La realtà per finzione – parte 2

L'uso del termine ‘narrazione’ ci ricorda che la realtà non esiste al di fuori delle sue versioni, di racconti sottoposti al vaglio della credibilità letteraria.

realtà e finzione

Autore

Bruno Pedretti

Data

12 Settembre 2022

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6' di lettura

DATA

12 Settembre 2022

ARGOMENTO

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Tra le narrazioni

Usciti dalla libreria, incappiamo in un fenomeno recente che sembra sopraggiunto apposta per ribadire l’andatura finzionale, ‘romanzesca’ del nostro tempo. È la fortuna del temine ‘narrazione’. Narrazione, parola magica. La sentiamo ripetere in televisione e alla radio, vi inciampiamo in ogni mezzo di comunicazione, emerge ossessiva in molti discorsi, dove introduce, scandisce o chiude, in guisa di titolo, riassunto, conclusione e commento metalinguistico testi, resoconti, spiegazioni, racconti… Shoah, mafia, crisi ambientale, nuovi fascismi, conflitti geopolitici ed epidemie prendono parola in qualità di «narrazione memoriale della shoah», «narrazione governativa della pandemia», «narrazione ambientale alternativa».

I fenomeni si palesano nelle sembianze di rigurgiti della «narrazione politica fascista» o dell’urgenza di una «diversa narrazione europea», della complottistica «narrazione negazionista della discesa sulla luna», della censoria «narrazione cinese sui diritti civili» o dell’inaudita «narrazione sociale del nuovo Papa»… Le realtà, gli eventi, le intenzioni, i progetti pubblici, le politiche, l’accadere storico, le stesse scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche sono poste sotto la responsabilità della loro attribuzione, della loro ‘narrazione’.

La narrazione ci avverte che nel nostro tempo il principio di realtà vive in convivenza obbligata con un principio di credibilità che riconduce ogni oggetto al soggetto che lo nomina e racconta, ne sia costui diretto attore oppure osservatore e utilizzatore. L’enfasi data allo statuto narrativo della realtà ne rimarca il relativismo interpretativo, ci dice che essa è pur sempre e comunque figlia di una versione, di una stilizzazione.

La narrazione sottomette la realtà all’egemonia del suo Io narrante. Come ho avuto modo di scrivere in altra sede su questioni artistiche, la realtà cede l’autorità all’autorialità. E l’autore, in tutte le sue forme, non può mai permettersi di scomparire dietro il racconto, dietro le fonti della stessa realtà, nemmeno quando sembra sottrarsi a ogni responsabilità scaricandola sui personaggi e le figure, sulle cose e i fenomeni ai quali dà voce. Se il romanzo e in generale la scrittura poetica sono fin troppo onesti nell’ammettere il processo di retrocessione della referenzialità al reale verso il narrante che le dà parola, qualcosa di analogo accade nondimeno anche negli altri generi disciplinari: la storia si fa storiografia di una realtà trapassata in documenti; la scienza riconosce che per espugnare la sua materia ha ogni volta bisogno di paradigmi, modelli, simulazioni, autentiche ‘armi convenzionali’ dei suoi saperi; la filosofia non può eludere la sudditanza del discorso al linguaggio…

Tutti questi racconti ammettono insomma di non essere finestre aperte, affacciate trasparenti sul reale. Stretti tra convenzione e convinzione, hanno perso ogni innocenza realistica. Si direbbe che la realtà venga considerata – per metterla in filosofia – ‘ontologicamente muta’, e che per esprimersi non le resti che farsi chiamare in causa da una qualche «narrazione», sia essa quella del letterato, dello studioso, del ricercatore, del tecnico, dello scienziato, dell’informatore… e a seguire la ‘narrazione’ un po’ di tutti i soggetti sociali, nei quali non credo sia troppo difficile rintracciare le ricadute di questo ‘spirito narrativo del tempo’: per identificarle, basta osservare le popolazioni come si fa con le analisi chimiche condotte sui fiumi urbani, le cui acque ne restituiscono fedelmente gli usi di farmaci e droghe anche in minime tracce percentuali.

In parole povere, la fortuna di un termine come ‘narrazione’ mi pare sancire che nell’ ‘epoca del romanzo’ ogni documento, spiegazione, dimostrazione, teoria, informazione, e quindi a seguire gli stessi fatti, le prassi, i soggetti sociali e i fenomeni collegati, vengano sistematicamente sottoposti al vaglio di una credibilità letteraria.

Tra Omero e l’Eloista

Nelle magistrali pagine che aprono Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Erich Auerbach ci parla di Omero e dell’Eloista, il narratore del Vecchio Testamento. Il grande studioso spiega che in entrambi i casi siamo davanti a «favole», ma per argomentare poi su quanto sia diverso il modo di credere all’uno o all’altro di questi sommi testi. Omero ci chiede di credergli pur consapevoli che egli parla di una storia, di una realtà che si presenta e rimane leggendaria; il Vecchio Testamento chiede invece di credere che le sue parole si estendano oltre la leggenda, ergendosi a verità cui storia e realtà si sottomettono e sottometteranno. Dall’analisi di Auerbach la credibilità di Omero emerge già molto simile alla «volontaria sospensione dell’incredulità» letteraria moderna, secondo la quale «ci è perfettamente indifferente sapere che si tratta soltanto di favole, che tutto è ‘inventato’», giacché quello letterario è un «mondo ‘reale’, per sé stesso esistente». Invece con l’Eloista la temporanea sospensione dell’incredulità letteraria evolve sino a rovesciarsi in una finale credulità che mi verrebbe da chiamare ‘letterale’. Anche il narratore biblico opera attraverso la favola, pure lui «non mirava dunque in primo luogo alla ‘realtà’», ma questa vi rientra subito in quanto «il Vecchio Testamento si presenta come piena verità che guida la storia del mondo». Per quanto sia molto più ‘realistica’ nei suoi racconti la favola omerica, la presunzione ‘realistica’ è dunque molto più forte (Auerbach direbbe ‘tirannica’) nei racconti della favola tanto leggendaria quanto storica del Vecchio Testamento, come attestato dalla sua stessa organizzazione semantica, articolata su «tre campi: leggenda, relazione storica e teologia interpretativa della storia».

Richiamare in queste righe Omero e l’Eloista sembrerà smodato a qualcuno. Ma l’interpretazione che ne dà Auerbach, e che io mi permetto a mia volta di interpretare, è troppo preziosa per interrogarsi sui sistemi di credibilità nella nostra (metaforica) ‘epoca del romanzo’. Nella suddetta libreria che la potrebbe rappresentare, in cui vediamo dislocarsi le diverse sezioni di ‘fiction’ e ‘non fiction’, noi infatti ci muoviamo di continuo (altre metafore) tra Odissea e Bibbia, tra Atene e Gerusalemme. E anche quando ce ne allontaniamo senza più pensare a quegli sterminati scaffali di libri, non per questo smettiamo di vagare, ondivaghi, tra le strategie di ‘sospensione dell’incredulità’ che il mondo ci chiede di attivare a ogni passo. L’uso della sospensione dell’incredulità non si limita insomma ai libri, ai momenti strettamente intellettuali o culturali del nostro agire, si estende a dismisura oltre quel patto finzionale tra l’autore e il lettore di un testo di ‘fantasia’ che il poeta Samuel Taylor Coleridge formulò con sagacia due secoli orsono, patto che chiede appunto di credere volontariamente anche alle ‘favole’, almeno temporaneamente. Quelli che Umberto Eco ha definito, nelle sue lezioni sulla narrativa, ‘protocolli fittizi’, sono attivi a tutti i livelli, anche al di fuori di quei generi letterari ‘dove tutto è inventato’, presidiando convinti tutti i fronti conoscitivi e fattivi, informativi, operativi e comunicativi quali «momenti determinanti nella definizione della realtà». Una definizione della realtà che, procedendo per finzione, non può che mettere in conto di creare confusione.

Guerre di finzione

Quando nel 1938 Orson Welles, in uno sceneggiato radiofonico, simulò un notiziario giornalistico annunciando lo sbarco di marziani sul suolo americano, molti ascoltatori credettero terrorizzati che il fatto stesse accadendo davvero, realmente. Con il suo ingegnoso, ‘donchisciottesco’ racconto, Welles dimostra di avere intuito il realismo ondivago della credibilità letteraria quale protagonista di un mondo moderno che si manifesta e opera costantemente attraverso le sue finzioni stilizzate. Sfruttando l’equivoco tra racconto favolistico e racconto storico, lo sceneggiato La guerra dei mondi ci restituisce la moderna guerra delle finzioni intorno al principio di realtà. Una guerra che si estende dall’informazione alle narrazioni tanto private quanto pubbliche, dai conflitti culturali ai combattimenti tra paradigmi scientifici e via discorrendo, tutti fronti sui quali – per dirla con il già evocato Robert Musil – si gioca una sorta di «azione parallela» per assoggettare la realtà alla propria credibilità.

Dalla vicenda della Guerra dei mondi potremmo trarre la considerazione che in un «mondo come realtà e finzione» siamo a ogni passo combattuti tra la sospensione dell’incredulità omerica che ci fa credere in mondi possibili ma anche ripensare virtualmente quelli reali, e la sospensione dell’incredulità biblica, la cui ‘favola’ chiede invece di essere accolta anche come ‘relazione’ e come ‘teologia interpretativa’, ossia, nella nostra dimensione mondana, come verità di mondi storici, materiali, scientifici, esperibili, reali… Sballottato e confuso tra queste due sospensioni, il ‘mondo virtuale’ tanto dilagante nei nostri giorni appare fedele filiazione del ‘mondo finzionale’ moderno.

Lo sceneggiato di Welles, con la sua confusione sui modelli di credibilità, potrebbe così essere assunto a emblema delle (non solo metaforiche) guerre finzionali che tengono occupata l’ ‘epoca del romanzo’. Guerre che, a un sorvolo per quanto frettoloso, portano a chiedersi se la contemporaneità non sia davvero l’epoca in cui – rubando la bella formula a un autore che non ricordo – «il mondo reale perse definitivamente la precedenza sul mondo del linguaggio».

Come che sia, quanto sin qui detto e scritto è comunque solo la narrazione di un letterato uscito dalla sua libreria incredulo.

Leggi anche >> La realtà per finzione (parte 1)

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