuali europei analizzati da Perulli si ottiene una lista sbalorditiva composta da All Stars in tutti i campi:

(1932) Joseph Schumpeter
(1933) Joseph Albers, George Balanchine, Günther Anders, Albert Einstein, Arnold Schönberg
(1934) Max Horkheimer, Fritz Lang, Herbert Marcuse, Billy Wilder 
(1935) Kurt Weill
(1936) Werner Jaeger
(1937) Walter Gropius, László Moholy-Nagy, Douglas Sirk, Leo Strauss
(1938) Theodor Adorno, Enrico Fermi, Thomas Mann, Mies van der Rohe
(1939) Robert Capa, Igor Strawinskij, 
(1940) Béla Bartók, Hans Kelsen, Fernand Léger, Piet Mondrian, Vladimir Nabokov, Saint-John Perse, Karl Polanyi, Robert Siodmak
(1941) Hannah Arendt, Bertolt Brecht, Max Ernst, Siegfrid Kracauer, Saul Steinberg. 

Sul primo nome della lista, l’economista austriaco Joseph Schumpeter, Perulli si sofferma più a lungo che su altri. Schumpeter, analista della figura dell’imprenditore come innovatore, teorico della ‘distruzione creatrice’ prodotta dall’alternanza dei cicli economici e spinta dalle innovazioni tecnologiche, aveva potuto vedere e studiare in diretta gli effetti del New Deal e il ‘trasferimento di ricchezza’ avvenuto dalle classi superiori alle classi inferiori negli anni ’30-’40. «Scrive Schumpeter (nel 1946) che neppure Lenin in Russia aveva operato un simile spostamento dai ricchi ai poveri. In questo modo si sono spalancate le porte a una massiccia ascesa sociale, che ha creato le condizioni perché si salisse verso i ceti medi e le professioni creative».

Ridistribuzione della ricchezza, ascensore sociale, accesso allargato all’educazione di qualità, democratizzazione della creatività. Sembrerebbe un circolo virtuoso facile da replicare e tuttavia quello che è accaduto negli USA prima della seconda guerra mondiale ci appare oggi come il risultato miracoloso di una serie di concause per lo più accidentali.  

Oggi c’è da chiedersi come sia possibile che in una società come quella attuale, in cui i ‘creativi’ sono diventati ‘massa’ consistente, non si sviluppi un grande cambiamento a partire proprio da questa enorme concentrazione di ‘volontà di potenza’ intellettuale.  Osserva Perulli: «I creativi di oggi vivono sulla propria pelle la distanza tra il sapere che essi possiedono e il potere che appartiene ad altri, le potenze macroeconomiche. Il cervello sociale è cresciuto immensamente, fatto di nuovi lavori creativi: eppure privi di soggettività collettiva e di rappresentanza politica. Vi è cioè – sempre – una disconnessione tra conoscenza e cambiamento, sapere e potere».  

La ‘massa’ creativa non costituisce una ‘classe’. Atomizzata e priva di autocoscienza, può raggiungere risultati importanti solo a livello individuale e mai collettivamente – Steve Jobs costituisce l’emblema di questo fenomeno. Osannati dai media, che hanno alimentato la retorica delle start up e dei loro protagonisti, i nuovi piccoli e medi Steve Jobs di oggi devono quindi misurare la distanza fra il proprio (grande) ruolo professionale e il proprio (piccolo) ruolo sociale, in un mondo in cui sono altri a dare le carte. 

Qui però si apre una possibilità, se non per invertire la rotta che punta verso una produzione sempre più intensa di merci creative, almeno per bilanciare questa potenza di fuoco: impiegare parte di queste forze in un processo di educazione continuo e articolato, dove le figure di chi insegna e di chi apprende non sono fissate una volta per tutte. «Ed è qui che si colloca il senso attuale dell’essere creativi: il diventare un’utilità».

La grande rottura operata da una figura mitica come Prometeo potrebbe oggi trasformarsi nella risultante degli sforzi fatti da tutta la comunità dei creativi per produrre una vera utilità sociale. Per questo servono insegnanti nuovi, maestri ‘eretici’ e plurali, ma serve anche la consapevolezza che tutti noi, ciascuno per la propria parte, potremmo esserlo. Servirebbero tanti nuovi Don Milani e tanti nuovi Adriano Olivetti per fare quello che Simone Weil scrive nell’ultima frase del suo taccuino di Londra del 1943, poco prima di morire: «Insegnare che cos’è conoscere» – frase che Perulli mette significativamente all’inizio del proprio libro e che rappresenta «il principale compito che hanno quelli che creano e inventano, le anime creative di ogni regione del mondo».

Servono però anche nuove rappresentazioni del mondo globalizzato all’interno delle quali poter fare innovazione utile – osserva l’autore. Non un’unica visione ma piuttosto un canone multiplo, perché sono multipli anche i diversi ‘mondi’ che oggi interagiscono fra loro. In questo senso l’arte contemporanea può fornirci più di una bussola. «Le immagini create dall’arte raffigurano, spesso in largo anticipo sulle teorie, degli schemi o ‘armature ontologiche’ che danno significato alla realtà e ci permettono di misurarla, ordinarla e fornirle un canone». Non è un caso che il capitolo conclusivo del libro, ‘Scenari futuri’, dopo aver delineato alcune prospettive possibili, chiuda con il capitoletto Futuro 4. I Sud del mondo

Da un orizzonte ‘altro’, cui è estraneo il concetto occidentale di ‘creatività’ così come, prima del colonialismo, gli erano estranei i concetti di ‘individualismo’ e di ‘proprietà privata’, può forse arrivare qualcosa di nuovo. Culture per cui la Terra è ‘sacra’ ab aeterno, in quanto essere vivente in tutte le sue componenti, incontrando e filtrando il sapere scientifico-tecnologico contemporaneo possono fare la differenza sui temi della sostenibilità e del cambiamento climatico, ma anche su quello delle disuguaglianze. A questo proposito Perulli, tra gli altri nomi, fa quello di Lesley Lokko, architetta scozzese-ghanese, curatrice della Biennale Architettura – Venezia 2023, che così definisce il compito degli architetti contemporanei (compito che può essere esteso a tutti gli intellettuali): «Proporre idee ambiziose e creative che ci aiutino a immaginare un più equo e ottimistico futuro in comune». 

Vasto programma. E una partita difficile quanto una partita a scacchi, piena di ostacoli e di trappole, ma che la Terra non può non giocare: ne va della sua e della nostra sopravvivenza. In questo ‘gioco del mondo’ qualche altra ispirazione potrebbe magari arrivarci da quel grande artista-scacchista che fu Marcel Duchamp, che della creatività ‘mise a nudo’ i diversi meccanismi, opera dopo opera, giocando dentro le regole ma scartando anche di lato, con la mossa del cavallo, e creandone di nuove. Duchamp, che Perulli ricorda all’inizio del suo libro come il primo grande artista contemporaneo che mise piede negli USA, potrebbe essere l’icona di questa creatività duplice, che si muove all’interno del sistema e, insieme, lo forza e lo scardina per realizzare qualcosa di mai visto prima. Lunga vita quindi a Marcel Duchamp, al suo ‘doppio’ Rrose Sélavy e alle idee ambiziose. E al libro di Paolo Perulli che ce le ha fatte incontrare.

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