La Matrice di Gaia: la gestione dei rischi nell’era dei cambiamenti climatici

Le evoluzioni climatiche – localizzate o generali, improvvise o graduali  –  fanno scattare cicli di conseguenze che ci obbligano a riconsiderare l’ampiezza di due concetti: rischio e disastro.

Autore

Grammenos Mastrojeni

Data

6 Luglio 2023

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6 Luglio 2023

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Dicembre 2014 – Negli anni Ottanta, Ulrich Beck e Anthony Giddens lanciarono un’idea molto discussa, quella risk society, preconizzando una società mossa e motivata da rischi in continua evoluzione. Pensavano all’insicurezza portata dalla modernità, alla fluidità sociale indotta dalle costanti evoluzioni tecnologiche, alla fragilità implicita in una dipendenza dell’organizzazione sociale dalle reti tecnologiche. Ben presto, tuttavia, la loro idea assunse un’altra dimensione, quella ambientale.

Il timore si è avverato: l’equilibrio ambientale mostra segni di cedimento e i cambiamenti climatici, in particolare, stanno mutando i riferimenti biofisici su cui si sono strutturate le società umane, ben oltre l’ormai certa prospettiva di crescenti fenomeni atmosferici estremi. Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg, il volto più evidente di un mutamento di paradigma globale. A un livello più profondo, il più minaccioso effetto del riscaldamento globale è – e sempre più sarà – la dislocazione delle risorse su cui si fonda la società. Ciò, a sua volta, mette in moto vasti cicli di conseguenze che incidono sulla stabilità umana, introducendo una fluidità e un’imprevedibilità generale, che creano le premesse di una  vera e propria risk society.

Se questo è lo scenario che ci attende, dobbiamo dotarci al più presto di uno strumento di analisi capace di imbrigliare la complessità delle interazioni, fra degrado ambientale e stabilità sociale, per comprendere e prevedere gli intricati cicli di ripercussioni cumulative che si stagliano all’orizzonte: è evidente, dobbiamo prepararci

Ciò è tanto più necessario se si considera l’umana irrazionalità: già nel suo innovativo rapporto del 2006, The Economics of Climate Change, Sir Nicholas Stern aveva chiarito che un investimento moderato ed economicamente sopportabile, compiuto ora per mitigare le emissioni di gas termogenici, ci avrebbe risparmiato un investimento molto più ampio e pesante, in futuro, per adattarci alle loro conseguenze. Il suo monito è – sia pur con qualche distinguo – generalmente condiviso. Ma è un fatto che le nostre scelte non siano sempre guidate da una lucida razionalità. Le emissioni di gas serra continuano ad aumentare e, irrazionalmente, abbiamo fatto la scelta che ci detta il nostro istinto: meglio un uovo oggi che una gallina domani. 

La nostra scelta è stata quindi quella di puntare sull’adattamento; una strategia che, a ben vedere, si sovrappone in gran parte al classico obiettivo e alle tradizionali politiche di gestione dei rischi. Si aggiunga che i cambiamenti climatici – come vedremo – incidono sui nodi più basilari della convivenza civile, e la prospettiva diventa che adattamento, gestione dei rischi e pura e semplice gestione risulteranno ampiamente sinonimi. A che cosa dovremmo adattarci – diventa allora essenziale uno strumento previsionale – cosa dovremo gestire?

Gli eventi atmosferici estremi si moltiplicheranno. Fino a che punto  rappresentano un rischio? Quali catene di conseguenze fanno scattare? E come valutare le evoluzioni climatiche meno estreme e traumatiche, progressive ma di più vasta portata? E se poi si verificano i temuti punti di  rottura – i tipping points – suggeriti da numerosi modelli, che configurano uno sfasamento rapido, generale e traumatico del sistema climatico terrestre? E, infine, come ricomprendere nell’analisi la prospettiva secondo cui  il riscaldamento globale incida sull’umanità attraverso altre conseguenze naturali, quali l’acidificazione degli oceani, l’ampliamento delle aree di incidenza di numerose malattie, o persino la resurrezione di virus preistorici ibernati nel permafrost che si sta sciogliendo?

Tali interrogativi delineano una vasta complessità da comprendere e gestire, ma l’aspetto più delicato di tutta la questione è un altro: noi umani. 

Quali saranno i comportamenti indotti nelle società da uno sfasamento del paradigma climatico? Si rafforzerà la determinazione nel mitigare le emissioni e nell’adattarsi ragionevolmente e cooperativamente alle loro conseguenze? Oppure, come la storia purtroppo suggerisce, si innescheranno conflitti per le risorse diminuite o dislocate? Si preparano lotte e divisioni che paralizzeranno la capacità umana di reagire razionalmente al cambiamento, di varare nuove politiche e di correre in soccorso di un  ecosistema al tracollo? 

Le evoluzioni climatiche – localizzate o generali, improvvise o graduali  –  fanno scattare cicli di conseguenze che ci obbligano a riconsiderare l’ampiezza di due concetti: rischio e disastro. Diminuzioni della produttività agricola, per esempio, causano un problema economico. Questa è la nostra analisi classica, ma la verità è più ampia: causano migrazioni, pressione sulle aree urbane, tensioni per il controllo di terre e acqua, incidono sulla capacità delle famiglie di educare i loro figli o d’investire nella loro vita, e via dicendo. Il crescente scioglimento dell’Artico modifica le rotte marittime, apre contese per l’accaparramento delle risorse naturali, distrugge i riferimenti economici e culturali delle popolazioni native Inuit.  Gli esempi sono infiniti e persino ciò che abbiamo etichettato come «primavere arabe» è in parte conseguenza del riscaldamento globale, che ha contribuito all’iper-inflazione alimentare negli anni precedenti e creato l’agitazione sociale in cui sono poi esplose. 

Tali aspetti – che vanno ben oltre la prospettiva dei danni immediati alle  strutture o alle economie – sono definibili e gestibili come rischi? Dinamiche  di questo tipo rappresentano dei disastri? La guerra civile in Siria – preceduta da anni di anomala siccità – doveva entrare in una prospettiva di prevenzione del rischio? Nell’approccio tradizionale, fenomeni del genere non  appartengono alla gestione del rischio, ma sono considerati da discipline  diverse e affrontati con strumenti che non fanno parte dell’armamentario della gestione e pianificazione. Ma la risk management community – quella che  gestisce interessi pubblici, tanto quanto chi opera in prospettiva privata o aziendale – non può più ignorarli.

Anzi, guardando alla loro somma e interazione, tali fenomeni profilano un unico grande rischio sistemico e uno spettro di collasso sociale, soprattutto perché una transizione disordinata verso un nuovo paradigma climatico porta con sé tutti gli ingredienti di un disastroso conflitto. Se la crisi finanziaria del 1929 bastò a dividere le nazioni e portarle alla seconda guerra mondiale, dove ci porterebbe un rapido scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya? Uno scenario in cui le estese terre regolarmente irrigate dai fiumi che scendono dalla catena montuosa asiatica rapidamente si trasformano in lande flagellate da un’alternanza di siccità e inondazioni – i ghiacciai regolano un costante afflusso di acqua – implica che centinaia di milioni di persone si troveranno prive  di sostentamento e riferimenti produttivi secolari: se scattassero allora le  stesse dinamiche socioeconomiche che hanno condotto al secondo conflitto planetario, in una regione in cui quattro stati – Cina, India, Pakistan  e Russia – hanno armamenti atomici, abbiamo gli ingredienti della terza  guerra mondiale.

Uno squilibrio nell’ecosistema, causato dall’uomo, si ripercuoterebbe così come squilibrio umano che paralizzerebbe la capacità dei popoli di reagire assieme razionalmente e che, a sua volta, colpirebbe di nuovo duramente la natura, in un ciclo distruttivo potenzialmente senza fine. Dobbiamo comprendere e gestire tale complessità, prevederla, adattarci, prepararci e, forse, così giungeremo all’unica conclusione sensata, ben più estrema di quella tracciata da Stern: l’adattamento rischia di rivelarsi una chimera, perché forse nell’inerzia potremmo mettere in moto mutamenti  troppo vasti e profondi, nonché una nostra profonda divisione che ci renderà incapaci di adattarci. Ecco perché dobbiamo quindi tornare a puntare  sulla mitigazione prima che sia troppo tardi. Con qualche eccezione storica – che ha condotto al crollo di intere civiltà – l’umanità si è mostrata capace di costruire una società di complessità  crescente, dando per scontata la generosità di un ecosistema stabile e immutabile. Da quando abbiamo avviato una dinamica globale di crescente erosione dell’equilibrio naturale, abbiamo però iniziato a pagarne il prezzo, poiché le modifiche della natura hanno indotto nella società cambiamenti che interagiscono, si sommano e sembrano sfuggiti al controllo. La consapevolezza di questa complessità rimonta agli anni Ottanta ed è stata chiaramente ritratta nel primo Global Environment Outlook, pubblicato dal Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite, nel 1997. Da allora, i tentativi di costruire strumenti per analizzarla si sono moltiplicati e sono oggi  centinaia le schematizzazioni. Eccone appena due esempi nelle figure 1 e 2.

 

Il problema è che le numerose schematizzazioni – ciascuna utile nell’evidenziare diverse angolature del problema  –  nella loro varietà risultano incompatibili, scarsamente coordinabili e, sommate, poco utili come strumenti di policy.

Da qui l’idea di un loro esame comparativo, per decantare i nessi fondamentali riconosciuti da tutti e giungere a uno strumento d’analisi standard  e pragmatico: un terreno comune per intendersi e pianificare. Un reticolo di connessioni sufficientemente semplice per essere gestito, ma sufficientemente evoluto per imbrigliare la complessità del rapporto uomo-natura, emerge chiaramente in forma di matrice e si delinea come un quasi poetico abbraccio fra il benessere umano e quello dell’ecosistema di cui siamo parte

L’esame delle diverse mappature dei nessi suggerisce che i collegamenti causali fondamentali sussistono fra ambiente, pace, sviluppo e diritti umani. In questa prospettiva, se il nostro obiettivo fosse quello di valutare l’impatto dei cambiamenti climatici sulla società, potremmo affidarci a una matrice unidirezionale (fig. 3). 

Tale matrice fornirebbe delle linee guida e metterebbe ordine – introducendo comunicabilità  –  nella valutazione dei diversi ambiti d’impatto immediato del riscaldamento globale sulle società. Sennonché, le società sono causa del problema, ma anche protagoniste dei suoi attuali e futuri sviluppi. Come reagiamo al cambiamento e come i nostri comportamenti si ripercuotono su di esso? Una traccia d’indagine (e uno strumento di  previsione) emerge se si trasforma la matrice da statica e unidirezionale a dinamica e interconnessa (fig. 4). 

Non è certo una matrice di facile impiego e siamo molto lontani dal  poterla usare come uno strumento quantitativo rigoroso. Ma già fornisce  la prospettiva dell’interconnessione sistemica, cumulativa e ciclica di cui  dobbiamo tenere conto. Nel contempo, sfata numerose illusioni, specie quelle di abbondanza, che spesso ci vengono dalle analisi condotte settore  per settore. Mettendola in funzione, inoltre, percorrendone la logica anche senza input quantitativi, svela che ambiente, giustizia, dignità e progresso non sono obbiettivi incompatibili, bensì tutte facce della stessa medaglia: la matrice indica, per esempio, che ciò che spinge ad aggredire l’ambiente  non è lo sviluppo, ma lo sviluppo ingiusto; oppure che il miglior modo  per proteggere una certa foresta è costruire scuole. Evidenzia dei nessi che intuitivamente non saremmo portati a considerare e delle rivelazioni che suggeriscono un unico possibile nome per questo ritratto dell’abbraccio fra noi e Madre Terra: la Matrice di Gaia. 


Fonte/Testo originale: Grammenos Mastrojeni ‘La Matrice di Gaia: la gestione dei rischi nell’era dei cambiamenti climatici’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 3, dicembre 2014, Il Mulino.

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