I quattro quadranti del negoziato climatico

Come procede il negoziato internazionale sul clima? Bene nelle parole, male nei numeri. La strada da percorrere è ancora lunga, ma qualcosa si può fare.

Autore

Enzo Di Giulio

Data

28 Maggio 2024

AUTORE

TEMPO DI LETTURA

6' di lettura

DATA

28 Maggio 2024

ARGOMENTO

CONDIVIDI

Qual è lo stato attuale del negoziato internazionale sul clima? È possibile fare un bilancio? Si può dire, per esempio, che si stanno facendo sostanziali passi avanti oppure al contrario siamo in una stasi? Dove siamo e quali sono le prospettive, anche in vista della prossima COP29 di Baku? Per rispondere a queste domande, può essere utile effettuare una valutazione del negoziato climatico su due livelli: la prima potrebbe essere definita ‘valutazione dall’interno’, mentre chiameremo la seconda ‘valutazione dall’esterno’. Per quanto concerne il primo livello è possibile procedere, poi, a una doppia lettura: da una parte si può riflettere sul linguaggio del negoziato, su quanto di nuovo sia emerso negli anni nel mero ambito linguistico. Dall’altra, una riflessione più rigorosa e precisa non può prescindere dalla considerazione di un’ulteriore dimensione, quella dei numeri, ovvero dei target dei Paesi e della loro distanza dall’obiettivo Net Zero, che rappresenta il meta-target dell’intero processo negoziale. 

Il secondo livello di valutazione si riferirà, invece, a ciò che accade all’esterno del negoziato, ovvero nella vita reale. In tale contesto potremmo nuovamente effettuare una valutazione a due stadi: riferirci da una parte ai piani e alle policy dichiarate dai Paesi, dall’altra a quanto essi si stiano effettivamente realizzando. In questo modo avremo quattro quadranti, ciascuno dei quali illuminerà una dimensione diversa del negoziato e delle politiche climatiche che da esso dovrebbero conseguire. 

Il negoziato nelle parole…

Il primo quadrante evidenzia indubbiamente sostanziali progressi. A Parigi, nel 2015, si esplicita per la prima volta l’obiettivo ambizioso di contenere la crescita della temperatura entro 2°C o ancor meglio entro 1,5°C. Va sottolineato come l’Unione Europea avesse proposto l’obiettivo dei 2°C nel lontano 1996 e come, quindi, occorreranno quasi due decenni affinché il target europeo venga accettato anche dagli altri Paesi e diventi l’obiettivo internazionale. In coerenza con la tabella di marcia prevista dal Paris agreement, la COP di Glasgow, nel 2021, chiama i Paesi a migliorare i propri target (NDC). A Glasgow il linguaggio del negoziato subisce un cambiamento e nell’agenda compaiono espressioni quali ‘phasedown of unabated coal’ o ‘phaseout of inefficient subsidies to fossils’. Emergono inoltre, lateralmente al negoziato, sotto-accordi specifici, per esempio sulla riduzione delle emissioni di metano, sulla preservazione delle foreste, sull’uscita dal carbone, sul potenziamento della green finance. Un anno dopo, a Sharm El-Sheikh, si compie un ulteriore avanzamento con la costituzione del Loss and Damage Fund. Invocato per circa un trentennio dai Paesi in via di sviluppo, in particolare da quelli più fragili ed esposti agli effetti nefasti del cambiamento climatico, il fondo dovrebbe rappresentare un’àncora di salvataggio nei casi di eventi climatici estremi che colpissero Paesi la cui responsabilità nel global warming è assai limitata. Si pensi, per esempio, alle inondazioni dell’estate 2022 in Pakistan, che hanno determinato la morte di oltre 1.700 persone, affliggendo nel complesso più di 30 milioni di individui. Infine, si arriva a Dubai, e qui si ha un progresso sostanziale dell’intero negoziato a ragione di una crescita del contenuto operativo: per la prima volta si esplicitano, al di là dei target emissivi dei singoli Paesi, obiettivi globali di crescita della capacità rinnovabile e di miglioramento dell’efficienza energetica. In particolare, la prima dovrebbe triplicare entro il 2030, mentre il secondo dovrebbe raddoppiare. Inoltre, la COP 28 raggiunge una soluzione di compromesso sul tema – latente nelle ultime COP – del destino dei combustibili fossili. Come noto, un gruppo di Paesi è favorevole alla dichiarazione di un obiettivo di uscita dalle fonti fossili, mentre, al contrario, altri Paesi si oppongono, proponendo una soluzione più moderata. Dal confronto tra queste due visioni è emersa, a Dubai, la tanto dibattuta espressione ‘transitioning away from fossil fuels’. In sintesi, gli otto anni tra Parigi e Dubai evidenziano, a livello linguistico, un progresso verso un’ambizione più alta e una maggiore operatività. 

…e nei numeri

Questo progresso purtroppo non è confermato dai numeri. L’accordo di Parigi implicava un surplus di emissioni compreso tra le 23 e le 27 tonnellate di CO2 equivalenti. In parole povere, non vi era e non vi è coerenza tra le emissioni complessive implicite negli obiettivi esplicitati dai Paesi e il meta obiettivo dei 2°C, per non parlare del grado e mezzo. A Glasgow, sei anni dopo Parigi – nonostante i Paesi esplicitino come prioritario un meta-target di 1,5°C – dichiarano nuovi pledges che tuttavia scalfiscono ben poco il surplus di emissioni. Secondo la UNFCCC, contenere la crescita delle emissioni entro 1,5°C entro la fine del secolo implicherebbe una riduzione delle emissioni nel 2030 pari al 45% del livello del 2010. Ora, i nuovi NDC di Glasgow comportano non un abbattimento del 45%, ma un eccesso del 13,7% rispetto al livello del 2010. E se anche si considerassero gli obiettivi di lungo periodo, i cosiddetti NZE targets che diversi Paesi hanno dichiarato, si arriverebbe a una diminuzione del 5,2%: la distanza tra piano normativo e piano positivo è siderale e purtroppo si riduce in misura minima nelle successive COP: gli NDC dichiarati a Sharm El-Sheikh portano il surplus dal 13,7 al 10,6%, mentre gli ultimi numeri che emergono alla conferenza di Dubai implicano ancora, e purtroppo, un surplus compreso fra 20 e 24 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti. Dunque, quando guardiamo all’interno del negoziato, ciò che vediamo è un moderato progresso sul piano linguistico non associato purtroppo a tangibili miglioramenti sul piano dei numeri: la distanza tra piano positivo e piano normativo – ciò che è e ciò che dovrebbe essere – rimane enorme. Le emissioni dovrebbero andare giù ripidamente, ma rimangono più o meno piatte. 

Figura 1 – Le emissioni globali di gas a effetto serra in scenari differenti e il gap di emissioni. Fonte: Unep, Emissions Gap Report 2023 (https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2023).

Policy ambiziose, ma CO2 in crescita

Questa contraddizione tra dichiarazioni e realtà emerge, purtroppo, anche quando facciamo una valutazione dall’esterno. Certamente, a partire dal 2019 si è manifestato un vigoroso cambio di passo sul piano delle ambizioni: molti Paesi hanno dichiarato obiettivi di neutralità crisi climatica, si pensi all’Unione Europea, agli Stati Uniti, alla Cina, all’India, al Regno Unito, alla Corea del Sud, al Giappone e a tanti altri Paesi. Nei documenti formali, congiuntamente agli obiettivi, le politiche diventano più aggressive e ciò si riverbera – e qui passiamo al quarto quadrante della nostra analisi – nei numeri: si pensi alla robusta penetrazione delle auto elettriche in Cina, con quote di vendite che raggiungono il 25% oppure all’espansione eccezionale del solare, che nel 2023 segna una capacità addizionale, in termini di gigawatt, più del doppio di quella del 2022, che rappresentava un record. L’intera struttura del PIL cinese è modificata da questa sorta di ‘primavera green’: secondo uno studio di CarbonBrief, circa il 40% della crescita del PIL cinese nel 2023 è associato ai settori green. E tuttavia, ciò non è sufficiente perché la nuova capacità non si traduce automaticamente in domanda e, pertanto, la Cina non è sul sentiero giusto per raggiungere la riduzione di intensità carbonica prevista dal suo piano quinquennale. Un discorso analogo vale per l’Unione Europea, il cui obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 (-55% rispetto al 1990) implica uno scarto rispetto all’attuale sentiero di decremento. Nel complesso, il Pianeta è purtroppo ancora molto lontano dal cosiddetto decoupling tra emissioni e reddito, e il segno di tale frattura è nei numeri. Le emissioni del 2023 sono aumentate dell’1,1%. Se stiamo ai numeri, il quadro è purtroppo fosco. Dal 2015, anno del Paris Agreement, a oggi, se si esclude la parentesi del Covid, le emissioni sono sempre cresciute.

Figura 2 – Emissioni globali di CO2 legate all’energia (1900-2023). Fonte: IEA, CO2 Emissions in 2023 (https://iea.blob.core.windows.net/assets/33e2badc-b839-4c18-84ce-f6387b3c008f/CO2Emissionsin2023.pdf)

Certo, si può vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto e dire, come fa la IEA, che «senza le energie pulite, l’aumento delle emissioni di CO2 a livello globale degli ultimi cinque anni sarebbe stato di tre volte maggiore» («without clean energy technologies, the global increase in CO2 emissions in the last five years would have been three times larger»). Ciò è vero, ma è una magra consolazione: non è sufficiente che le emissioni crescano meno grazie alle rinnovabili, esse dovrebbero diminuire, di molto e rapidamente. In sintesi, nel complesso, quando esaminiamo il negoziato internazionale sul clima nei suoi diversi piani, ci rendiamo conto che siamo ancora troppo distanti da risultati soddisfacenti. I progressivi sul piano del linguaggio non sono seguiti da analoghi miglioramenti a livello dei numeri (Tabella 1).

Fonte: elaborazione dell’autore

Migliorare con piccoli passi

Che fare? Dire che il negoziato non produce, nei fatti, i risultati sperati non è motivo sufficiente per cercare un nuovo accordo e una nuova architettura. Ciò è già successo una volta, con l’abbandono del Protocollo di Kyoto. La costruzione di un rinnovato assetto negoziale ha comportato anni di ritardo. Si possono comunque trarre preziosi insegnamenti dalla storia del negoziato: i miglioramenti incrementali che sono emersi da COP21 a COP28 possono essere ulteriormente rafforzati. Da essi comprendiamo che è bene proseguire lungo alcune linee rilevanti:

1) accrescere il contenuto operativo degli accordi, come per esempio è accaduto a Dubai con gli impegni su rinnovabili e efficienza energetica;

2) delegare per quanto più possibile, soprattutto gli aspetti procedurali e di implementazione, ai corpi tecnici della UNFCC: in parole povere, confinare la plenaria ai soli aspetti strutturali del negoziato;

3) non escludere il ricorso alla decisione attraverso maggioranze qualificate, evitando così lo stillicidio delle decisioni prese all’unanimità.

Infine, c’è molto da fare sul piano della comunicazione: le informazioni cruciali sui target e sui gap, per Paese e a livello globale, dovrebbero essere facilmente accessibili ai cittadini e agli esperti. Occorrerebbe una comunicazione ufficiale, da parte della stessa UNFCCC, su questi aspetti: consentirebbe un monitoraggio continuo da parte dell’opinione pubblica circa lo stato dell’arte della transizione energetica e, nel complesso, una crescita della consapevolezza. Sarebbe come un faro che guida l’intero processo della transizione energetica.

Gli ambiti di miglioramento citati, soprattutto il primo, possono dare un contributo significativo al disegno e alla realizzazione delle policy. È bene proseguire lungo queste direttrici. I miglioramenti incrementali possono essere mattoni che, pian piano, costruiscono la scala che conduce a Net Zero.

Leggi anche
Clima
Territori
6′ di lettura

Progetto ReclaiMEDland

di Carla Brisotto, Alessandro Raffa
Clima
Editoriali
6′ di lettura

Tra piogge intense e caldo estremo

di Alberto Bonora, Gianmarco Di Giustino, Giulia Lucertini
Clima, Oggi
1′ di lettura

Se il mare si scalda, i pesci dove vanno?

di Redazione
Economia
Viva Voce

La competizione geopolitica per la leadership dell’AI

di Ettore Iorio
5′ di lettura
Scienza
Viva Voce

Le biotecnologie al bivio europeo

di Stefano Bertacchi
4′ di lettura
Società
Viva Voce

Web e social media data: la brand reputation nell’era della sostenibilità

di Federica Carbone
4′ di lettura
Economia
Viva Voce

Abbigliamento circolare per l’outdoor

di Giulio Piovanelli
5′ di lettura
Scienza
Viva Voce

La bioeconomia che verrà

di Stefano Bertacchi
4′ di lettura
Società
Viva Voce

La sfida delle monete complementari italiane 

di Cristina Toti
8′ di lettura

Credits

Ux Design: Susanna Legrenzi
Grafica: Maurizio Maselli / Artworkweb
Web development: Synesthesia