Tre migrazioni emergenti: un cambiamento epocale

Una nuova categoria di migranti: uomini, donne e minori «espulsi» dai luoghi in cui sono sempre vissuti. Espulsi da «terre e  acque morte» a causa del saccheggio delle risorse naturali, della violenza e della fame.

Autore

Saskia Sassen

Data

18 Agosto 2023

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DATA

18 Agosto 2023

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Giugno 2017È un invito ad ampliare  la prospettiva quello  dell’autrice, con l’introduzione di una nuova  categoria di migranti:  uomini, donne e minori  «espulsi» dai luoghi in  cui sono sempre vissuti. Espulsi da «terre e acque morte» a causa  del land grabbing, del  saccheggio delle risorse  naturali, della violenza  e della fame. Individui costretti a migrare, ma non riconosciuti come rifugiati dalle istituzioni internazionali.

L’ipotesi fondamentale intorno a cui ruota il mio lavoro sulle migrazioni è che esse si verifichino all’interno di sistemi, anche quando sono generate da forze esterne1. Nel caso degli Stati Uniti, lo si può vedere in alcune delle migrazioni che sono seguite a operazioni militari decise dal Pentagono, dal Dipartimento di Stato o dalla Casa Bianca.

Per esempio, l’invasione statunitense della Repubblica Dominicana  dopo l’elezione del socialista Bosch ha creato un ponte con gli USA che ha portato a una migrazione interamente nuova di dominicani per lo più della classe media verso la costa orientale degli Stati Uniti2.

Inoltre, il fatto che queste migrazioni avvengano all’interno di sistemi contribuisce a spiegare perché abbiano inizio in un determinato momento, nonostante un nucleo familiare o una comunità vivano in condizioni di povertà da molto tempo. Si può dimostrare che la maggior parte delle grandi migrazioni degli ultimi due secoli, e spesso anche prima, cominci a partire da un momento preciso: non esistono da sempre, hanno un inizio.

In quest’articolo mi concentrerò su tre flussi migratori che possono essere visti come delle particolari nuove migrazioni emerse nel corso degli ultimi due anni3. Queste nuove migrazioni hanno spesso una durata molto più limitata di quelle di più lunga data ancora in corso, ma coglierle all’inizio consente di aprire una finestra sulle più ampie dinamiche che catapultano le persone nel flusso migratorio. Le ultime migrazioni sono da molto tempo un campo di studio importante per me: il migrante esemplifica, in un certo senso, la storia nel suo farsi. Quando un flusso è caratterizzato da una catena migratoria risulta molto più facile spiegarlo e la mia attenzione si rivolge soprattutto al contesto più ampio in cui prende avvio un nuovo flusso4.

Ognuno dei tre flussi emergenti che esaminerò è facilmente interpretabile come una componente di flussi di più vecchia data tuttora in corso, ma il mio scopo è evidenziare le specificità degli elementi nuovi di ciascuno. 

Il primo è rappresentato dal forte incremento della migrazione di minori non accompagnati dall’America centrale e in particolare, da Honduras, El Salvador e Guatemala.

Il secondo è l’esodo dei Rohingya, una minoranza musulmana in fuga dal Myanmar, dove per lungo tempo e fino a pochi anni fa ha convissuto pacificamente con la popolazione a maggioranza buddista.

Il terzo flusso è costituito dalla migrazione verso l’Europa che proviene principalmente da Siria, Iraq, Afghanistan e da diversi Paesi africani, in particolare Eritrea e Somalia.

Si tratta di tre tipi di flussi molto differenti, e il terzo, a sua volta, contiene una pluralità di flussi diversi. Tuttavia ognuno di questi fa riferimento a un contesto più ampio che ha originato il fenomeno, caratterizzato da condizioni estreme – che possono essere descritte, o almeno rese visibili –, in quanto tali flussi vanno oltre la semplice migrazione a catena, in cui le famiglie hanno un ruolo cruciale nel decidere, sulla base del loro bilancio economico, chi deve migrare e se serve. 

Si può affermare che questi tre nuovi flussi emergono da situazioni più ampie delle logiche interne ai nuclei familiari. Nascono da condizioni nettamente delineate che operano rispettivamente a livello di città, di regione e a livello geopolitico globale. Aggiungo subito che i livelli urbano e regionale sono spesso incorporati in un insieme più ampio di dinamiche, ma nei casi qui considerati vi è anche un immediato effetto diretto a questi livelli subnazionali. 

La violenza estrema è una delle condizioni fondamentali che spiegano queste migrazioni. Ma lo sono anche trent’anni di politiche di sviluppo  internazionale che hanno lasciato in eredità molta «terra morta» (a causa  delle attività minerarie, del land grabbing, ossia degli espropri e degli accaparramenti di terre, e dell’agricoltura di piantagione) e hanno espulso intere comunità dai loro habitat.

Sempre più spesso, l’unica opzione residua è diventata quella di trasferirsi negli slum delle grandi città e, per chi può  permetterselo, emigrare. La storia pluridecennale di distruzioni ed espulsioni ha raggiunto livelli estremi, resi visibili in vaste estensioni di terre e corsi d’acqua che sono ora senza vita. Almeno una parte delle guerre e dei conflitti locali sorge da queste distruzioni, in una specie di lotta per lo spazio vitale. Il cambiamento climatico riduce ulteriormente la terra abitabile. Ho sviluppato ampiamente tutti questi temi nel mio libro Espulsioni5.

Nelle pagine che seguono, esaminerò i tratti principali di una varietà di flussi emergenti, ognuno contrassegnato da condizioni estreme6. Ciò che ora è emergente potrebbe diventare incontrollabile per le politiche migratorie e dell’accoglienza ai rifugiati, per le aree di destinazione come pure per gli uomini, le donne e i bambini che compongono questi flussi.

Quando i minori emigrano da soli: il caso dell’America centrale

L’America centrale è una delle principali regioni in cui la migrazione di minori non accompagnati è cresciuta nettamente nel corso degli ultimi due anni. All’origine dei flussi dei minori c’è il rapido aumento della violenza urbana. A mio avviso, tale violenza è, a sua volta, dovuta in buona parte alla  distruzione delle economie rurali basate sulle piccole proprietà, a causa degli espropri avvenuti per sviluppare piantagioni o attività minerarie e della perdita biologica della terra stessa dovuta a queste ultime. Trovare scampo nelle città è stata la sola opzione per un numero sempre più alto di abitanti delle aree rurali, ma nelle città lo sviluppo che genera posti di lavoro è scarso.

Altre forti concentrazioni di emigrazione, in particolare nel Sud-Est asiatico, e di flussi provenienti dall’Africa e dall’Asia attraverso l’area del Mediterraneo  riguardano in gran parte gli uomini, anche se le percentuali di donne e bambini sono crescenti. Benché l’America centrale sia da tempo, per ragioni politiche ed economiche, una regione di emigrazione, l’attuale flusso di minori non accompagnati è un fenomeno nuovo7.

A muoverli è soprattutto la paura dell’estrema violenza di cui sono costretti a fare esperienza. Secondo i dati forniti dall’US Customs and Border Protection, l’ente statunitense preposto alle dogane e alla protezione dei confini, i minori accompagnati, provenienti per lo più dall’America centrale, che hanno attraversato il confine degli Stati Uniti tra il primo ottobre 2013 e il 31 luglio 2014 sono stimabili in 63 mila8.

Una cifra che è quasi il doppio del numero di giovani migranti arrivati l’anno precedente nello stesso periodo. Si ipotizza che alla fine del 2014, circa 90 mila minori non accompagnati abbiano attraversato la frontiera con gli Stati Uniti9; non esistono stime del numero dei morti nel corso del lungo viaggio o di coloro che si sono arresi e si sono  fermati da qualche parte nel Messico, o sono stati rapiti e costretti al lavoro nelle piantagioni o nelle miniere. Nel 2015, quando il governo americano ha chiesto a quello messicano di controllare le sue frontiere meridionali,  gli sconfinamenti sono diminuiti. Ma nei primi mesi del 2016 il numero dei minori non accompagnati che ha attraversato i confini statunitensi ha registrato una nuova impennata. 

Secondo le dichiarazioni degli stessi giovani migranti, dei ricercatori, degli operatori sociali e degli esperti governativi10, la violenza delle gang e della  polizia è il principale fattore che spinge i giovani a espatriare.

Nel 2014, il  99% dei minori non accompagnati arrivati al confine proveniva da Honduras (28%), Messico (25%), Guatemala (24%) ed El Salvador (21%). Questa composizione presenta uno scostamento significativo: prima del 2012, oltre il 75% dei minori non accompagnati proveniva dal Messico11.

Nel 2015, il 35% dei minori non accompagnati registrati alla frontiera proveniva dal Guatemala, il 28% dal Messico, il 24% da El Salvador e il 14% dall’Honduras12

I giovani salvadoregni e honduregni emigrano da due delle più violente regioni del mondo e temono quella violenza molto di più dei rischi che comporta attraversare da soli i deserti al confine tra Messico e Stati Uniti  e di cui sono consapevoli. Secondo i dati raccolti dal Pew Research Cen ter, nel 2013 San Pedro Sula in Honduras è stata la capitale mondiale degli omicidi, con un tasso pari, quell’anno, a 187 per 100 mila abitanti, a causa dell’aumento della violenza delle gang e dei trafficanti di droga13.

L’anno precedente, il tasso d’omicidi a livello nazionale era stato pari a 90 per 100 mila abitanti, il più alto al mondo14.

Nel 2011, El Salvador non era molto distante e, con 70 omicidi su 100 mila abitanti, si collocava al secondo posto in America Latina15. Nonostante un significativo crollo del tasso di omicidi da 70 nel 2011 a 41 del 2012, El Salvador è superato a livello globale solo da Honduras, Venezuela e Belize. Inoltre, Honduras, Guatemala ed El Salvador sono tra i Paesi più poveri dell’America Latina con rispettivamente il 30%, il 26% e il 17% della popolazione costretta a vivere, secondo i dati della Banca Mondiale, con meno di due dollari al giorno16

Questa combinazione di elementi contribuisce a spiegare l’alta emigrazione sia tra i giovanissimi sia tra gli adulti. Il caso più estremo è quello di El Salvador, dove i migranti hanno raggiunto il 18% della popolazione, cioè due volte il dato registrato in Honduras e in Guatemala. Fatta eccezione per Stati molto piccoli come Trinidad e Tobago, i cosiddetti «Paesi di emigrazione» raramente raggiungono tali livelli. Le migrazioni dell’America centrale sono documentate abbastanza bene dai ricercatori e dalla stampa, in parte perché quelle alla frontiera meridionale degli Stati Uniti vanno avanti da molto tempo.

I contrabbandieri sfruttano i potenziali migranti, giovani e vecchi. È il loro mestiere, e la proliferazione di bande di trafficanti di esseri umani ha accresciuto la concorrenza nel settore, cosicché il quadro che essi dipingono è molto più roseo di quello offerto dalla politica migratoria [dell’ex  presidente] Obama. Spesso raccontano ai ragazzi che una volta sul territorio degli Stati Uniti, in quanto minori, potranno avviare la procedura per diventare cittadini o immigrati regolari, il che non corrisponde a verità.

Questa rappresentazione falsata ha evidentemente contribuito al forte  aumento dell’emigrazione di minori (e anche di adulti). Si tratta di una novità perché i contrabbandieri (spesso chiamati «coyote») che un tempo svolgevano la loro attività attraversando i confini statunitensi non avevano  affatto quest’atteggiamento affaristico: erano ingaggiati per una data funzione a un dato prezzo e non facevano altro. Il repentino aumento del numero dei minori, la mancanza di strutture per accoglierli in un sistema pensato per gli adulti e il forte sentimento anti-migratorio possono aver contribuito a determinare un importante cambiamento della politica statunitense in quest’ambito, tale da portare a una drastica caduta – pari al 60% – del numero dei minori non accompagnati registrati nel settembre 2014 rispetto a un anno prima17.

In realtà, il numero delle partenze dall’America centrale potrebbe non essere diminuito così sensibilmente e forse non lo è per niente. Piuttosto, sono cambiate le regole del gioco. Sotto la pressione degli Stati Uniti, il Messico ha cominciato a fermare e deportare decine di migliaia di centroamericani molto prima che raggiungessero il confine. Ciò che è cambiato per i migranti è il trattamento che subiscono al confine meridionale del Messico: è diventato ancora più  brutale di prima. Quando consideriamo soltanto le partenze, tenendole distinte dagli ingressi negli Stati Uniti, l’evidenza parziale segnala che esse sono ancora numerose, anche se alla fine potranno diminuire. 

Ecco le cifre. Tra l’ottobre 2014 e l’aprile 2015, 92.889 migranti dall’America centrale sono stati trattenuti in Messico. Nello stesso periodo, 70.226 migranti non messicani, prevalentemente provenienti da Honduras, Guatemala ed El Salvador, sono stati fermati negli Stati Uniti. Ma, un anno prima, nello stesso periodo, gli immigrati non messicani fermati negli Usa erano stati 159.103. Più del triplo delle persone trattenute in Messico prima dell’entrata in vigore della nuova politica migratoria di Obama18. I dati forniti dall’Istituto Nazionale per l’Immigrazione del Messico indicano che, tra gennaio e aprile 2015, 51.565 «migranti» provenienti da Guatemala, Honduras ed El Salvador sono stati forzatamente rimpatriati dai confini meridionali del Messico, con un forte aumento rispetto ai 28.736 registrati nello stesso periodo nel 2014. La deportazione di guatemaltechi è  aumentata del 124%, mentre i rimpatri di salvadoregni e honduregni sono aumentati rispettivamente del 79% e del 40%19

Le misure attive di contenimento da parte della polizia del Messico alla frontiera meridionale del Paese possono essere brutali. In un’intervista a «The New York Times», Ruben Figueroa del Movimento Migrante Meso americano20, un’organizzazione per la tutela dei diritti dei migranti, rivela che la pesante persecuzione da parte delle autorità federali ha portato a situazioni in cui minori migranti hanno perso la vita o sono rimasti feriti in scontri tra trafficanti di esseri umani e polizia. Ne sono seguite incarcerazioni, morti e sparizioni di minori non accompagnati.

Alcuni sono finiti in luoghi adeguati, come i rifugi organizzati dalle chiese, o sono stati accolti da famiglie generose, ma altri vagano come ragazzi di strada o sono scomparsi senza lasciare traccia. La Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani ha recentemente espresso la sua «preoccupazione per l’intensificazione delle azioni intraprese, secondo quanto viene riferito, contro le persone migranti», in applicazione del Piano per la Frontiera Meridionale avviato dal Messico nel 2015 sotto la pressione degli Stati Uniti21. Il confine meridionale del Messico è diventato un terrificante «Mediterraneo» per i minori non accompagnati (e anche per gli adulti) dell’America centrale, che finiscono in cella, vengono picchiati, mutilati e lasciati morire. Ma alcuni, come avviene in tutte le migrazioni, riescono a passare. Secondo dati statunitensi risalenti al giugno 2015, i minori non accompagnati continuano ad arrivare, anche se molto meno di prima; alcuni entrano senza essere scoperti e non sono conteggiati22. Tutto ciò indica che la violenza nei Paesi di origine continua a essere una ragione per partire, e né il viaggio massacrante sul treno merci noto come La Bestia né le brutalità della polizia messicana costituiscono un efficace deterrente.

Richiedenti asilo nel Sud-Est asiatico

Un nuovo caso estremo si sta delineando, davanti ai nostri occhi, nel  Sud-Est asiatico, una regione che conosce da molto tempo la schiavitù e  il traffico di disperati in cerca di asilo. I massicci flussi di rifugiati generati dalla guerra del Vietnam sono stati, bene o male, in gran parte assorbiti. La nuova crisi emergente non è una continuazione di quella precedente, ma sorge da una differente combinazione di condizioni.

Un segnale di sviluppi allarmanti viene da due fatti recenti. Il primo riguarda diverse piccole comunità musulmane in fuga perché espropriate delle loro terre e perseguitate per la loro religione. Il caso più eclatante è quello dei Rohingya, che il governo insiste a chiamare «bengalesi», indicando che essi dovrebbero «tornare» in Bangladesh, «a cui appartengono», anche se abitano nel Myanmar da molti secoli23

Qui mi concentrerò principalmente sui Rohingya: circa 1,1 milioni di  persone che vivono nel Myanmar, ma non sono riconosciuti come cittadini. Secondo il Dipartimento di Stato americano, a partire dal 2012 almeno 160 mila Rohingya sono stati evacuati nei Paesi vicini24

Questa persecuzione coincide paradossalmente con il reinserimento del Myanmar nella comunità internazionale. Mentre il Paese, con alcuni limiti, sta diventando una società più aperta, come è stato ampiamente riportato dai media, la diffidenza di lunga data nei confronti dei Rohingyasi si è trasformata in brutale repressione. 

Nella mia lettura dei fatti, quest’esplosione di rabbia – per certi aspetti improvvisa – contro i Rohingya è connessa, almeno in parte, con i massicci  espropri di terra per lo sfruttamento minerario o agricolo. L’apertura del Paese e l’attrazione d’investitori stranieri coincidono con una repentina e crudele persecuzione dei Rohingya da parte di un particolare gruppo di monaci buddisti. Il fatto stesso che siano dei monaci buddisti a guidare quest’aggressione e, inoltre, a riscrivere parti della dottrina buddista in modo tale da giustificare l’espulsione dei Rohingya dalla loro terra e, persino, l’uccisione dei musulmani, fa pensare a importanti interessi economici che, con ogni probabilità, vanno ben al di là dei monaci. 

Questa vicenda potrebbe essere il segnale di uno sconvolgimento più profondo? Il fatto che i buddisti diventino brutali persecutori di una piccola e pacifica minoranza musulmana potrebbe essere uno fra i molti indicatori di una lotta per la terra in pieno svolgimento. Questa violenza potrebbe segnalare qualcosa sulla perdita di habitat? In varie aree del Sud-Est asiatico sono evidenti significative espulsioni di piccoli coltivatori dalle loro terre per aprire la strada a miniere, piantagioni o edifici per uffici25. Da quando il Myanmar ha aperto la sua economia ai capitali esteri, le imprese straniere sono tra i principali investitori. Nello stesso tempo, Aung San Suu Kyi, già leader dell’opposizione, poi rimessa in libertà e oggi guida del partito che ha vinto le elezioni nel novembre 2015, ha perso molti sostenitori tra  la popolazione rurale proprio perché non ha contestato (almeno pubblicamente)le espulsioni dei contadini dalle loro terre e non ha sostenuto i movimenti locali contro gli espropri. 

Un primo importante riscontro pubblico si è avuto nell’estate 2015, con servizi giornalistici che stimavano in circa 7 mila persone i profughi a bordo di decine di imbarcazioni di fortuna sovraccariche, meta anche da due mesi nel Mare delle Andamane26. I Paesi che vi si affacciano, oltre il Myanmar – la Thailandia a Est, la Malaysia e l’Indonesia a  Sud –, e forse altri governi della regione, sono consapevoli di questa ondata  di popolazioni in fuga, ma hanno fatto chiaramente capire che chiunque osasse sbarcare sarebbe stato ricacciato in mare.

È stata la stampa a dare l’allarme e a scrivere di queste «carrette del mare» con il loro carico di esseri umani stipati l’uno accanto all’altro, senza accesso ad acqua e a cibo. Quando i fatti sono diventati di dominio pubblico e gli spaventosi dettagli virali, sotto la pressione della protesta internazionale, l’Indonesia ha accolto, secondo le stime, circa la metà dei fuggiaschi. Farli accettare non è stato  facile. Il loro salvataggio ha aggiunto maggiori informazioni sulle condizioni raccapriccianti in cui vivevano, ma altre tremila persone circa restano a vagare in quel vasto oceano su imbarcazioni di fortuna27

Questi settemila profughi non sono che una manifestazione della disperata voglia di sopravvivere da parte di un numero rapidamente crescente di uomini, donne e bambini. Anche se qualche nave riesce a trovare un approdo, un numero sempre maggiore di esse viene respinto e vaga senza meta28. Sotto la pressione degli organismi internazionali, i Paesi del  Sud-Est asiatico, nell’incontro a Bangkok del 29 maggio 2015, si sono accordati per istituire una task force anti-trafficanti e intensificare gli sforzi di ricerca e salvataggio per aiutare l’indifeso boat people abbandonato nei mari della regione29. È un inizio. 

Europa: all’intersezione dei flussi da Est e da Sud

L’Europa è diventata la destinazione di un’ampia varietà di nuovi flussi di rifugiati. Il Mediterraneo è stato per molto tempo e continua a essere una via di comunicazione per flussi di migranti e rifugiati di lunga tradizione. Nell’articolo mi concentrerò unicamente su una serie di nuovi flussi che hanno preso avvio nel 2014 e devono essere tenuti distinti dalla prosecuzione di vecchi flussi composti prevalentemente da migranti. Il Mediterraneo, specialmente nel suo settore orientale, è attualmente un luogo dove i rifugiati, i trafficanti e l’Unione Europea mettono in atto le loro logiche specifiche e insieme hanno prodotto una crisi grave, con molti aspetti che vanno considerati. Uno di questi è stato, verso la fine del 2014, l’improvviso aumento del numero dei rifugiati: una possibilità non prevista dalle competenti autorità UE, nonostante le guerre da cui molti fuggivano fossero in corso da diversi anni.

Un secondo aspetto è rappresentato dal fatto  che la crisi è diventata per i trafficanti una grande opportunità di guada gno, cresciuto così rapidamente da raggiungere verso la metà del 2015 la  cifra stimata di 2 miliardi di dollari. Oggi la stima è salita a 5 miliardi di  dollari30. Uno dei meccanismi di alimentazione dei flussi, a tutto beneficio  dei trafficanti, era far credere ai potenziali clienti/vittime che ogni proble ma si sarebbe risolto una volta raggiunta l’Europa. Un terzo aspetto è la  grave crisi dell’Italia e, ancora di più, della Grecia, due Paesi già provati  dalle difficoltà economiche: la Grecia, in particolare, all’inizio del 2016 è  diventata la destinazione di oltre un milione di richiedenti asilo a cui dare  alloggio, da nutrire e proteggere in caso di accoglimento della domanda.

Eppure la situazione in Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Eritrea e altri Paesi era ben nota. Semmai, avrebbe dovuto stupire il fatto che l’aumento del numero dei rifugiati non fosse avvenuto prima. L’UNHCR, tra gli altri, ha continuato a registrare l’escalation delle dimensioni delle popolazioni evacuate e del numero dei rifugiati all’estero31.

I conflitti in corso in Iraq, Afghanistan e Siria non sono tuttora avviati a una prossima conclusione. E nemmeno quelli in Somalia o nel Sud Sudan, ognuno con le proprie specifiche caratteristiche. La brutalità di questi conflitti, con il loro totale disprezzo per  i principi umanitari del diritto internazionale, faceva presagire che, davanti  alla violenza, presto o tardi, le popolazioni avrebbero cominciato a fuggire32.

Per tre decenni, secondo i dati forniti dall’UNHCR, l’Afghanistan ha prodotto il maggior numero di rifugiati: attualmente, sono 2,7 milioni sotto mandato  UNHCR33. Di recente, la Siria è salita al primo posto e nel 2015 un rifugiato su quattro a livello mondiale era siriano. Quello della Siria è un caso estremo. Nel settembre 2015, secondo l’UNHCR, i siriani che avevano lasciato il loro Paese erano saliti a 7,7 milioni, e questo numero ha continuato ad aumentare34.

L’Iraq ha 3,4 milioni di rifugiati riconosciuti35. La situazione del Paese si è ulteriormente deteriorata dopo che gran parte del territorio, compresa la seconda città irachena, Mosul, è stato conquistato dall’ISIS, aggravando gli effetti disastrosi e le divisioni religiose esasperate dall’invasione occidentale del 200336.

In Pakistan, secondo le Nazioni Unite37, più di 1,2 milioni di persone sono state allontanate dalle loro case in seguito ai disordini scoppiati nelle regioni del Nord-Ovest; inoltre il Pakistan è tormentato da molti anni da un’estrema violenza terroristica che continua anche oggi38. La Somalia, infine, resta il terzo principale Paese di provenienza dei rifugiati: 1,1 milioni di persone39

La crisi umanitaria si sta aggravando e diffondendo. Secondo «Human Rights Watch», nel corso degli ultimi due anni sono state costrette a lasciare le loro case circa 25 milioni di persone, tra cui quasi 12 milioni di siriani, 4,2 milioni di iracheni, 3,6 milioni di afghani, 2,2 milioni di somali e quasi mezzo milione di eritrei40.

Inoltre, l’UNHCR ha rilevato che nei recenti flussi verso l’Europa i minori non accompagnati sono molto più numerosi del previsto. A questi flussi dobbiamo aggiungere le circa 500 mila persone, rimaste costanti nell’arco degli ultimi due anni, che nel Nord della Libia sono in attesa delle imbarcazioni con le quali attraversare il Mediterraneo. Secondo l’UNHCR41, il numero dei rifugiati in tutto il mondo supera oggi i 60 milioni, mentre stime provvisorie fanno salire il totale a 80 milioni all’inizio del 2016. 

È la cifra più grande mai registrata da quando è stato creato il sistema umanitario. Fuori da questo conteggio restano molti degli sfollati interni e un  numero crescente di rifugiati non dichiarati e non conteggiati; questo è il caso di alcuni di coloro che in fragili imbarcazioni solcano il Mediterraneo. All’origine dei flussi verso l’Europa ci sono storie diverse. Tuttavia, a considerarle insieme, emerge un’unica logica: l’espulsione. E, a quanto pare, questa logica si espande, dalla guerra civile in Yemen, iniziata nel 2015, alla guerra civile turco-curda (che ha ucciso 40 mila persone a partire dal  1984) ripresa nel luglio 2015, alla nascita di Boko Haram, il gruppo estremista islamista che combatte una guerra brutale nel Nord della Nigeria e in  Ciad42.

Significativo è anche il crollo del sistema politico ed economico in Libia, che ha prodotto un enorme vuoto di sicurezza. Nello stesso tempo,  l’accaparramento delle terre (land grabbing) nell’Africa sub-sahariana sta generando una politica alimentare interamente nuova43, per cui le fasce economicamente più deboli delle popolazioni locali aumentano rapidamente. Questi trend rappresentano delle sfide enormi per il sistema internazionale e quello europeo.

Conclusione: alla ricerca della sopravvivenza

I flussi che ho descritto riguardano, nella maggior parte dei casi, rifugiati, anche se non formalmente riconosciuti come tali dal sistema internazionale, e devono essere tenuti distinti dagli oltre 250 milioni di migranti regolari presenti oggi a livello mondiale. Questi ultimi sono costituiti per lo più da persone appartenenti agli strati inferiori della classe media e, sempre più spesso, da professionisti di alto livello integrati all’economia globale.

I migranti di oggi non sono i più poveri nelle comunità d’origine, né sono generati dai push factor (fattori scatenanti) che alimentano i tre flussi sopra descritti. E questi rifugiati non sono nemmeno i più poveri dei loro Paesi, nonostante l’espatrio li lasci senza alcuna risorsa: molti hanno livelli d’istruzione avanzati e inizialmente disponevano di risorse. 

Questi nuovi rifugiati sono parte di una popolazione più ampia di circa 80 milioni di persone espulse dal loro habitat. Si distinguono perché il loro numero cresce rapidamente e per le condizioni estreme delle aree da cui provengono. Guerre di estrema ferocia, come quelle in corso in Siria e in Iraq, e forme altrettanto estreme di distruzione delle economie locali sono i due fattori chiave per spiegare l’improvvisa esplosione del fenomeno. È probabile che anche il cambiamento climatico abbia effetti estremi in alcune di queste regioni a causa di quelle che si potrebbero definire le «cattive pratiche dello sviluppo»: in particolare, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale degli anni Ottanta e Novanta, che hanno avuto conseguenze disastrose per tante economie locali e per le società del Sud del mondo. Tutto ciò si traduce nella massiccia distruzione degli habitat a cui le migrazioni rischiano di essere l’unico modo di sopravvivere.

 

Note

  1. Vedi S. Sassen, The Mobility of Labor and Capital, Cambridge,  Cambridge University Press, 1988.
  2. Questa migrazione inizia dopo l’invasione della Repubblica Dominicana decisa dal presidente Reagan in seguito all’elezione  di un socialdemocratico (Bosch) come presidente. Non ha alcun  rapporto con quella degli attivisti sindacali che, all’inizio del XX  secolo, lasciarono il Paese diretti negli Stati Uniti per sfuggire alla  persecuzione da parte del governo locale.
  3. Per una trattazione più completa dell’argomento e la relativa documentazione empirica si possono vedere, dell’autrice, A Massive Loss of Habitat: New Drivers for Migration, in «Sociology of  Development», vol. 2, n. 2, 2016; S. Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna,  Il Mulino, 2015; Ead., A Savage Sorting of Winners and Losers: Contemporary Versions of Primitive Accumulation,  in «Globalizations», vol. 7, nn. 1-2, marzo-giugno 2010, pp. 23-50.
  4. Vedi S. Sassen, The Mobility, cit.; Ead., Guests and Aliens, New York, New Press, 1999; Ead., Espulsioni, cit.
  5. Vedi Ead., Espulsioni, cit., capitoli 1 e 2.
  6. Si noti inoltre che il numero dei cittadini messicani fermati è sceso del 18% dall’anno fiscale  2014 all’anno fiscale 2015, in base alle statistiche del Department of Homeland Security riportate  nel documento Department Is Better Targeting Its Enforcement Efforts to Prioritize Convicted Criminals and  Threats to Public Safety, Border Security, and National Security, US Department of Homeland Security,  22 dicembre 2015 [disponibile online all’indirizzo https://www.dhs.gov/news/2015/12/22/dhs-releases-end-fiscal-year-2015-statistics, al paragrafo: US Customs and Border Protection (CBP)  Enforcement Efforts at and between Ports of Entry].
  7. Vedi C. Rivera Fárgan, L’invisibilità lavorativa di bambine, bambini e adolescenti centroamericani lungo la  frontiera Guatemala-Messico, in «Equilibri», n. 2, 2014, pp. 254-261 [N.d.R.].
  8. D. Renwick, The U.S. Child Migrant Influx, CFR, Backgrounder, Council on Foreign Relations, 1 settembre 2014 (disponibile online all’indirizzo https://www.cfr.org/immigration/us-child-migrant influx/p33380).
  9. D. Villiers Negroponte, The Surge, in Unaccompanied Children from Central America: A Humanitarian  Crisis at Our Border, Washington (DC), Brookings, 2 luglio 2014 (disponibile online all’indirizzo https://www.brookings.edu/blogs/up-front/posts/2014/07/02-unaccompanied-children-central america-negroponte).
  10. Vedi, per esempio, S. Ackerman, T. Dart, D. Hernandez e D. Smith, Immigration Activists  Condemn US Deportation Asylum Seekers, in «The Guardian», 4 gennaio 2016 (disponibile online  all’indirizzo https://www.theguardian.com/us-news/2016/jan/04/immigration-activists-condemn deportations-asylum-central-america); J. Hiskey, M. Malone e D. Orces, Violence and Migration in  Central America, in «Americas Barometer Insights Series», n. 1, 2014 (disponibile online all’indirizzo https://www.vanderbilt.edu/lapop/insights/IO901en.pdf); J. Sladkova, Stratification of Undocumented  Migrant Journeys: Honduran Case, in «International Migration», vol. 54, n. 1, 2016 (disponibile online  all’indirizzo https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/imig.12141/abstract;jsessionid=76BDE B06E3621C872631C5929E6CE4A9.f04t02); E. Wiener Bravo, The Concentration of Land Ownership  in Latin America: An Approach to Current Problems, Roma, International Land Coalition, 2011; E.L.  Yearwood, Let Us Respect the Children: The Plight of Unaccompanied Youth, in «Journal of Child and  Adolescent Psychiatric Nursing», vol. 27, n. 4, 2014, pp. 205-206.
  11. Vedi M. Chishti e F. Hipsman, Dramatic Surge in the Arrival of Unaccompanied Children Has Deep  Roots and No Simple Solutions, Migration Policy Institute, Policy Beat, 13 giugno 2014 (disponibile  online all’indirizzo https://www.migrationpolicy.org/article/dramatic-surge-arrival-unaccompanied children-has-deep-roots-and-no-simple-solutions).
  12. US Customs and Border Protection, Southwest Border Unaccompanied Alien Children Statistics  FY 2016, 2016 (disponibile online all’indirizzo https://www.cbp.gov/newsroom/stats/southwest border-unaccompanied-children/fy-2016).
  13. UN Office on Drugs and Crime (UNODC), UNODC Homicide Statistics 2013, Global Study on  Homicide, 2013 (disponibile online all’indirizzo https://www.unodc.org/gsh/en/data.html).
  14. World Bank, Intentional Homicides (per 100,000 People), 2015 (disponibile online all’indirizzo https://data.worldbank.org/indicator/VC.IHR.PSRC.P5?order=wbapi_data_value_2013+wbapi_ data_value+wbapi_data_value-last&sort=desc).
  15. UNODC, UNODC Homicide Statistics 2013: Trends, Contexts, Data, Vienna, United Nations Office  on Drug and Crime, 2013.
  16. World Bank, Latin America and Caribbean, 2015 (disponibile online all’indirizzo https://  povertydata.worldbank.org/poverty/region/LAC).
  17. E. Foley, Mexico Is Now Detaining More Central Americans than the US, in «Huffington Post»,  12 giugno 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.huffingtonpost.com/2015/06/12/ mexico-deporting-central-america_n_7571174.html); Secretaría de Gobernación, WOLA Advocacy  for Human Rights in the Americas, Instituto Nacional de Migración (https://www.gob.mx/inm); e  Mexico Now Detains More Central American Migrants than the United States, 11 giugno 2015 (disponibile  online all’indirizzo https://www.wola.org/news/mexico_now_detains_ more_central_american_ migrants_than_the_ united_states).
  18.  E. Foley, Mexico is Now Detaining…, cit
  19. Vedi anche i dati forniti dell’Istituto Nazionale per l’Immigrazione del Messico, aggregati in modo differente dalle diverse testate giornalistiche (per esempio, Associated Press Mexico, Deportation in Mexico Up 79 Per Cent in First Four Months of 2015, in «The Guardian», 11 giugno 2015, disponibile online all’indirizzo https://www.theguardian.com/world/2015/jun/11/deportations-mexico-centralamerica; Fuerte Incremento de Las Deportaciones Desde México, in «Univision», 11 giugno 2015, disponibile online all’indirizzo https://www.univision.com/noticias/ noticias-de-mexico/fuerte-incremento-de-las deportaciones-desde-mexico).
  20. R.C. Archibold, On Southern Border, Mexico Faces a Crisis of Its Own, in «The New York Times»,  20 luglio 2014 (disponibile online all’indirizzo https://www.nytimes.com/2014/07/20/world/ americas/on-southern-border-mexico-faces-crisis-of-its-own.html?_r=0).
  21. Organization of American States, IACHR Expresses Concern over Mexico’s Southern Border Plan,  10 giugno 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.oas.org/en/iachr/media_center/  PReleases/2015/065.asp).
  22. WOLA, Mexico Now Detains…, cit.
  23.  E. Albert, The Rohingya Migrant Crisis, CFR Backgrounders, Council on Foreign Relations,  17 giugno 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.cfr.org/burmamyanmar/rohingya migrant-crisis/p36651); S. Borwick, M. Brough, R.D. Schweitzer, J. Shakespeare-Finch e L. Vromans,  Well-being of Refugees from Burma: A Salutogenic Perspective, in «International Migration», vol. 51, n. 5,  2013, pp. 92-105.
  24. US Department of State, Atrocities Prevention Report, 17 marzo 2016 (disponibile online  all’indirizzo https://www.state.gov/j/drl/rls/254807.htm).
  25.  Vedi in generale Southeast Asia Migrant Crisis, in «The Citizen», 29 maggio 2015 (disponibile  online all’indirizzo https://citizen.co.za/afp_feed_article/myanmar-bangladesh-to-address-root causes-of-migrant-crisis); V. Gorra e R.R. Ravanera, Commercial Pressures on Land in Asia: An Overview,  Roma, International Land Coalition, 2011; Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), 2015  (https://www.internal-displacement.org).
  26. J. Cochrane, Indonesia and Malaysia Agree to Care for Stranded Migrants, in «The New York Times»,  20 maggio 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.nytimes.com/2015/05/21world/asia/ indonesia-malaysia-rohinga-bangladeshi-migrants-agreement.htlm/). 
  27. S. Neuman, Malaysia Orders Navy, Coast Guard to Rescue Rohingyas at Sea, in «NPR»,  21 maggio 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.npr. org/sections/thetwo way/2015/05/21/408457733/malaysia-orders-navy-coast-guard-to-rescue-rohingyas-at-sea).
  28. Ha scritto il «Chicago Tribune» che altre carrette del mare «sono già state trovare al largo della costa della Malaysia mercoledì, dopo che la comunità internazionale aveva sollecitato i governi del Sud-Est asiatico ad aprire le frontiere e ad accrescere gli sforzi di ricerca e salvataggio. Si ritiene che migliaia di migranti siano stati abbandonati in mare». Quel mercoledì, la Malaysia respinse una nave con a bordo più di 800 persone (Another Boat Found At Sea As Rohingya Refugee Crisis Deepens, in  «Chicago Tribune», 13 maggio 2015, disponibile online all’indirizzo https://www.chicagotribune.com/news/nationworld/ct-rohingya-refugees-20150513-story.html).
  29. Il cosiddetto Special Meeting on Irregular Migration in the Indian Ocean ha riunito 17 Paesi,  alcuni membri dell’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN); inoltre, Stati Uniti, Svizzera,  nonché organismi internazionali come l’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, e l’IOM.
  30. R. Gladstone, Smugglers Made at Least $5 Billion Last Year in Europe Migrant Crisis, in «The New York  Times», 17 maggio 2016 (disponibile online all’indirizzo https://www.nytimes.com/2016/05/18/ world/europe/migrants-refugees-smugglers.html).
  31. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), World at War: UNHCR Global Trends 2014 – Forced  Displacement in 2014, 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.unhcr. org/556725e69.html).
  32. Vedi, per esempio, J. Hampshire, Europe’s Migration Crisis, in «Political Insight», vol. 6, n. 3, 2015,  pp. 8-11; IDMC, Global Estimates 2015. People Displaced by the Disaster (disponibile online all’indirizzo:  https://www.internal-displacement.org/library/publication/2015/global-estimates-2015-people displaced-by-disasters/); I. Sirkeci, D. Eroglu Utku e P. Yazgan, Syrian Crisis and Migration, in «Migration  Letters», vol. 12, n. 3, 2015, pp. 181-192.
  33. UNHCR, World at War, 2015. Secondo il governo afghano, l’80% del Paese non è sicuro, a causa dei gruppi estremisti, come i talebani e gli affiliati locali del cosiddetto Stato Islamico, che tentano di suscitare sollevazioni in molte province.
  34.  Secondo un rapporto del «Washington Post» (K. Alhamad, V. Mironova e S. Whitt, In Two  Charts, This Is What Refugees Say about Why They’re Leaving Syria Now, 2 settembre 2015, disponibile online  all’indirizzo https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2015/09/28/in-two-charts-this is-what-refugees-say-about-why-they-are-leaving-syria-now), tra coloro che hanno lasciato il Paese, il 57%  delle persone comuni dichiara di essere partito semplicemente perché restare era troppo pericoloso. Altri  forniscono versioni più elaborate della stessa ragione. Alcuni sono fuggiti perché l’esercito del governo di  Assad aveva occupato la loro città (43%) o distrutto le loro case (32%) o perché erano stati minacciati di  violenze se non se ne fossero andati (35%). Molti sono partiti a causa delle pressioni della famiglia (48%)  e degli amici (38%) o seguendo l’esempio dei loro vicini (32%). Altri indicano i costi sempre più alti da sostenere per procurarsi il cibo e i beni di prima necessità (32%) e sono partiti quando hanno esaurito il  denaro (16%).
  35. Vedi, per esempio, P. Kingsley, Refugee Crisis: Apart from Syrians, Who Is Traveling to Europe?, in  «The Guardian», 10 settembre, 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.theguardian. com/world/2015/sep/10/refugee-crisis-apart-from-syrians-who-else-is-travelling-to-europe).
  36. P. Cockburn, Refugee Crisis: Where Are All These People Coming from and Why?, in «The Independent», 7 settembre 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.independent.co.uk/ news/world/refugee-crisis-where-are-all-these-people-coming-from-and-why-10490425.html).
  37. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), 2015 UNHCR Country Operations Profile Pakistan, 2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.unhcr.org/pages/49e487016.html).
  38. Vedi Fatalities in Terrorist Violence in Pakistan, 2003-2016, in «South Asia Terrorism Portal», 2016  (disponibile online all’indirizzo https://www.satp.org/satporgtp/countries/pakistan/database/ casualties.htm).
  39. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), World at War, cit.
  40. Why Do People Risk Their Lives to Cross the Mediterranean?, in «Human Rights Watch», 28 luglio  2015 (disponibile online all’indirizzo https://www.hrw.org/news/2015/07/28/why-do-people-risk their-lives-cross-mediterranean). L’Eritrea rappresenta un caso parzialmente differente: per esempio, Despite Border Crackdown in Ethiopia, Migrants Still Risk Lives to Leave, in «The Guardian», 25 agosto 2015  (disponibile online all’indirizzo https://www.theguardian.com/global-development/2015/aug/25/ despite-border-crackdown-ethiopia-migrants-risk-lives); P. Kingsley, It’s Not at War, but Up to 3% of  Its People Have Fled. What Is Going on in Eritrea?, in «The Guardian», 22 luglio 2015 (disponibile online  all’indirizzo https://www.theguardian.com/world/2015/jul/22/eritrea-migrants-child-soldier-fled-what-is-going); V. Longhi, Refugees: Ask the EU to Stop Funding the Eritrean Dictatorship!, Change.org,  2014 (petizione online all’indirizzo https://www.change.org/p/free-eritrea-support-democracy prevent-the-exodus-and-further-deaths-at-sea). Il conflitto del 1998-2000 con l’Etiopia resta un  problema aperto, anche se la guerra guerreggiata si è conclusa con l’accordo di Algeri del 2001.  L’Etiopia non riconosce i confini stabiliti in base all’accordo e l’Eritrea ritiene che alcuni territori  rimasti sotto controllo etiopico siano occupati illegalmente. Lo Stato ha usato questo contrasto  con l’Etiopia per giustificare la coscrizione di massa dei cittadini, che spesso dura tutta la vita.  È questo che ha spinto quasi un milione di eritrei a lasciare il Paese [vedi, per esempio, Z. Laub,  Authoritarianism in Eritrea and the Migrant Crisis, CFR Backgrounder, Council on Foreign Relations,  11 novembre 2015, disponibile online all’indirizzo https://www.cfr.org/eritrea/authoritarianism eritrea-migrant-crisis/p37239; e più in generale, UN High Commissioner for Refugees (UNHCR),  2015 UNHCR Subregional Operations Profile-East and Horn of Africa, 2015, disponibile online  all’indirizzo https://www.unhcr.org/pages/49e4838e6.html].
  41. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), Facts and Figures about Refugees, 2015 (disponibile  online all’indirizzo https://www.unhcr.ie/about-unhcr/facts-and-figures-about-refugees).
  42. Southeast Asia Migrant Crisis, in «The Citizen», 2015; M. Mark, Boko Haram’s «Deadliest  Massacre»: 2,000 Feared Dead in Nigeria, in «The Guardian», 10 gennaio 2015 (disponibile online  all’indirizzo https://www.theguardian.com/world/2015/jan/09/boko-haram-deadliest-massacre baga-nigeria)
  43. Vedi, per esempio, R. Hall, Land Grabbing in Africa and the New Politics of Food, in «Future  Agricultures», Policy Brief 41, giugno 2011 (disponibile online all’indirizzo https://www.future agricultures.org/publications/research-and-analysis/1427-land-grabbing-in-africa-and-the-new politics-of-food/ file); S. Sassen, Espulsioni, cit., capitolo 2.
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