L’Homo Sapiens e la transizione energetica

Perché la transizione energetica non decolla? Perché più di tutto è una resa dei conti dell’Homo Sapiens con sé stesso: deve superarsi.

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Enzo Di Giulio

Data

5 Dicembre 2023

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5 Dicembre 2023

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Ciò che più stupisce della questione transizione energetica è la distanza tra dibattito e dato. Da una parte sta la massa rigogliosa delle parole che prospettano un cambio di paradigma imminente, dall’altra l’asciuttezza dei numeri che negano il cambiamento. Vi è una variabile che più di ogni altra ci fa capire la straordinaria lentezza della transizione: l’intensità carbonica dell’energia, ovvero un coefficiente che ci dice quanta anidride carbonica è contenuta nell’energia che consumiamo. Nel 1990 era pari a 2,36 tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di energia utilizzata, mentre oggi il valore è uguale a 2,26. Ciò significa che in più di trent’anni il valore è sceso di sole 0,07 tonnellate. Di questo passo occorrerebbe più di un secolo per decarbonizzare i nostri consumi energetici. E se anche ci concentrassimo sugli ultimi anni, nei quali la penetrazione delle rinnovabili è stata un po’ più veloce, la situazione cambierebbe di poco. Dunque, serve un cambio di passo, qualcosa che acceleri il processo e disincrosti il bullone del mix energetico mondiale, consentendogli di girare, virando verso maggiori consumi a bassa o nulla intensità carbonica. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ritiene che siamo vicini a questo mutamento strutturale: nell’ultimo World Energy Outlook, ha ipotizzato uno scenario, denominato Steps (Stated Policies Scenario), secondo il quale entro il 2030 si verificherà il picco e la successiva diminuzione dei consumi di tutti e tre i combustibili fossili: carbone, petrolio, gas. Grazie a tale flessione, la quota dei combustili fossili diminuirebbe di sette punti percentuali in otto anni, passando dall’80% del 2022 al 73% del 2030. Considerando che la suddetta quota è ferma all’80% da trent’anni, si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione: la transizione, finalmente, decollerebbe. D’altra parte, occorre sottolineare che si tratta semplicemente di uno scenario e che, pertanto, si possono fare ipotesi alternative. Ad esempio, l’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, ritiene che l’epopea del petrolio sia ben lungi dall’essere sulla via del tramonto e che fino al 2045 del picco nella domanda di petrolio non si vedrà nemmeno l’ombra.

Dimensioni della transizione energetica

Al di là delle differenze considerevoli nella visione dei prossimi decenni – differenze che ci ricordano quanto complessa sia l’operazione di congetturare il futuro, oggi, forse proprio perché siamo prossimi a un punto di snodo –, di fronte a noi si staglia il monolite della situazione odierna: il mix energetico non cambia. La domanda chiave a questo punto è la seguente: perché la transizione energetica è così difficile? Quali sono gli ostacoli principali? È possibile superarli? La principale risposta a questa domanda fa riferimento alle molteplici dimensioni della transizione, le più importanti delle quali ci sembrano essere le seguenti.

Dimensione economica. La transizione non è un pranzo di gala, è costosa. Accadrà in futuro che i costi unitari, ad esempio per produrre un kWh di energia elettrica o per abbattere una tonnellata di carbonio, si abbasseranno, ma oggi siamo lontani da quell’obiettivo. Non solo: vi è un altro elemento economico che ostacola la transizione: i bassi margini del business. Si tratta di una caratteristica importante, spesso non evidenziata: al contrario di ciò che accadde con l’epopea del petrolio, ci troviamo di fronte a un business caratterizzato da bassi profitti. Una delle ragioni, ma non la sola, per cui il petrolio penetrò rapidamente nell’economia mondiale, guadagnando lo status di «re delle fonti», è stata la struttura concentrata dell’industria che ha reso possibili ritorni elevati e, a seguire, un’offerta sostenuta. Ora, per l’elettrico, che rappresenta la chiave della transizione – la decarbonizzazione può accadere proprio attraverso l’espansione dell’elettricità verde nei consumi finali – siamo di fronte a una situazione opposta: il mercato è molto frammentato e competitivo, i ritorni bassi e il business rischioso. Si pensi alla recente crisi dell’eolico offshore causata da un aumento sensibile dei costi che ha bloccato molti progetti1. Più in generale, secondo l’International Energy Agency l’obiettivo Net Zero Emissions (Nze) richiederebbe investimenti pari a circa 4 trilioni di dollari all’anno, grossomodo il 4% del Pil mondiale, mentre oggi siamo a quota 1,8 trilioni. Va segnalato che il trend è crescente, ma indubbiamente siamo ancora molto distanti da ciò che occorrerebbe2.

Dimensione tecnologica. Negli ultimi anni sono stati fatti indubbi progressi che hanno consentito di mettere sul mercato diverse tecnologie low carbon, in molti casi anche a costi convenienti. Si pensi al crollo del costo di produzione di elettricità da solare fotovoltaico che è passato, per il singolo MWh, da valori di circa 300-400 dollari nel 2010 agli attuali 30-50. Una diminuzione intorno al 90% che testimonia tanto economie di scala quanto straordinari guadagni di efficienza. E tuttavia c’è ancora molto da fare: vi sono diverse tecnologie all’orizzonte, che potrebbero dare un contributo straordinario all’abbattimento delle emissioni ma che oggi sono ancora a uno stadio embrionale. Citiamo, ad esempio, la cattura diretta del carbonio o, più in prospettiva, la fusione nucleare. Un altro aspetto da considerare è quello relativo alla composizione della tecnologia necessaria per la realizzazione della transizione energetica. Il problema non è tanto sul lato dell’offerta – sul quale tradizionalmente si insiste di più – quanto su quello della domanda. In particolare, la transizione implica una ristrutturazione profonda dei macchinari e degli apparecchi utilizzati dall’industria e dai consumatori. Come esempio citiamo la necessità di sostituire i boiler a gas con le pompe di calore nel residenziale oppure il passaggio dalle auto con motori a combustione interna all’auto elettrica nel settore dei trasporti. Tutto ciò introduce una complessità tecnologica e organizzativa che complica non poco la transizione. Dunque, non vi è solo una questione di generazione elettrica green ma una più ampia di diffusione di nuovi device e tecnologie sul lato della domanda. Uno studio di Wilson e Grubler3 ha mostrato come nella storia energetica degli Stati Uniti dal 1850 al 2000 le installazioni negli usi finali, mobili o stazionarie abbiano rappresentato, in GW, più dell’87% del totale. In parole semplici, gli usi finali contano molto più dell’offerta. Ecco perché siamo di fronte all’esigenza di una rivoluzione dell’economia: non è solo la generazione di energia che deve essere modificata, ma anche e soprattutto la domanda di energia attraverso i mille device che la compongono. In ultimo, la nostra vita quotidiana.

Dimensione temporale. La principale criticità della transazione non è tanto nel suo verificarsi quanto nei tempi. Poiché è in atto un processo di crescita della temperatura, con conseguente scioglimento dei ghiacci, è necessario accelerare il più possibile la transizione energetica. Di qui l’appello degli scienziati a pervenire a emissioni nette zero entro il 2050. Si tratta di un orizzonte temporale estremamente breve, se confrontato con i tempi delle precedenti transizioni. Inoltre, si pone una questione di gestione della transizione: l’attuale transizione sarebbe l’unica che si realizza per la spinta del policy maker. Mentre le precedenti trasformazioni sono avvenute sotto la spinta delle forze di mercato e dell’innovazione tecnologica – con un ruolo chiave giocato dagli animal spirit degli agenti economici – la presente transizione si caratterizza per una vocazione normativa nuova e unica. Deve accadere in tempi brevi perché è necessario per scongiurare gli effetti nefasti del cambiamento climatico: ciò implica un’azione di guida dall’alto da parte del regolatore che cerca, per la prima volta nella storia del genere umano, di mutare la struttura del paradigma energetico industriale vigente, basato sui combustibili fossili, sostituendola con un’altra innovativa fondata sulle fonti low carbon. È un esperimento unico, mai tentato prima, della cui riuscita non si può non dubitare. Vi sarà una transizione green, certamente, ma che essa possa accadere nei tempi richiesti dalla scienza – due, tre decenni – è altamente improbabile.

Oltre l’economia 

Le diverse dimensioni finora citate certamente svolgono un ruolo molto importante nello spiegare la complessità e i conseguenti ritardi della transizione. Vi è tuttavia un elemento che, a nostro avviso, è più rilevante dei precedenti. Si tratta di una dimensione che potremmo definire antropologica: in ultimo la domanda chiave riguarda il desiderio profondo dell’Homo Sapiens. È in grado di mutare radicalmente quella che gli economisti definirebbero la propria funzione obiettivo? Riuscirà l’Homo sapiens a ragionare in termini di specie prediligendo l’obiettivo di lungo periodo – la protezione della specie, appunto – a quello di breve? Saprà compiere questa rivoluzione? Nel linguaggio asciutto degli economisti diremmo che Sapiens si caratterizza per un elevato tasso di sconto ovvero, in parole semplici, per una marcata preferenza assegnata al presente a scapito del futuro. La sostenibilità, come noto, è però questione di lungo periodo. Il cambiamento climatico impone, oggi, scelte che potranno arrecare benefici considerevoli alle generazioni future, anche sacrificando qualcosa nell’immediato. Che Sapiens sappia oggi compiere questa rivoluzione copernicana è la vera sfida del cambiamento climatico. In ultimo, la dimensione antropologica sostiene e pervade tutte le altre: senza di essa nessuna barriera potrà essere abbattuta.

Note

  1. Si veda l’articolo https://www.japantimes.co.jp/news/2023/07/23/world/offshore-wind-struggle.
  2. Cfr. https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2023/executive-summary.
  3. C. Wilson, A. Grubler, Lessons from the history of technological change for clean energy scenarios and policies, in ‘Natural Resources Forum’, vol. 35, 2011, pp. 165-184.
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