Pensieri nuovi sullo sviluppo sostenibile. Intervista a Pierre Caye

Ogni sviluppo economico, ancor più se vuole essere sostenibile, si fonda sull’organizzazione della manutenzione.

Autore

Edoardo Toffoletto

Data

16 Aprile 2024

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7' di lettura

DATA

16 Aprile 2024

ARGOMENTO

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Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Abbiamo avuto dalla
natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole,
ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di nessun valore, e in ogni caso compensabili,
accetta che gli vengano messi in conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo
agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.

Lucio Anneo Seneca 1

Molte e forse troppe sono state le proposte, le teorie o i modelli concepiti per rispondere alle plurime sfide poste dalle crisi ambientali, di cui il cambiamento climatico diventa il sintomo di riferimento. Per questo motivo, ci si è rivolti a Pierre Caye, direttore del centro Jean Pépin del CNRS, in modo da approfondire le sue riflessioni per ripensare radicalmente il senso e il significato di sviluppo sostenibile. 

In effetti, attraverso Critique de la destruction créatrice2 e Durer. Éléments pour la transformation du système productif3, Pierre Caye pone le basi per ripensare lo sviluppo sostenibile a partire da una trasformazione del sistema produttivo fondata sulla questione della durata, e quindi attraverso un’analisi della temporalità insita nei processi economici. Su questo punto, Caye richiama esplicitamente Seneca, allorché il filosofo osserva che se tutto dipende dagli altri, il tempo è nostro: così la costruzione della durata diventa la condizione per la trasformazione del sistema produttivo. 

Per contestualizzare il suo pensiero, si ricorda che è tra i traduttori in francese dell’opera De re ædificatoria di Leon Battista Alberti e pertanto al cuore delle sue riflessioni vi è l’architettura, quale tecnica delle tecniche, cioè una tecnica olistica capace di organizzare e costruire il tempo e lo spazio. In questo senso, l’elaborazione della sua prospettiva sullo sviluppo sostenibile si inscrive perfettamente in dialogo con la centralità della tecnica posta da Bernard Stiegler. Caye parla in effetti di technophysis, cioè tecnofisica, per alludere al fatto che a partire dall’ominazione (e come Stiegler, si richiama qui ad André Leroi-Gourhan) non esiste una natura vergine, priva di tracce antropiche, e quindi tecniche. Come Stiegler, Caye pensa all’interno dell’orizzonte di una tecnosfera, dove gli oggetti tecnici sono – seguendo Gilbert Simondon – concepiti storicamente, il che appunto pone al centro la questione del tempo4.

Critica della distruzione creatrice

Edoardo Toffoletto: Nel suo libro sulla critica della distruzione creatrice (la teoria schumpeteriana dello sviluppo economico) si pone particolare attenzione alla tradizione neoplatonica ed in particolare si afferma che essa costituisca «la ricapitolazione più ambiziosa della storia della filosofia e si comprende che essa sia diventata la matrice della metafisica occidentale tanto della modernità, quanto del medioevo. È importante ricordare qui che questa sintesi si è costituita essenzialmente attorno alla questione della produzione pensata come arricchimento dell’essere, della vita e del reale. Non occorre sottolineare quanto l’arricchimento sia la questione comune dell’economia e della metafisica»5. In che modo può dunque tale tradizione fornire un quadro concettuale per una critica alla teoria della distruzione creatrice?   

Pierre Caye: In effetti, tengo a spendere qualche parola per spiegare la grandezza e l’attualità di questa tradizione filosofica. Essa è stata la prima filosofia a comprendere che l’ontologia è segnata dalla semantica della produzione, cioè che l’essere è produzione, processione, dispiegamento. L’ontologia è un discorso attorno a qualcosa che si dispiega. E questo si ritrova al cuore di tutto il pensiero occidentale fino al Novecento con Heidegger, Badiou o Deleuze. Tuttavia, a questa prima tesi neoplatonica, va aggiunta un’altra tesi di estrema attualità e cioè che ogni processione-produzione (e quindi l’essere) è segnata dall’entropia e dall’esaurimento e ciò viene espresso non solo dall’immagine del sedimento amaro degli atti superiori6, ma anche da un termine molto specifico skedasis, che significa dispersione, diffusione, di cui si ritrova una traccia in Esiodo, laddove ne Le opere e i giorni descrive la dispersione appunto dei mali all’apertura del vaso di Pandora7.   

Durare: verso una definizione di economia sostenibile

Edoardo Toffoletto: Da questa discussione metafisica sulla produzione si evince chiaramente che il principio della distruzione creatrice risiede proprio nella sostituzione in virtù di un’ontologia omogenea e ciò trova la sua perfetta incarnazione nell’obsolescenza programmata come soluzione per garantire i profitti dell’impresa economica. Come è possibile pensare un’economia sostenibile a partire da queste premesse? 

Pierre Caye: È evidentemente impossibile e perciò vorrei porre l’attenzione sull’espressione francese développement durable, giacché esprime perfettamente l’idea di uno sviluppo che non sia soltanto sostenibile in senso economico, ma che sia soprattutto duraturo nel tempo. In effetti, le discussioni attorno allo sviluppo sostenibile restano all’interno dell’orizzonte della distruzione creatrice. Ciò comporta che ogni modello o teoria parte dall’idea di compensazione, il che implica che il sistema produttivo come tale non è messo in discussione, ragionando quindi esclusivamente sulle soluzioni per arginare le esternalità negative. Questo è il presupposto comune, assieme alla mercificazione dell’ambiente (la cosiddetta market integration), tanto degli ecomodernisti, quanto dei teorici della decrescita. I primi integrano nel capitalismo le sfide ambientali senza modificare la struttura del sistema produttivo e senza rinunciare alla crescita e alle logiche della produzione, poiché la soluzione risiede nell’innovazione tecnologica come risposta alle sempre nuove e diverse esternalità negative. Al contrario, la teoria della decrescita, supponendo l’esistenza di una natura vergine, ritiene possibile diminuire – sempre secondo lo schema della compensazione – le esternalità negative riducendo l’impronta umana sulla natura, tralasciando non solo le implicazioni politiche e sociali di tale opzione8, ma anche quanto tale decrescita non garantisce di per sé il ritorno ad un fantomatico equilibrio naturale. Per tale ragione, è necessario trasformare il sistema produttivo alla luce della sua durata, cioè della sua trasmissibilità alle generazioni future.    

Patrimonio: il capitale al servizio della durata

Edoardo Toffoletto: Se la compensazione e la sostituzione sono le categorie attraverso cui l’economia pensa lo sviluppo sostenibile, come è possibile invece concepire uno sviluppo duraturo «che non ha senso se non nel caso in cui il sistema produttivo che promuove rende nuovamente possibile una abitazione decente e duratura del mondo»?9

Pierre Caye: Per pensare seriamente uno sviluppo duraturo, è necessario passare dall’economia al diritto. Non si tratta di inventare nuovi strumenti o concetti. Dopotutto, i due concetti portanti del diritto, cioè il patrimonio e la trasmissione, che si presentano quali invarianti giuridiche di ogni civiltà, si riveleranno sufficienti per affrontare il problema. Ora, il diritto riposa sul concetto di reciprocità, il che presuppone che i soggetti implicati siano dotati di una personalità giuridica, giacché è impossibile imputare responsabilità nei confronti di ciò che non è dotato di una rappresentazione giuridica. In questo senso, si è speculato sulla rappresentazione giuridica di enti inanimati o di piante ed animali. Tuttavia, tali sforzi teorici per quanto affascinanti risultano pragmaticamente assai poco promettenti, per tacere del fatto, che tali speculazioni non considerano la questione fondamentale della reciprocità nei confronti delle generazioni future. Insomma, restano speculazioni sincroniche e intragenerazionali, senza porre il problema intergenerazionale. La responsabilità del presente verso il futuro non è esattamente al cuore delle discussioni attorno allo sviluppo sostenibile? 

Ebbene, sono proprio i concetti giuridici di patrimonio e trasmissione, che consentono di dotarsi di strumenti per garantire il futuro alle prossime generazioni. In questo senso, una foresta o altri enti animati, come le specie animali, risultano più tutelate se sottoposte a un processo di patrimonializzazione, piuttosto che se rappresentate giuridicamente come soggetti dotati di diritto. In effetti, il concetto di patrimonio non è altro che il corrispettivo giuridico della nozione economica di capitale, dove il primo è definito in quanto ‘capitale conferito a uno scopo’, mentre il secondo è il puro flusso di liquidità. Le implicazioni disastrose dell’interpretazione economica del diritto (la Scuola di Chicago di Williamson) si spingono fino a obliterare il senso istituzionale di patrimonio a favore di una giurisprudenza che punta alla massimizzazione delle transazioni. In tal modo, la patrimonializzazione implica sostanzialmente la sottrazione di un bene dalle logiche di mercato, rendendolo se necessario inalienabile, o alienabile secondo precise circostanze o condizioni. In ogni caso, la patrimonializzazione consente di conservare un bene, affinché possa essere ereditato anche da generazioni o soggetti ancora a venire e questo perché il bene non è più concepito unicamente secondo la nozione liberale di proprietà, cioè come semplice jus utendi et abutendi (diritto all’uso e consumo). In effetti, la patrimonializzazione si articola attraverso la nozione di proprietà intesa come complesso di diritti (bundle of rights): e ciò consente di articolare le diverse esigenze e interessi relativi allo stesso bene. Insomma, è ciò che insegna anche Elinor Ostrom, quando sottolinea che un bene comune è propriamente tale quando il suo accesso è garantito da una sua regolazione istituzionale che ne consente un accesso appunto duraturo10.

Manutenzione: il lavoro al servizio della durata

Edoardo Toffoletto: Dunque, se il patrimonio sarebbe il capitale al servizio della durata, a tal punto che è attraverso la tutela patrimoniale dei beni, che diventa possibile una costruzione dell’esperienza della durata (senza la conservazione delle rovine romane, come esperire la durata del tempo storico?), come pensare la produzione stessa, cioè in ultima analisi il lavoro?

Pierre Caye: La tutela patrimoniale dei beni pone le condizioni materiali per la trasmissione delle condizioni del presente per le generazioni future. Tuttavia, non è sufficiente la sola tutela patrimoniale, giacché la costruzione del presente, e dunque della produttività stessa del presente, si radica nelle attività riproduttive quasi sempre – come il patrimonio del resto – escluse da ogni contabilità di valutazione del valore prodotto da un sistema economico. Questo aprirebbe anche una questione di genere, giacché sono spesso le donne a svolgere alcune di quelle mansioni riproduttive imprescindibili per la vita stessa, il che obbliga a maggior ragione di rivalutare il rimosso del sistema produttivo, cioè la manutenzione. La manutenzione è dunque il lavoro al servizio della durata. In effetti, il senso stesso del lavoro dall’agricoltura alle infrastrutture fino agli algoritmi è cambiato radicalmente. La conversione agricola rappresentata dall’agricoltura organica rivela non solo quanto la produzione sia debitrice della manutenzione, in questo caso della terra, ma anche che la manutenzione è sempre ad alto tasso di lavoro diretto e dunque umano. Per un lettore italiano non deve stupire la centralità della manutenzione per le infrastrutture al solo pensiero del crollo del Ponte Morandi nel 2018, dove gli avvertimenti di Antonio Brencich furono totalmente ignorati: egli poneva l’attenzione già nel 2016 che nel giro di pochi anni i costi di manutenzione del ponte avrebbero superato quelli di ricostruzione. Il caso italiano mostra chiaramente quanto siamo ancora immersi in un paradigma della sostituzione per innovazione giustificato dalla teoria della distruzione creatrice. Infine, il paradosso delle tecnologie dell’informazione, che se da una parte sono indiscutibilmente il simbolo dell’ideologia dell’innovazione, al contempo il loro funzionamento si fonda su un lavoro di manutenzione perenne a tal punto che i software vengono venduti più come servizi che come prodotti definiti. In effetti, è proprio attraverso l’atto di manutenzione e quindi di conservazione del bene, che è possibile anche innovare e migliorare l’oggetto in questione avendo conoscenza della sua genesi storica. Pertanto, uno sviluppo duraturo non può che strutturarsi su una dialettica tra riproduzione e produzione retta da un quadro giuridico capace di patrimonializzare quei beni suscettibili di andare incontro all’estinzione se lasciati in balia delle logiche dello scambio11.

Tuttavia, si constata ancora oggi non solo la radicale riduzione del lavoro alla sola produzione, ma anche la riduzione del valore alla quantità di flussi di capitale liquido trascurando così i beni patrimoniali (immobili, naturali o immateriali), cioè ciò che dopotutto dura. 

Note

  1. In L.A. Seneca, Lettere a Lucilio, a cura di L. Canali, G. Monti e E. Barelli, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1966, vol. I, Libro I, Lettera I. L’uso del tempo, p. 11.
  2. P. Caye, Critique de la destruction créatrice. Production et humanisme, Les Belles Lettres, Parigi 2015.
  3. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, Les Belles Lettres, Parigi 2020.
  4. Cfr. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, cit., pp. 248-254, 275; cfr. E. Toffoletto, Stiegler e la nuova critica dell’economia politica – Parte 1, in «Equilibri Magazine. Rivista per lo sviluppo sostenibile», 26 settembre 2022, https://equilibrimagazine.it/economia/2022/09/26/bernard-stiegler-la-nuova-critica-economia-politica-prima-parte/ e G. Simondon, Du mode d’existence des objets techniques, Éditions Aubier, Parigi 2017 (1958)
  5. P. Caye, Critique de la destruction créatrice. Production et humanisme, cit., pp. 31-32.
  6. Plotino, Enneadi, a cura di G. Faggin, Bompiani, Milano 2000, II.3, § 17-18, pp. 229-231: l’anima «non solo produrrà secondo la capacità ricevuta, ma da lei nascerà qualche cosa che evidentemente sarà inferiore; un vivente, ad esempio, ma un vivente imperfetto che faticosamente sopporta la sua vita, perché è inferiore, ribelle, selvaggio, fatto di materia inferiore, che è come il sedimento degli atti superiori, che è amaro e rende amare le cose».
  7. Esiodo, Le opere e i giorni, a cura di W. Jaeger, L. Magugliani e S. Rizzo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2010 (1979) Parte I, vv. 90-96, pp. 98-99: «Ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio disperse [eskedas] i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi».
  8. Cfr. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, cit., pp. 28-34.
  9. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, cit., p. 278.
  10. Cfr. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, cit., pp. 89-145; per un’ulteriore critica all’interpretazione economica del diritto, cfr. F. Denozza, La frammentazione del soggetto nel pensiero giuridico tardo-liberale, in «Rivista del diritto commerciale», n. 1, 2014, pp. 13-41 e F. Denozza, Sulle tracce di una vecchia talpa: il diritto commerciale nel sistema neoliberale, in «Orizzonti di diritto commerciale», n. 3, 2015, pp. 1-25.
  11. Cfr. P. Caye, Durer. Éléments pour la transformation du système productif, cit., pp. 147-245.
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